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Arnad in Valle d'Aosta

Arnad in Valle d'Aosta

Più di un secolo di memoria

Brossura editoriale con sovracoperta, formato cm 16x23,5, pagine 576 con inserto fotografico con 200 illustrazioni in b/n
ISBN 978-88-8068-308-7
 


Dicono le autrici: «Nella vita c’è un tempo per le esperienze, le gioie, i dolori e le fatiche, e c’è un tempo per i ricordi. Sono ormai trascorsi venti anni dalla prima edizione di Arnad in Valle d’Aosta. Quasi un secolo di memoria. Allora noi eravamo delle giovani mamme, ora ci stiamo avviando sulla strada della memoria, ma non è venuto meno il nostro interesse per la salvaguardia delle tradizioni del nostro paese e per l’attenzione alla vita di un passato neppure così remoto che ci ha spinte ad arricchire e a rendere più viva questa seconda edizione con nuove testimonianze di esperienze vissute.
Venendo a contatto con altre persone, abbiamo potuto constatare quanto queste siano gratificate nel raccontare momenti della loro vita. Tutti gli intervistati si sono infatti dimostrati estremamente disponibili e spesso con certe emozioni ci hanno reso partecipi dei loro sentimenti e dei loro ricordi.
Anche le nuove interviste sono state eseguite seguendo uno schema predisposto di domande relative a tradizioni, usi e costumi, feste religiose e civili, alimentazione, lavori di campagna, giochi, leggende, emigrazione, il processo di industrializzazione ed episodi di vita dalla fine del secolo scorso alla lotta per la liberazione. Abbiamo raccolto le memorie di due generazioni, la persona più anziana nata nel 1888 e la più giovane nel 1932, che messe a confronto forniscono una chiara testimonianza della vita del nostro paese».

VIVERE NON È RASSEGNARSI
Leggendo le pagine di questo libro, mi sono tornate in mente alcune letture giovanili, consigliate agli studenti della mia generazione, e in modo particolare Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina di Nuto Revelli, il cui approccio alla storia, inusitato e un po’ anticonformista, presentava analogie del tutto evidenti con le metodologie di indagine proprie della dialettologia, disciplina verso la quale avrei in seguito convogliato i miei interessi.
Si tratta infatti, nell’uno e nell’altro caso, di una storia mai scritta prima, non vergata dai vincitori, né fondata sui grandi avvenimenti, di una storia di tutti i giorni, della quotidiana fatica, nei corsi e ricorsi degli eventi, nella ciclicità del tempo, raccontata dai protagonisti con semplicità e ricchezza di linguaggio, come semplice e al tempo stesso ricca è stata la loro esperienza di vita.
Non vengono dunque portate sulla scena le grandi scoperte, le imprese sensazionali, le vicende che coinvolgono la dimensione internazionale, bensì la quotidianità, fatta di stenti e di sudore, di indigenza e di miseria, di fierezza e di dignità, di voglia di riscatto. Anche se non bisogna dimenticare il periodico e minaccioso affacciarsi di venti provenienti da lontano, come la guerra, che turbano i ritmi naturali e creano sconvolgimenti e ferite difficili da rimarginare.
Alla realtà profonda, intima, della comunità di Arnad, mi ero già avvicinato grazie alle inchieste dell’atlante delle parlate valdostane che, con il suo ponderoso questionario, ne aveva esplorato il mondo contadino nelle sue molte sfaccettature, e al censimento toponomastico, raccolta sistematica di tutti i nomi di luogo appartenenti alla tradizione orale, che con le sue migliaia di schede consente una chiave di lettura unica del territorio e di un contesto socioeconomico ormai trascorso o sulla via del declino.
Da questi documenti, come dalle pagine di questo libro, traspare una realtà che, da una parte, è sì condivisa da altri contesti in ambito regionale, ma che, dall’altra, assume qui connotazioni particolari che hanno alimentato la fantasia popolare fino a farla diventare immaginario collettivo: mi riferisco alle note Traverse, peraltro documentate da altre pubblicazioni prestigiose, dove a un certo punto il tempo sembrava essersi fermato, ultimo baluardo di un’epoca che stava cedendo il passo alla modernità.
Le numerose persone intervistate raccontano la vita di questo microcosmo, nei diversi momenti e nelle varie situazioni che lo caratterizzano, dalla nascita alla morte, scandita da un lavoro spesso finalizzato alla sola sussistenza, senza grandi prospettive, in una sorta di atavica rassegnazione, mai, tuttavia, passiva e acquiescente, ma alla continua ricerca di emancipazione, con una pertinacia mai doma: come ha sottolineato bene Albert Camus: «Vivere non è rassegnarsi!».
Gli anni sono passati, nel bene e nel male tante cose sono cambiate, e anche i paesini di montagna – che visti dall’interno erano tutt’altro che idilliaci quadretti bucolici – hanno regolato il loro passo con quello delle realtà circostanti: questo mondo dei vinti, per le nuove generazioni, è già storia di un passato ormai concluso, conosciuto per sentito dire e ben presto dimenticato.
Fissare la memoria orale per documentare la civiltà contadina, così articolata e complessa, è di fondamentale importanza perché non tutto vada perduto. Tanto più che, in ambito famigliare o nelle piccole comunità, la trasmissione di conoscenze e di antichi saperi si è interrotta per lasciare spazio a nuovi modelli di comunicazione, del tutto estranei alla cultura locale, che portano inevitabilmente all’appiattimento, al livellamento, alla spersonalizzazione.
Recuperare questo patrimonio è dunque un’operazione imprescindibile per colmare il vuoto che si è creato e ricostituire l’anello mancante tra l’attuale realtà e quella di un passato tutto sommato recente ma già lontano, tra due mondi così vicini ma spesso sorprendentemente distanti.
Chi vorrà prendersi il tempo di leggere questo libro, vi troverà pagine di storia e di cultura memorabili!

Saverio Favre
 
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