feed rss Feed RSS     Newsletter Newsletter
 
 
 
Cesare Lombroso e la scoperta dell'uomo delinquente

Cesare Lombroso e la scoperta dell'uomo delinquente

Cartonato con sovraccoperta plastificata a colori, formato 14x21,5 cm, 368 pagine con inserto fotografico di 32 pagine
ISBN 978-88-8068-438-1
 

Recensioni

  • Torino Sette
    Cesare Lombroso

  • www.archiviostorico.info

    Leggi qui la recensione originale su  archiviostorico.info

    Cesare Lombroso e la scoperta dell’uomo delinquente delinea, a un secolo dalla scomparsa dell’illustre personaggio avvenuta nel 1909, le tappe che lo portarono a formulare la teoria dell’atavismo. Secondo questa concezione, alterazioni dello sviluppo cerebrale provocano la nascita di soggetti in cui riemergono caratteri psicofisici ancestrali e soprattutto la spinta alla violenza del selvaggio che ne fa il delinquente. Il percorso di Lombroso parte dall’attività storico-letteraria giovanile che gli consente di impadronirsi della cultura classica.

      Studente in Medicina a Pavia, a Padova e infine a Vienna dove gli insegnamenti degli organicisti tedeschi contribuiranno a formare in lui un indirizzo positivista. Ufficiale medico, primario di Psichiatria a Pesaro, professore di Malattie mentali a Pavia e infine di Medicina legale a Torino. Qui diventerà anche titolare di Psichiatria e infine di Antropologia criminale, unica cattedra della materia in Italia.

      L’Uomo delinquente, pubblicato nel 1876, è l’opera più nota. Cesare Lombroso sostiene che il fattore inibente l’armonico sviluppo encefalico sia l’epilessia. Nelle successive edizioni ampliate dell’Uomo delinquente, Lombroso riconobbe che, oltre all’atavismo, altre cause potessero innescare la criminogenesi.

      Altre tematiche furono affrontate da Lombroso: l’Uomo bianco e l’Uomo di colore, le statistiche sanitarie e il Genio, il cretinismo, la pellagra, il sonno, l’influenza dei fattori meteorologici sulla criminalità, l’ipnotismo, lo spiritismo, il laboratorio di polizia scientifica e altri argomenti minori.

      DAL TESTO – “Le figlie ricordano commosse che il piccolo Cesare impara da David Levi a declamare Dante e, con un pizzico di malizia, aggiungono che lui affermava che anche lo capiva. L’immagine è suggestiva: «Dritto su un tavolo, recitava il Conte Ugolino con una pagnotta di pane che fungeva da teschio, e in cui digrignava i denti con grande effetto tragi-comico».

      “David Levi lascia un segno profondo nel giovane Cesare. Indubbiamente però sulla sua formazione incidono in maniera molto più determinante le sfortunate vicende economiche della famiglia paterna, che nel 1840 subisce un grave tracollo a seguito della morte di un Del Grego, ricco triestino che aveva sposato in seconde nozze la madre di Aronne. Aronne stesso, disinteressato agli affari in cui del resto è poco versato, contribuisce in maniera determinante al dissesto finanziario che costringe la famiglia a ridimensionare bruscamente il tenore di vita. Si devono trasferire in una dimora più modesta.

      ”L’unica preoccupazione di Aronne è l’osservanza religiosa. Si capisce perché impone ai famigliari il rigoroso rispetto delle regole liturgiche ebraiche”.

      L’AUTORE – Pierluigi Baima Bollone, 72 anni, medico legale e pubblicista, è professore ordinario di Medicina legale nell’Università di Torino e insegna nei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, Odontostomatologia e Giurisprudenza. Ha anche insegnato Criminologia nell’Università del Piemonte orientale. Ha fondato e dirige il dipartimento «Diagnosi e prevenzione» dell’Ospedale Gradenigo di Torino. È presidente onorario del «Centro di Sindonologia di Torino», unico organo ufficiale riconosciuto. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche, di relazioni, lezioni magistrali a congressi nazionali e internazionali e di un fortunato Manuale di Medicina legale, adottato in numerose sedi universitarie, giunto in pochi anni alla quinta edizione. È ovunque noto, in Italia e all’estero, tra gli specialisti e gli appassionati per l’attività di saggista. Sono trenta le opere a larga diffusione e ampiamente tradotte sulla Sindone, Gesù, Mussolini, Lombroso e le Scienze del crimine. Con Priuli & Verlucca ha pubblicato: Il mistero della Sindone. Rivelazioni e scoperte nel Terzo Millennio; Il romanzo della criminologia; e altre ne ha in preparazione.

      INDICE DELL’OPERA - Premessa - Torino, Nietzsche e Tolstoj - A Verona, a Pavia, a Padova e a Vienna - Nella sanità militare, insegnante a Pavia, primario a Pesaro e professore a Torino - L’antropologia criminale e i fattori interni della criminalità - Darwin, Freud e i fattori esterni della criminalità - Fluidi e ipnosi - La scienza nel mondo degli spiriti - La fine di Lombroso e delle sue teorie – Conclusioni - Bibliografia generale - Indice dei nomi


  • .Eco l’Educazione Sostenibile

    Lombroso, cento anni dopo il «delinquente nato»


    Negli anni Settanta l’opera di Lombroso ha avuto una pessima fama: come partecipe di un’indagine di tipo razzistico della realtà umana e di una visione non progressiva della devianza sociale (in questo spirito erano state concepite le ristampe de L’uomo delinquente, L’uomo di genio e de Gli anarchici curate da Emanuele Pirella e da Franco Ferrarotti per la Casa Editrice Napoleone di Roma). Ora, invece, si registra una rinascita di interesse. A Torino ad esempio è stato recentemente inaugurato il Museo di Antropologia Criminale di Cesare Lombroso. Riaprire le porte al medico legale per eccellenza significa fare i conti con una stagione culturale degna di interesse, proprio nel momento più acuto dei dibattiti sull’ordine pubblico e sulla sicurezza, per pronunciarsi su un uso sociale della scienza del comportamento. Uso ovviamente discutibile, ma proprio per questo da discutere e da conoscere. Incontro a questa esigenza vengono i tre volumi di Baima Bollone «II romanzo della criminologia», «Cesare Lombroso e lo scoperta dell’uomo delinquente» (Priuli e Verlucca, 2008 e 2009) e il voI. di AA.VV «Cesare Lombroso cento anni dopo» (UTET, 2009). Nel primo volume si traccia una storia dell’antropologia criminale positivistica che cerca di dare una spiegazione biologica della devianza e, dunque, del comportamento umano deviante. Lombroso, con le sue tecniche, i suoi metodi, le sue collezioni di manufatti di criminali, ricerca nel dato fisionomico una guida per spiegare il comportamento criminale. Famosissima la tesi dell’atavismo che riprende, in parte, la tesi di Morel del 1857 sulla “degenerazione”. L’atavismo implica l’interpretazione genetica del comportamento umano; il suo contributo principale è avere posto le domande giuste; oggi tante risposte, diverse da quelle date da Lombroso sono possibili. Se, però, vogliamo trovare oggi una tesi lombrosiana valida, è quella del metodo identificativo: le schede segnaletiche, le impronte digitali sono metodi attuali che, pur sviluppati, hanno la loro origine nel metodo lombrosiano. Mattoidi e criminali al microscopio Curioso lo studio dei tatuati: la maggior parte sono soldati e carcerati. Un buon esempio di antropologia culturale “urbana”. Altresì Lombroso studia le opere, disegni e manufatti dei mattoidi di Collegno. Il 1870 è il suo anno aureo. Studiando il cranio del delinquente G. Vilella, trova un’anomalia, un carattere atavico: la fossetta occipitale mediana. l’ipotesi che ne trae è che i non-delinquenti, o per lo meno tanti di essi non presentano questa anomalia. Studia i mattoidi e i criminali non come uno psicologo, ma come un anatomo-patologo legale. la sua collezione di armi bianche gli serve per dimostrare che l’uomo primitivo è sempre accompagnato da un’arma da taglio e che il delinquente ha una preferenza per le armi bianche. Un altro studio importante è quello relativo alle maschere mortuarie, cere collezionate da Lorenzo Tampini e donate a Cesare Lombroso. È appunto l’elemento morfologico che interessa allo studioso: i tratti somatici. Il suo metodo scientifico parte dalla veridicità dell’ipotesi e dallo sforzo di dimostrarla come vera. Utilizza l’individuo come cavia, analizza i corpi di reato utilizzati per realizzare i crimini, studia i crani con il suo craniografo che ricostruisce la morfologia del cranio stesso. Ci si chiede come mai nelle sue collezioni Lombroso abbia escluso altri tipi di armi; come mai abbia escluso diversi crani di delinquenti non presentanti la fossetta occipitale mediana. Come mai, riguardo ai tatuaggi, non studi che cosa viene tatuato e dove viene tatuato. Lombroso ha aperto comunque un importante filone di ricerca, suscitando ovunque ampi dibattiti. Non dimentichiamo la scuola positiva del diritto penale influenzata anche dalle sue posizioni; la nascita del concetto dell’individuo “reo nato”, dell’individuo socialmente inadatto, in qualche modo spiega il rapporto tra società e crimine, in qualche modo pone l’attenzione sugli aspetti sociali sub-culturali e determinanti pesanti effetti sull’igiene sociale. Il suo determinismo biologico lo porta a vedere i tratti dei caratteri selvaggi nel delinquente, visto talvolta come un bambino in un corpo di adulto e propenso al male per un istinto incontrollabile. Lombroso viene, per certi versi, considerato uno studioso razzista, ma è pur vero che i primi passi dell’antropologia nascono su questa scia. E Lombroso fu scienziato, antropologo e criminologo.  www.museounito.it/lombroso


  • Il nostro tempo
    Ripensando al Lombroso
    Il 19 ottobre 1909 moriva a Torino Cesare Lombroso. Si chiudeva così una vita di eccessi intellettuali, di esaltazioni e ricadute, intarsiata nel pieno fulgore del Positivismo. Medico legale e fondatore della moderna criminologia, studioso di scienze sociali (dalla questione femminile alle malattie dei poveri) e direttore di manicomi, socialista e conservatore, stimato da Sigmund Freud e ritenuto dallo storico George Mosse addirittura precursore del nazismo, godette di una popolarità straordinaria. A fi ne Ottocento fu l’autore più tradotto e letto a livello mondiale. Ebbe grandi intuizioni e perseguì molte teorie errate, ma per comprenderne la portata occorre contestualizzarlo, nel bene e nel male, nella sua epoca e nel quadro delle conoscenze che si avevano allora nei vari campi del sapere. Sono da segnalare, a tal fi ne, due volumi editi quest’anno proprio in occasione del centenario della morte: «Cesare Lombroso cento anni dopo» (ed. Utet, pagg. 410) di Silvano Montaldo, professore di Storia contemporanea all’Università di Torino e direttore del nuovo Museo Lombroso inaugurato il 27 novembre scorso, e Paolo Tappero, ordinario dei Medicina legale a Torino; e, ancora, «Cesare Lombroso e la scoperta dell’uomo delinquente » (ed. Priuli e Verlucca, pagg. 363), biografi a ricca di citazioni antologiche a cura di Pier Luigi Baima Bollone, docente di Medicina legale a Torino, che all’argomento ha dedicato molti anni della sua vita (tra le sue opere, a larga diffusione in Italia e all’estero, ricordiamo anche quelle sulla Sindone, Gesù, Mussolini e le scienze del crimine). Lombroso in vita fu considerato da taluni un genio, da altri un ciarlatano: oggi la sua opera e il Museo ad essa dedicato ci invitano a confrontarci con il complesso e controverso rapporto che tutti abbiamo nei confronti dell’”altro”, non importa se simile o diverso, sano o malato, contemporaneo o antico. La sua attualità non sta dunque nei risultati errati a cui pervenne, ma nei temi affrontati: la diffusione multiforme del crimine e l’ineffi cacia delle misure di prevenzione e repressione, il nuovo ruolo della donna nel mondo contemporaneo, lo status delle minoranze etniche e degli immigrati, i diritti della società e quelli dei singoli, la malattia mentale e il suo trattamento, il potere rivendicato dagli scienziati di intervenire su qualsiasi aspetto della vita individuale e collettiva. Questioni risolte maldestramente dai governi dell’epoca e purtroppo, spesso, anche da quelli attuali. «L’intuizione di fondo, attorno alla quale Lombroso aveva organizzato il dato clinico era piuttosto semplice», spiega Daniele Velo Dalbrenta, autore di uno dei trenta saggi raccolti nel volume della Utet: «il delinquente altri non sarebbe che un essere umano anormale, e più precisamente un essere “atavistico” che, col riprodurre comportamenti propri dell’umanità dei primordi, mostrerebbe un’invincibile inclinazione a commettere quello che la società moderna chiama delitto. Prendeva di qui avvio il più ambizioso tentativo di apportare rigore scientifi co all’esperienza penale, facendovi prevalere la forza dell’”oggettività” dei fatti, ossia, nell’ottica di Lombroso, di quelle anomalie antropologiche empiricamente rilevabili, e pertanto scientifi camente descrivibili, che avrebbero reso riconoscibile la spiccata attitudine a delinquere caratterizzante alcuni individui». Teorie del tutto superate? L’attuale ricerca biologica e le neuroscienze, con la loro localizzazione delle funzioni mentali attraverso le tecnologie di imaging cerebrale, paiono portare nella stessa direzione: l’uomo è davvero dotato di libero arbitrio? Fino a che punto le sue azioni sono determinate da fattori biologici, sociali e culturali e, dunque, fi no a che punto ne è responsabile moralmente? Il crimine è sempre prevenibile? Come punire i delinquenti? «L’educazione è il problema prioritario della nostra società», ha spiegato Fiorenzo Alfi eri, assessore alla Cultura della Città di Torino, intervenendo all’inaugurazione del Museo Lombroso. «La collettività ha il dovere di trasmettere ai cittadini gli strumenti critici fondamentali su cui si basa la stessa democrazia. E l’educazione permanente ha un ruolo fondamentale: terminato il percorso scolastico tradizionale, le istituzioni devono garantire l’accesso a strumenti formativi differenti. Con il Museo Lombroso aggiungiamo un nuovo tassello alla “città educativa”». La rifl essione sul periodo positivista, ha aggiunto Alfi eri, «è essenziale, perché proprio allora è maturato un cambiamento di mentalità epocale: oggi la scienza è consapevole che “più sa, meno sa”, ma a metà Ottocento lo schema positivista imponeva la fi ducia incontrastata nelle capacità degli scienziati, nella possibilità di determinare la verità una volta per tutte in ogni campo». Una svolta tanto radicale che oggi spesso ci confrontiamo con l’esatto opposto: la diffi denza dell’uomo della strada nei confronti della ricerca, nonostante la gran cassa suonata dai mass media ogni volta che gli scienziati annunciano nuove scoperte.  Due volumi e un Museo «unico al mondo», che raccomandiamo in vista delle imminenti festività, perché offrono importanti spunti di rifl essione su tematiche forse non proprio natalizie, ma tanto cruciali quanto delicate per l’incidenza sul nostro quotidiano. Per informazioni: Museo di antropologia criminale «Cesare Lombroso» dell’Università degli studi di Torino, via Pietro Giuria 15. Orario: da lunedì a sabato ore 10-18 (domenica chiuso). Tel. 011.670.81.95; sito Web: www. museounito.it/lombroso; e-mail: museo.lombroso@unito.it.

  • Corriere di Novara
    Cesare Lombroso e i suoi tanti nipotini
  • Avvenire (Agorà)
    Lombroso l'inventore dei Ris
  • Torino Sette
    Lombroso salgariano
    Uno scienziato o un visionario? Un devoto di Episteme o un ciarlatano da circo Barnum? Domande che finiscono per porsi tutti coloro che mettano mano alle numerose opere di Cesare Lombroso. Da Delia Frigessi che ne scrive una monografia seria e documentata a Luigi Guarnieri che con «Atlante criminale» ne scrive una vita premeditatamente «scriteriata». Per niente «scriteriata» è invece la biografia che a Lombroso ha dedicato Pierluigi Baima Bollone, il noto medico legale e studioso della Sindone, nel centenario della morte: «Cesare Lombroso e la scoperta dell’uomo delinquente » (Priuli & Verlucca, pp. 368). Forse più monografia che biografia perché su troppe cose propriamente biografiche si scivola, poco o nulla si dice della vita privata, salvo un po’ dell’infanzia nebulosa, un po’ del fidanzamento con Nina De Benedetti, che diventerà la moglie, o ancora di qualche fuggitiva «silhouette» familiare (specialmente delle due figlie Gina e Paola). Quale personaggio ne scaturisce? Certo una figura contraddittoria e a tratti persino grottesca a cui manca del tutto il dono delle sfumature. Ma a cui vengono riconosciute una cultura non comune, una capacità enorme di lavoro e una non del tutto definita (o forse definibile) statura di scienziato. Pellagrologo, criminologo, antropologo, lavoratore infaticabile, socialista della prima ora, l’irresistibile ascesa di Lombroso dentro il positivismo più estremo passa prima da Pavia e da Pesaro attraverso gli snodi di un curriculum pieno di agguati accademici tesigli da colleghi invidiosi, increduli, cauti o semplicemente più dotati di senso dell’ umorismo. Ordinario di medicina legale e igiene pubblica, poi di psichiatria, poi di antropologia criminale, la sua fama (internazionale) è legata a titoli come «Genio e follia» (1864), «L’uomo delinquente in rapporto all’ antropologia, alla giurisprudenza e alle discipline economiche » (1876), sulle cui cinque edizioni diversamente titolate molto Baima Bollone si diffonde, «Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle Ottentotte, cammelli e zebù» (1879), «La donna delinquente, la prostituta e la donna normale» (1893). Ottentotte e zebù a parte, libri monumentali che crescono ad ogni nuova edizione in proporzione geometrica (l’ opera da salvare, «Palinsesti del carcere», ha invece peso e titolo più modesti ma è tanto più ghiotta, e chi voglia leggerla può trovarla in libreria perché è stata ripubblicata qualche anno fa dall’editrice fiorentina Ponte alle Grazie a cura di Giuseppe Zaccaria). Senza dimenticare il disparato inventario del museo collocato all’ultimo piano dell’Istituto di medicina legale di corso Galileo, che sembra fatto per la gioia un po’ macabra dei teratologhi impenitenti. E’ del resto una ben buffa avventura quella che si disegna sotto la Mole - tra pellagrosi, suicidi, epilettici, meteorici, tatuati, briganti atavisti, folli morali, serial killer, rei politici e rivoluzionari, licantropi, mesmerici, ipnotici e spiritisti - dietro le vite parallele e diversamente impervie di due immigrati nativi entrambi di Verona: l’uno, Lombroso, classe 1835, approdato qui a far l’ammiraglio di lugubri navi di folli e delinquenti; l’altro, il suicida Salgari (ventott’anni di meno), a inventarsi ammiraglio di mirabili imprese per corsari da arcobaleno. Autori di mondi diversamente fantastici (dal «medico della stadera» al capitano di carta), grazie a loro questa città può fregiarsi di un’ ombra un po’ folle e geniale, capace di renderla - come Baima Bollone documenta - molto meno comune di quanto comunemente si creda.
  • La Stampa
    Lombroso il padre di C.S.I.
    Cesare Lombroso è uno degli scienziati italiani della seconda metà dell’800 più conosciuti al mondo, anche se presto dimenticato dopo la scomparsa avvenuta il 19 ottobre 1909.
    Aseguito degli affinamenti delle conoscenze storiche, delle vicende sociali e del dibattito politico del XIX secolo si sta decisamente riaccendendo l’interesse per la sua figura e si tende a celebrarne con meritata enfasi il centenario. Lombroso è un personaggio di formazione umanistica e di valida cultura classica. L’ambiente familiare e le amicizie l’hanno distolto dall’impegno iniziale e l’hanno indirizzato agli studi medici in cui si è realizzato con grande efficacia. La sua preparazione anatomo-clinica è maturata con la frequenza da studente all’Università di Pavia e poi a quelle di Padova e, soprattutto, di Vienna. Si è successivamente affinata e collaudata dopo la laurea in medicina conseguita a Pavia nel 1858 col servizio prestato in qualità di ufficiale medico dell’esercito sardo- piemontese e poi italiano. Inizia la sua carriera accademica all’Università di Pavia nel 1863 diventando professore incaricato e poi straordinario di malattie mentali, antropologia, clinica psichiatrica e medicina legale che intende come legata allo studio del malato mentale. Nel 1876 vince il concorso di professore ordinario di Medicina legale bandito dall’Ateneo subalpino nel quadro di un ampio rinnovamento ideologico e tecnologico della Facoltà medica. Per Lombroso la disciplina è in realtà ancora «la medicina legale delle alienazioni mentali», come risulta dalla sua opera scientifica e dalla impostazione didattica. Si spiega così perché a Torino diventa professore di Psichiatria nel 1896 e di Antropologia Criminale nel 1905, quattro soli anni prima della morte.
    I contributi scientifici del Maestro sono tanto numerosi quanto importanti. Ci restano di lui soprattutto le ricerche per stabilire e differenziare i caratteri antropologici dell’uomo bianco da quello di colore, quelli distintivi tra i soggetti sani di mente, gli alienati ed i criminali ed infine sull’essenza del genio. Nei suoi studi prevede più di un secolo prima che un uomo di colore salirà al vertice della potenza mmondiale. La produzione artistica prova che la lettura del corpo e del volto è antichissima, ma solo Lombroso le pone alla base di considerazioni e proiezioni della psichiatria della sua epoca, in sintonia e spesso anticipatrici di un intero filone delle arti visive. Le descrizioni e la prosa di Lombroso, dal canto loro, costituiscono un nuovo particolare genere letterario.
    Nella sostanza, adatta ed esaspera la teoria della degenerazione dello psichiatra francese Morel, e giunge alla conclusione che una perturbazione dello sviluppo psichico può determinare la regressione di alcuni soggetti allo stato ancestrale dell’uomo primitivo violento e selvaggio. Ecco sul piano strettamente biologico il nucleo essenziale della teoria dell’atavismo alla base di quella dell’uomo delinquente, che è anche il titolo della sua opera universalmente più nota. Nell’uomo delinquente riemergono i caratteri violenti e selvaggi dell’uomo primitivo che lo spingono alle imprese criminali. È portato a delinquere da quello che ha in sé e perciò non è in realtà responsabile delle proprie azioni. L’unilateralità di una criminogenesi di questo tipo, che tiene esclusivamente conto dei fattori biopsicologici del reo, non supera le critiche animosamente rivoltegli, soprattutto a fronte delle teorie a base sociologica e marxista che Lombroso, politicamente impegnato sul fronte socialista, aveva i mezzi intellettuali per comprendere ma che respinge con veemenza polemica. Per Lombroso la causa perturbatrice dello sviluppo psicofisico del delinquente è da individuarsi nell’epilessia e per questo è bersaglio dell’ironia di Sigmund Freud che sostiene l’incapacità di Lombroso ad affrontare una diagnosi differenziale con l’isteria. La posizione di Lombroso e dei suoi studi nei confronti del padre della psicoanalisi merita una attenta valutazione. Anche se l’idea di Enrico Morselli, altro grande psichiatra italiano, che vi sia una sorta di «superiorità» di Lombroso rispetto a Freud è certamente personale, resta il fatto che è sostenibile una sorta di ritardo della espansione della psicoanalisi nel nostro paese dovuta alle teorie di Lombroso e al lombrosismo. Molto si discute dell’influenza articolata e controversa di Cesare Lombroso sul pensiero dei suoi contemporanei e delle generazioni successive con i suoi studi storici, linguistici, psicologici, naturalistici, zoologici, antropologici e medici. Con le sue quasi duemila pubblicazioni spazia su temi che vanno dalla filologia, dall’etimologia, dalla linguistica e dalla storia alla zoologia, all’etnografia, alla psicologia, all’anatomia, alla istologia, alla fisiologia, alla patologia ed alla clinica, all’etnografia e alla psicologia. Ai suoi tempi come oggi Lombroso si presenta come un pensatore unico nel suo genere, ciò che giustifica l’enorme influenza che egli ha su generazioni di medici, biologi e giuristi. Sotto questo profilo resta un fatto che Cesare Lombroso ha avuto un’intuizione che sarà spiegata soltanto dai cromosomi. Soprattutto, egli ha spostato l’interesse degli specialisti dall’astrattezza giuridica alla concretezza delle azioni antigiuridiche, dal delitto al delinquente ed è per questo ricordato come principale fondatore della Scuola positiva di diritto penale. E può essere considerato anche il fondatore della polizia scientifica.



Padre dell’antropologia criminale e pioniere degli studi sulla criminologia

Fondatore della polizia scientifica

Creatore della tipologia del moderno istituto di medicina legale

Le sue teorie psichiatriche furono talmente apprezzate che ritardarono la penetrazione del freudismo in Italia; Freud stesso conosceva e apprezzava molti aspetti delle sue teorie

Le sue tecniche di identificazione preventiva del delinquente sono state utilizzate dalle polizie di tutto il mondo

Cesare Lombroso e la scoperta dell’uomo delinquente delinea, a un secolo dalla scomparsa dell’illustre personaggio avvenuta nel 1909, le tappe che lo portarono a formulare la teoria dell’atavismo. Secondo questa concezione, alterazioni dello sviluppo cerebrale provocano la nascita di soggetti in cui riemergono, caratteri psicofisici ancestrali e soprattutto la spinta alla violenza del selvaggio che ne fa il delinquente.Il percorso di Lombroso parte dall’attività storico-letteraria giovanile che gli consente di impadronirsi della cultura classica.
Studente in Medicina a Pavia, a Padova e infine a Vienna dove gli insegnamenti degli organicisti tedeschi contribuiranno a formare in lui un indirizzo positivista. Ufficiale medico, primario di Psichiatria a Pesaro, professore di Malattie mentali a Pavia e infine di Medicina legale a Torino. Qui diventerà anche titolare di Psichiatria e infine di Antropologia criminale, unica cattedra della materia in Italia.
L’Uomo delinquente, pubblicato nel 1876, è l’opera più nota. Cesare Lombroso sostiene che il fattore inibente l’armonico sviluppo encefalico sia l’epilessia. Nelle successive edizioni ampliate dell’ Uomo delinquente Lombroso, riconobbe che, oltre all’atavismo, altre cause potessero innescare la criminogenesi.
Altre tematiche furono affrontate dal Maestro: l’Uomo bianco e l’Uomo di colore, le statistiche sanitarie e il Genio, il cretinismo, la pellagra, il sonno, l’influenza dei fattori meteorologici sulla criminalità, l’ipnotismo, lo spiritismo, il laboratorio di polizia scientifica e altri argomenti minori.
Cesare Lombroso resta un colosso della scienza italiana conosciuto nel mondo intero.

SOMMARIO

PREMESSA

TORINO, NIETZSCHE E TOLSTOJ

A VERONA, A PAVIA, A PADOVA E A VIENNA

NELLA SANITÀ MILITARE, INSEGNANTE A PAVIA, PRIMARIO A PESARO E PROFESSORE A TORINO

L’ANTROPOLOGIA CRIMINALE E I FATTORI INTERNI DELLA CRIMINALITÀDARWIN, FREUD E I FATTORI ESTERNI DELLA CRIMINALITÀ

LUIDI E IPNOSILA SCIENZA NEL MONDO DEGLI SPIRITI

LA FINE DI LOMBROSO E DELLE SUE TEORIE

CONCLUSIONI

BIBLIOGRAFIA GENERALE

INDICE DEI NOMI

 
Desideri essere aggiornato sulle nostre novità editoriali?

feed rss Iscriviti al feed RSS
Newsletter Iscriviti alla Newsletter
Questo sito rispetta gli standard di accessibilità
stabiliti dal consorzio internazionale W3C
XHTML Valido
CSS Valido
Credits
© 2019 Priuli & Verlucca, editori
Scarmagno (TO)
P.Iva e Codice Fiscale: 00870160017
realizzato da Bielleweb
Dati fiscali societari
Privacy
Cookie Policy