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Colla stessa mano che son ferito…

Colla stessa mano che son ferito…

La parola scritta delle classi subalterne in Piemonte tra inizio e metà Novecento

Cartonato con sovraccoperta plastificata a colori, formato cm 17,5x25, pp 208, con inserto fotografico in bianco e nero
ISBN 978-88-8068-429-9
 

Recensioni

  • Torino Sette
    Colla stessa mano che son ferito
    Sottotitolo: «La parola scritta delle classi subalterne in Piemonte tra inizio e metà Novecento». Un libro che va alle radici del Piemonte contadino e ne restituisce un sapore inconfondibile, fatto di parole compitate, di espressionimiste, dimagra, dimiseria, di micragna. Tant’è che Bosca parla di «immobilità della società contadina », dell’«ignoranza che la pervadeva», della «rassegnazione a subire ingiustizie ». Ma questa è soprattutto una raccolta di «scritture » povere: lettere di emigranti («sortire dalla miseria»), lettere dimilitari, lettere dal fronte, lettere di innamorati, lettere di parenti che danno cenni di sé, lettere che nell’insieme compongono un bello spaccato di storia «subalterna », e non solo regionale.

  • Torino Sette
    Colla stessa mano che son ferito…
    Sottotitolo: “La parola scritta delle classi subalterne in Piemonte tra inizio e metà Novecento”. Un libro che va alle radici del Piemonte contadino e ne restituisce un sapore inconfondibile, fatto di parole compitate, di espressioni miste, di magra, di miseria, di micragna. Tant’è che Bosca parla di “immobilità della società contadina”, dell’”ignoranza che la pervadeva”, della “rassegnazione a subire ingiustizie”. Ma questa è soprattutto una raccolta di “scritture” povere: lettere di emigranti (“sortire dalla miseria”), lettere di militari, lettere dal fronte, lettere di innamorati, lettere di parenti che danno cenni di sé, lettere che nell’insieme compongono un bello spaccato di storia “subalterna”, e non solo regionale.

  • Il Saviglianese
    Testimonianza «scritta» su uno spaccato di vita in Langa

  • La Stampa
    Le parole scolpite dei contadini-soldati
    «Ospedale da campo 97 (...). E’ il 23 ottobre 1915 e Giacomo vuole informare la moglie di quanto gli è accaduto senza spaventarla. (...) Usa la mano ferita e manifesta con l’espressione “Colla stessa mano che mi son ferito” la grande forza d’animo che solo i contadini soldato possiedono ». Così Donato Bosca nell’introduzione al saggio che analizza la forza, la potenza della parola scritta dalle «classi subalterne » tra inizio e metà del 1900. Quel soldato di cartoline alla famiglia ne scrisse quattro prima di morire. Belle, importanti e conservate come gioielli, come testamento morale di un grande uomo. Donato Bosca: «La voce umana dei nostri giorni non ha questa potenza. Dispersa su un cavo o addomesticata da una tastiera, mediata da un microfono, videoregistrata ed esaltata dalle immagini».
  • Il coltivatore cuneese
    la recensione originale

  • Il Saviglianese
    Editoria del territorio
  • il Corriere di Bra, Cherasco e Sommariva
    Un libro dedicato ai distacchi e ai drammi del vecchio Piemonte
  • Eco mese
    «Lettere e cartoline scritte al chiuso delle caserme… testamenti di poche parole firmate col segno di croce, quaderni di appunti e note di spesa … piccole agende che raccoglievano annotazioni di lavoro o il promemoria di scadenze importanti ». I documenti raccolti da Donato Bosca in questo libro descrivono una «società di gente semplice ma non per questo sprovveduta. L’esperienza era millenaria, i punti di riferimento erano più empirici che astratti e il patrimonio culturale era costituito da grandi serbatoi di sapienza dell’umanità, che erano la Bibbia, il sistema dei proverbi, la civiltà pagana, la scienza pratica con il suo bagaglio di credenze e superstizioni». «Le lettere - commenta Bosca - confermano che la scrittura popolare, priva com’è di sicuri strumenti lessicali e sintattici, si rivela sempre ricca e originalissima, capace di seguire il pensiero nel suo farsi, senza nascondere o velare quello che è il vero e più profondo sentire».«Le emozioni e i sentimenti vengono affidati a parole che hanno la spigliatezza e la concretezza dei conversari quotidiani. Si scrive come si pensa e come si parla». Anche le fotografie avevano il compito di esprimere uno stato d’animo, o una situazione finanziaria o familiare, come quelle spedite da oltre oceano, dove si “leggono” «la fortuna fatta, la salute, i dolori sopportati, la famiglia che cresceva. C’era talvolta in quelle immagini una necessaria finzione, una pietosa bugia». «Ciò che conta,in questo libro - afferma l’autore - sono soltanto i contenuti perché assumono valore emblematico e rispecchiano situazioni, circostanze e problematiche che per decenni si sono ripresentate, sostanzialmente identiche, in tutte o quasi le famiglie contadine che hanno popolato le nostre campagne».

Estratti



Scrivere da soldato con la mano ferita o da emigrante in lingua italiana senza mai averla studiata a scuola. Da ragazza che fa il filo ai compaesani sotto naja o da innamorata per fare entrare nel proprio sogno d’amore la persona che a quel sogno sembra estranea. Da mezzadro per scongiurare un San Martino punitivo che sbatte in mezzo alla strada la famiglia numerosa o da fratelli che devono dividersi case e terreni e non si fidano uno dell’altro. Da donna infelice per protesta contro il matrimonio sbagliato che rende la vita una galera o per rabbia di fronte a un esercito invasore che crede di comandare a casa d’altri.
Scrivere al medico condotto del paese che gena la povera gente o al sindaco raccontando di aver fatto fortuna nella Merica lontana. Scrivere stando in città col rimpianto della campagna o dal proprio cascinale lamentando che la siccità distrugge il raccolto e che bisogna andare via «dalle terre schifose».
Modi diversi di scrivere facendo economia di parole, per stare aggrappati alla vita e non cadere nel silenzio alimentato dalla solitudine e dal distacco. Il nuovo libro di Donato Bosca riporta d’attualità la scrittura obligata di chi a scrivere non era costumato, spiegando in modo avvincente come «la filossera delle parole» nelle Langhe di fenogliana memoria sia stata per l’autore una spinta potente alla fuga dal proprio mondo e, dopo il ritorno al proprio paese da «studiato», un percorso di riscoperta dell’appartenenza alla cultura «nascosta» dei propri antenati contadini.

INDICE

Introduzione
Avvertenza
L’uso tener scritture…
Sortire dalla miseria…

Album

Sprovvisti di santità…
Una malattia attaccaticcia
Felicissima di saperti piemontese
Per tutta la vita galera…
Colla stessa mano che son ferito…
Parte prima
Parte seconda
Servire Dio e la Patria…
Ho paura che questi tedeschi comandino loro…
E sciao… i ricordi di una centenaria
Per concludere…

 
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