
Dove vai pastore?
Pascolo vagante e transumanza nelle Alpi Occidentali agli albori del XXI secolo
Brossura editoriale con sovraccoperta rigida plastificata, 252 pagine, con inserto fotografico a colori, formato cm 21x29,7
Quaderno numero 84.85
Recensioni
- Italic
Pastori fuori dal greggePastori sì nasce o si diventa, ma lo si è sempre con passione. Il piemontese Fulvio Benedetto ha appreso i segreti del pascolo vagante dal nonno, mentre l’abruzzese Nunzio Marcelli è diventato pastore dopo essersi laureato in economia con una tesi sul recupero delle aree marginali per mezzo dell’allevamento ovino. Oggi però, vincoli legislativi, difficoltà economiche e politiche del territorio che lasciano sempre meno spazi alla campagna mettono a dura prova la pastorizia. “Ma è uno dei più antichi mestieri del mondo e troverà comunque il modo di resistere grazie alla forza d’animo degli uomini che lo praticano”, dice a Italic Marzia Verona, esperta in pastorizia nomade e curatrice del blog pascolovagante.splinder.com, tratteggia il futuro di chi pratica la transumanza. Verona, autrice del libro Dove vai pastore? (Priuli & Verlucca, 2006), ha un incarico all’Università di Torino nel progetto Propast (Sostenibilità dell’allevamento pastorale). “Servirebbe un maggiore ritorno economico perché spesso il pastore riesce giusto a sopravvivere. Bisognerebbe valorizzare la carne, specialmente quella prodotta senza l’uso di mangimi, creare consorzi, un marchio di tutela. Ma forse è proprio la natura del pascolo vagante che rende impossibile organizzare i pastori”. Per fare la transumanza bisogna adattarsi a vivere nelle campagne con caldo, pioggia, freddo e neve, spesso anche in solitudine, accontentarsi d’avere come solo punto d’appoggio una roulotte e marciare una decina di chilometri per tappa. Questa la vita di Fulvio Benedetto che a fine ottobre è partito da Fenestrelle, in val Chisone, con 1.000 pecore di razza bergamasca, 100 capre, 200 agnelli e 17 asini per arrivare in primavera a Valleandona in provincia di Asti. Più di 100 chilometri in compagnia delle sue bestie. L’organizzazione del viaggio inizia diversi mesi prima comunicando all’AsL quali comuni si attraverseranno, indicando se si tratta di transito o di sosta e se si pascola su terreni privati o demaniali. “Per fortuna oggi esiste l’email che sveltisce le pratiche” commenta il pastore. Ma lungo il percorso capita di incontrare ordinanze di Comuni che vietano il transito ai greggi: “ È il risultato di comportamenti sbagliati di pochi soggetti che praticano il pascolo di ‘rapina’ senza chiedere il permesso o che causano danni alle coltivazioni e non cercano il proprietario per risarcirlo”, spiega Verona. “Quindi, se non ci sono lamentele da pane dei cittadini si passa, ma quando intervengono le forze dell’ordine si cerca un compromesso o si cambia strada verso altri pascoli”. Il rischio è quello di commettere il reato di pascolo abusivo previsto dall’articolo 36 del codice penale:” È molto facile incorrervi”, sostiene Verona. “Non esiste quasi un pastore che non abbia qualche precedente”. Più delle leggi sono però temuti gli attacchi al gregge da pane di lupi e orsi. Spesso neppure i cani bastano a difendere le pecore. Ogni regione ha stabilito un tariffario di indennizzo per gli animali sgozzati, ma i pastori non sono soddisfatti: “Si tratta di un compenso che equivale al valore della pecora ma non tiene conto che l’animale produce agnelli ed è quindi un potenziale per il gregge”, racconta a ltalic Nunzio Marcelli, che fa pascolare le sue 1.200 pecore di razza sopravvissuta sulle cime dell’Appennino. “Abbiamo chiesto di avere in cambio altri capi di bestiame, ma non ci è stato accordato”. Però non tutti i pastori sono d’accordo con la proposta di essere risarciti con un’altra pecora, questo perché ognuno alleva una razza differente selezionando determinate qualità e pertanto il risarcimento sarebbe difficile da ottenete nel rispetto delle singole esigenze. Ancora, i controlli sanitari dell’ASL pesano sulle tasche dei pastori che dal 2010 devono applicare a ogni animale anche un microchip di riconoscimento per avviare una banca dati genetica che sveltisca la rintracciabilità dell’animale in caso di malattia. Per contro non è semplice stimare il numero dei pastori che praticano la transumanza in Italia: “Credo che ormai la pastorizia nomade sia più sviluppata al nord, con decine di greggi tra Piemonte e Friuli”, dice Marzia Verona. “Parlando con alcuni pastori è emerso che al sud si sta perdendo anche perché sono scomparsi i tratturi, gli storici sentieri battuti dagli armenti”. Comunque ancora oggi un gregge che attraversa strade statali e paesi affascina adulti e bambini, tanto che in alcune località si organizzano giornate di transumanza. “Con il patrocinio della provincia dell’Aquila si programmano due appuntamenti estivi di traversata delle montagne”, racconta Nunzio Marcelli. “ È un modo per far riscoprire antiche tradizioni”. - Torino Sette
Gli ultimi pastori vaganti del Piemonte
La transumanza sulle Alpi è datata intorno al 1700, e da allora è cambiata poco, compresi i pastori vaganti, ancora presenti anche in Piemonte. I bergè, guidano greggi fino a qualche migliaio dipecore,mentreimarghèallevano solo bovini e sono stabili negli alpeggi e in pianura d'inverno. Questo vuol dire che non ci sono solo pastori nomadi nelle steppe o nel sahel,maanchevicino acasa. Ancora oggi sono almeno 50 mila tra ovini e caprini, che pascolano vaganti in tutto il Piemonte.Ealtrettanti quelli stabili negli ovili. Quindi se per caso inmontagna o in provincia, s'incappainqualchegreggechebloccamomentaneamente il traffico, si abbia pazienza, pensandocheilpastorestafacendounlavoro difficile,consempre meno spazi a disposizione, sopportato sovente,quando non guardato con sospetto, da chiunque porti una divisa. Un mondo quello dei vaganti, uguale a se stesso da secoli, che solo da poco usa comodità come fuoristrada, telefonini, recinzioni elettriche, ma come untempodeve subire le stagioni, e i sospetti dei contadini, e in più le pastoie burocratiche che sono tante e non sempre comprensibili. Su questo mondo sommerso una giovane studiosa di Cumiana, Marzia Verona - laurea in agraria, grande passione per montagne, bestie e campagne- haspesodueanni per raccontare inunlibro chi sono, cosa fanno, dove vanno gli ultimi pastori vaganti, prendendo sole, vento, pioggia e neve, nelle province di Torino e Cuneo, spingendosi d'inverno fin nell' Astigiano e nell'Alessandrino, dove i trup, sopravvivono pasturando nei greti dei fiumi, nei gerbidi, nelle meliere,(stoppie di mais), nei prati affittati per qualche giorno. I bergè ormai la conoscono tutti, la chiamano “la librologa”, perchè ha scritto un libro, mentre la Silvia, studentessa che sta facendo una tesi sui lupi è “la lupologa”. Una ventina le interviste sul campo, con racconti di ogni genere..."imparavamo tutti i dialetti dei posti dove andavamo, così da parlare con la gente. Però avevamo anche un nostro gergo che capivamo solo noi pastori...adesempioladonna era la tubèra, l'uomo il tubèr... Molte cose sono cambiate a causa del lupo. Io non sono di quelli favorevoli. Il lupo è un grosso danno per i pastori. In valle Stura ad esempio, erano in tanti ad avere ancora delle greggi non tanto grosse. Le mandavano su in montagna e andavano a vederle una volta la settimana, e intanto facevanoi fienio i lavori dicampagna. Adesso invece devi mettere i recinti, stare sempre dietro alle bestie...magari solo una o due sono uccise del lupo, ma le altre si spaventano, cadono nei burroni, e poi te le pagano poco, quando te le pagano. Non è giusto. Io farei un bel pulman di lupi e gli darei il largo la dove cisono quellicheparlanoeparlano..." Emblematiche le storie dei pastori di Roaschia, piccolo comune della valle Gesso, (Cn), patria della specie di pecora Roaschina, e dove c'è anche un piccolo Museo della Pastorizia. "Raramente - raccontaunodei vecchi - quelli diRoaschiavenivanoalmondoinpaese, ma sul cartun, perchè le famiglie d'inverno eranosempre in giro col gregge, si mungeva, si faceva il formaggio e si vendeva la ricotta girando in bici per i paesi gridando seirass, seirass...In primavera per tornare agli alpeggi si usava ancheil treno. I pastori siradunavano a Tortona, Alessandria, Asti, c'era un prezzo di favore, siaggiungevanodei carri, caricavamo le bestie, poi si facevano delle tappe per chi doveva andare in val Maira,Grana, Stura, Gesso... Ma poi si usava il carro, tirato da un mulo, coperto da un telone, con su imaterassi, le provviste , i secchi e le pentole..."MarziaVeronadefinisce i pastori vaganti di oggi anche"simpatiche canaglie... "Perchè c'è chi magari infrange la legge - dicono - e i colpevoli devono pagare, ma non bisogna generalizzare. e bisogna conoscere a fondo questo mondo prima di giudicare. ..ci sono regole assurde come per esempio fa il pastore a far vidimare i documenti dai comuni 15 giorni prima dello spostamento, prima che avvenga? La partenza dalla montagna non ha una scadenza fissa, dipende dal tempo, dal foraggio...". Curiosa la storia dei tosatori, poichè ci sono squadre composte da un neozelandese e francesi che girano tutta l’Italia.Un costo quasi in perdita, visto che la lana in pratica vale zero. Storie di personaggi epici, stoici e testardi, grandi camminatori, ultimi cavalieri erranti -magari non senza macchia - uomini liberi anche se schiavi delle loro bestie 24 ore su 24 per 365 giorni all'anno, quasi tutti pastori di padre in figlio, perchè nonèunmestiereches'impara per sentito dire; sanno l'ambiente, erbe e piante, quel che rimane dei tratturi tradizionali, magari mangiati da strade, industrie, ferrovie, conoscono le loro bestie a una a una, anche se sono centinaia, e dicono spesso che vogliono smettere, ma non smettono mai, così comedicevanoi loro padri. - La Stampa
Viaggio di due anni assieme ai pastori
Due anni al seguito dei pastori transumanti in Piemonte. E’ questo il filo sul quale corre il «quaderno di cultura alpina» curato da Marzia Verona. Due anni costellati di incontri, dialoghi serrati, scoperte, testimonianze. Li ha ordinati e raccolti in un volume che è cronaca giornalistica, che è storia e racconto. Protagonisti sono il popolo dei pastori che, con greggi i mandrie vivono le alpi, sui versanti italiano e francese. Si legge di lupi e formaggi, di fatiche e incontri straordinari. Come un meraviglioso documentario. «Al romanticismo della transumanza e del nomadismo, si sostituisce il realismo crudo dei colori, degli odori, dei rumori, dei gesti e degli orari quotidiani», si legge sull’ultima di copertina che inno in difesa «di un mestiere troppo spesso denigrato». - alpinia.net
L'Imperdibile di novembre 2006la recensione sul sito alpinia.net
Marzia Verona sbanca Alpinia potremmo titolare, infatti due libri recensiti e due belle classificazioni: Vita d’alpeggio Libro del cuore, questo addirittura Imperdibile del mese!
L’autrice è una ragazza che vive in Valle Sangone a Cumiana, ma che soprattutto ama profondamente la sua terra, le sue genti, le proprie tradizioni e questo lo si capisce in ogni parola dei suoi libri, opere appassionate e appassionanti.
In Vita d’alpeggio ha visitato e descritto la vita dei Marghè dell’arco alpino piemontese, qui ha studiato e vissuto il pascolo vagante e la transumanza delle stesse zone.
La sua è un’opera titanica che ha visto Marzia salire e scendere valli e argini fluviali per ben due anni seguendo praticamente tutti i greggi dei pastori vaganti che ancora oggi praticano tale attività tra Piemonte e Francia: primavera, estate, autunno, inverno, dalla piana ai pascoli di montagna, con il sole, la pioggia, la neve, la nebbia, il caldo e il freddo, lei è salita alla ricerca dei protagonisti di questo libro, i pastori e i loro trup di feie, i greggi di pecore.
Fino ad ora la pastorizia vagante aveva un’opera storica: Fame d’erba di Gianfranco Bini, ora con Dove vai pastore? ne abbiamo il seguito, anche se le foto sono meno ampie di quell’obiettivo storico di Bini ma pur sempre molto belle, dove i testi raccolti sono la parte preponderante del libro.
Fulvio, Fabrizio, Dario, il mitico Albino e molti altri, sono i pastori che l’autrice ha rincorso per due anni, condividendo stenti e intemperie, ma anche gioie e momenti di allegria, raccontandone le vicende, raccogliendone confidenze e segreti, in un libro di grande formato, dove lo scritto è fitto fitto e le parole sono preponderanti rispetto alle immagini, ma è Marzia stessa che ci ha detto che le vicende a volte ripetitive, sono sempre riportate, per un tacito patto di onestà nei confronti di ogni intervistato: a nessuno è stato fatto il torto di omettere qualcosa.
Per la prima volta esce un libro che racconta tutta la verità su questo lavoro che sta scomparendo, per tanti motivi: perchè è un lavoro duro, perchè non ci si arricchisce, perchè gli imprevisti sono sempre troppi, perchè sempre di più sono le difficoltà che i protagonisti incontrano, a partire dai pregiudizi della gente che non ha più comprensione per un mestiere ancestrale e di antichissima tradizione.
La cosa che meraviglia e stupisce non poco è che chi resiste a fare il pastore vagante, lo fa per pura passione, anche rinunciando a mestieri meno pesanti e faticosi, ma il marciare con le proprie pecore, il poter far nascere gli agnelli, il dormire guardando le stelle, sono elementi irrinunciabili, anche se incomprensibili in una società del benessere e dei consumi come la nostra. Sono uomini rudi, ma dal cuore tenero, che amano profondamente il proprio sforzo e che non trovano la forza o la voglia di cambiare, abituati a doversi arrangiare come le bestie selvatiche che combattono per la sopravvivenza del gregge.
Marzia è riuscita a farsi accettare, perchè si è presentata sincera, senza falsa condiscendenza o spirito di superiorità. Ha lavorato veramente bene e questo libro è come un grandioso affresco sul lavoro dei pastori vaganti nei primi anni 2000. Ha mostrato anche lei di amare la pastorizia vagante, riuscendo a immedesimarsi nei protagonisti, facendosi accettare, diventando in pratica una di loro. Dobbiamo essere grati al suo lavoro appassionato di ricerca e di descrizione, questi suoi due libri ci permettono di conoscere e di apprezzare totalmente chi non ha rinunciato alla propria dignità montanara ed è libero di rinunciare a benessere e comodità, nel nome di un’identità antica e di grande dignità.
Un vero Imperdibile!
Estratti
Un lungo viaggio di due anni al seguito dei pastori nomadi transumanti in Piemonte è il filo conduttore di quest’opera, che nasce per documentare il fascino romantico di un mestiere antichissimo, ma che via via fotografa e descrive con grande concretezza una realtà viva che cerca di non soccombere in un mondo che le lascia sempre meno spazi.
La pastorizia ha origini remote, è stata una delle prime attività dell’uomo ed ha lasciato i suoi segni sul territorio e nelle civiltà che l’hanno praticata: anche il Piemonte ha una tradizione storica ampiamente documentata, ma il «pascolo vagante» oggi sta assumendo connotazioni nuove, pur restando legato alle primarie esigenze degli animali: trovare sostentamento quotidiano e spazi dove transitare. Per comprendere appieno questo fenomeno, vengono innanzi tutto presentati gli aspetti storici, normativi e tecnico-scientifici che caratterizzano e regolano la pastorizia nomade, quindi lo sguardo si sposta sui protagonisti con una galleria di venti ritratti.
È la loro voce, insieme a descrizioni, commenti ed immagini dell’Autrice, a portarci alla conoscenza diretta di cosa vuol dire essere «pastore vagante» per 365 giorni all’anno, dalla salita in alpeggio primaverile al maltempo che segna la fine della stagione in montagna, per poi proseguire nei lunghi mesi invernali, tra siccità, neve, carenza di foraggio, divieti di pascolo, strade trafficate da attraversare con centinaia di animali al seguito. Voci senza tempo, dove il passato ed il presente si mescolano, voci giovani, di chi ha iniziato da poco seguendo la passione per gli animali, parole rassegnate e toni convinti di chi ama il proprio lavoro, la propria vita e non ci sta ad arrendersi. Non sono gli «ultimi» e non vogliono esserlo, ciascuno cerca la propria strada per sopravvivere, uniti da un mestiere difficile, ma sempre in competizione per gli spazi da utilizzare.
Il pastore è il suo gregge, ne parla in prima persona, le esigenze degli animali vengono prima delle proprie, fino a dire che il momento più bello della giornata è «quando le pecore sono sazie, quando hanno la pancia piena, allora il pastore gode».
Al romanticismo della transumanza e del nomadismo si sostituisce il realismo crudo dei colori, degli odori, dei rumori, dei gesti e degli orari quotidiani. Ne emerge un mondo che arriva dal passato ed attraversa il presente, da cui acquisisce i mezzi che possono facilitarlo, ma da cui riceve sempre meno riconoscimenti, quasi volesse cancellarlo con il silenzio. Per qualcuno lo stare nascosti è la speranza di sopravvivenza, altri chiedono di far conoscere la propria vita, affinché si crei una maggiore consapevolezza nei confronti di un mestiere troppo spesso denigrato da luoghi comuni ed ignoranza.
Sommario
Prefazione, di Luca Maria Battaglini
Introduzione
Cenni storici
Il pascolo vagante
Allevamento ovino e territorio
Il pastore
Fulvio
Fabrizio
Piero Barbetta
Giorgio
Dario
Bepin & Mario
Sandro
Vacchiero
Scala
Il Grillo
Albino
Magnana
Beppe & Flavio
Alfio
Piero Bërsagliè
Balbis
Riccardo [vedi il pdf nella photogallery]
Pognant
Renato
Per concludere…
Lessico
Ringraziamenti
Bibliografia
Introduzione
Dove vai, pastore? Una domanda che sorge spontanea, vedendo transitare il gregge: chissà qual è la sua strada. C’è però anche un secondo significato, in questo interrogativo: qual è il destino di questi uomini, delle loro greggi, della pastorizia nomade? Per entrambi i quesiti non c’è una risposta definitiva: il pastore si terrà sul vago riguardo la sua meta, per propria volontà, cercando di evitare problemi con chi potrebbe non gradire la sua presenza, mentre scuoterà la testa riguardo al futuro, che vede sempre più incerto e difficoltoso.
Pastori erranti. Oggi, nel ventunesimo secolo, in mezzo al nostro frenetico vivere quotidiano.
Giornate scandite dalle stagioni, dai ritmi e dalle esigenze degli animali. Possiamo incontrarli casualmente in un giorno qualsiasi, quando la loro strada interseca la nostra, qualche volta è addirittura sufficiente osservare con un po’ più di attenzione il panorama che scorre intorno ai finestrini delle nostre auto per notare un gregge che pascola placido in un prato, tra le stoppie, lungo un corso d’acqua. Ci chiederemo: chi sono? Quante bestie hanno? Dove stanno andando? Da dove provengono? Che esistenza conducono?
La mia è stata una scoperta inattesa, tutto è nato per caso da domande contenute in una scheda che stavo utilizzando nel corso di un lavoro. Informazioni chieste meccanicamente centinaia di volte. Nome, Cognome, Residenza invernale, Comune di provenienza delle bestie… «Pascolo vagante ». Questa era stata la risposta che, inaspettatamente, mi ero sentita dare un giorno, quando mi stavo occupando del censimento degli alpeggi nelle province di Torino e Cuneo. Avevo inserito nella scheda anche questa voce, al posto del nome di un Comune, ma mi era rimasta la curiosità di sapere cosa significasse il «pascolo vagante» e chi fossero quelli che lo praticavano. Poco alla volta, ho scoperto una realtà particolare, antica e moderna nello stesso tempo, che rischia di scomparire proprio perché tutto, intorno, sta cambiando. Trovare un equilibrio tra la tradizione e le nuove esigenze è sempre più difficile, gli spazi si riducono, le greggi sono sempre più grosse, il loro spostamento è regolamentato da leggi ed ordinanze che qualcuno cerca di aggirare, a scapito di altri. Un mondo quasi sconosciuto, ma che non merita di essere ignorato. Una realtà che mi ha dapprima incuriosita, poi affascinata, ed a cui ho dedicato molto del mio tempo per quasi due anni. È stato un vero e proprio colpo di fulmine, che si è tramutato in amore giorno dopo giorno. Alla semplice curiosità, poco alla volta si è sostituita la voglia di poter aiutare queste persone e dare loro una voce. Forse sono stata anche un po’ contagiata dalla maladia, la passione per le pecore, che contraddistingue tutti i personaggi di questo libro. E così, sempre con la macchina fotografica a tracolla, spesso mi sono anche trovata a dare una mano nei lavori quotidiani. Quando stavo lontana dalle greggi per una settimana, iniziavo a sentirne la mancanza. E mi mancavano anche le chiacchiere con i miei amici pastori, i piccoli pettegolezzi, gli aneddoti, i discorsi filosofici sulla vita e sul mondo che cambia, stare al pascolo ad osservare gli animali, senza stancarsi mai, perché ogni giorno è diverso ed al mattino non si sa mai cosa potrà succedere, prima che venga sera. Ed anche quando sei stufo, quando non ne puoi più, sai che devi sperare che le cose cambino in meglio, perché non puoi lasciare i tuoi animali, non riesci ad immaginare una vita diversa. Non potevo non lasciarmi affascinare sempre più da loro, dalla loro vita, che pure potrebbe sembrare completamente priva di attrattive, dura, limitata e fortemente condizionata da un complesso insieme di fattori.
Chi è il pastore, quella persona che più di ogni altra sa leggere i mutamenti del tempo, l’umore dei suoi animali? Com’è strutturato quel mondo a sé stante, legato indissolubilmente al gregge ed al trascorrere delle stagioni? È un vero e proprio universo indipendente, che bisogna saper gestire ed organizzare continuamente, che impegna l’uomo giorno e notte, assorbendo tutti i suoi pensieri. Il pastore errante non gode di una buona reputazione, come tutti i nomadi è guardato con sospetto dagli «altri», dagli stanziali. È una condizione che affonda le sue radici nella preistoria, quando si formarono i primi nuclei abitativi stabili. Nello stesso tempo, il pastore si ritiene però più fortunato, avvantaggiato e di mente più aperta rispetto ai contadini, in quanto viene a contatto con molte diverse realtà, nel suo viaggio dalla montagna alla pianura. Nel corso degli ultimi decenni, questo divario è andato smussandosi, ma intorno al gregge ed al suo «capo» rimane un’aura particolare, la si coglie negli occhi dallo sguardo diretto, dai racconti senza tempo, dal tono con cui gli altri parlano dei pastori.
È così che è nata questa ricerca, passo dopo passo, giorno dopo giorno, dai pascoli ventosi di alta montagna alle pianure fangose nel disgelo primaverile, dalla transumanza in un pomeriggio autunnale ai preparativi per tornare in alpeggio. Lo studio si è poi sviluppato su vari fronti: le testimonianze che ho raccolto necessitavano infatti di un supporto tecnico-scientifico e storico, per rendere maggiormente comprensibili gli argomenti che compaiono nei dialoghi con i pastori e per evidenziare la fondamentale importanza del ruolo della pastorizia nella gestione del territorio.
Contrariamente a quello che alcuni potrebbero pensare, non è stato difficile costruire un rapporto
di fiducia reciproca con i testimoni che compaiono in queste pagine. Innanzi tutto ho ascoltato. Li ho accompagnati nello svolgimento delle mansioni quotidiane, e dopo qualche tempo ero già entrata a far parte del loro mondo. Mi è stato concesso di trascorrere insieme vari momenti dell’anno, più che di interviste, si è trattato di lunghe chiacchierate. Anche se trascorrono mesi senza incontrarsi, i pastori sono però costantemente aggiornati su cosa accade in quella cerchia ristretta di chi svolge quel mestiere, così poteva succedere che le voci mi precedessero ed ero attesa anche da chi ancora non conoscevo.
Quando ho deciso di scrivere questo libro, è stato naturale cominciare proprio da colui che, casualmente, è stato il primo a «svelarmi» l’esistenza di un mondo di pastori erranti. Da quel momento, ho vissuto molte giornate con lui e con i suoi «colleghi». Sono state ore di parole che si seguivano in libertà. Le domande dovevano sempre essere casuali, per avere delle risposte vere e spontanee. Non potevo accontentarmi solo dei loro racconti per capire cosa volesse dire una nevicata precoce, una pioggia prolungata, spostare il gregge lungo una strada, il fango nei prati di pianura, la tosatura, dovevo vivere anch’io questi momenti. Tanti dettagli forse non mi sarebbero neanche stati descritti, essendo troppo scontati e normali per essere narrati, eppure sono parte inscindibile del loro mondo. E così tornavo a casa impolverata o infangata, con i vestiti, la pelle, i capelli che odoravano di pecora. Nella mia auto c’era sempre l’ombrello di stoffa con la punta di legno, gli scarponi pronti per camminare nel fango o per salire in montagna, la cana di legno dal manico ricurvo. Inizialmente non avevo ben chiaro in mente cosa stessi cercando, ma a poco a poco le pagine hanno iniziato a riempirsi di parole, di suoni, di immagini e persino di silenzi, più che mai eloquenti. Uno di questi va a coprire proprio l’identità di quello che, poco per volta, è diventato un mio amico. Più è più volte ha ribadito di non voler comparire in foto e mi ha chiesto di non scrivere nemmeno il suo nome. Solitario è e solitario vuole restare, niente di esterno deve venire a turbare il suo mondo, già di per sé fragile e soggetto ai più svariati imprevisti.
Le interviste sono state raccolte con i pastori e con i loro garzoni nelle diverse valli delle province di Torino e Cuneo per quello che riguarda la stagione di alpeggio, nel Pinerolese, nell’Astigiano, nel Vercellese, nell’Alessandrino, nel Canavese e nelle Langhe durante il periodo di pascolo vagante. C’è chi ha accolto con gioia il mio progetto, perché parlare di questa vita è una garanzia di continuità «altrimenti questo lavoro va a perdere e non ci sarà più nessuno a farlo». Qualcuno invece sostiene che solo il passare inosservato può ancora consentire la tranquilla prosecuzione della sua attività. Ho cercato di rispettare la volontà di ciascuno, riportando il più fedelmente possibile quello che mi veniva detto e ciò che ho potuto osservare con i miei occhi. Voglio ringraziare tutti i pastori, da quello con cui ho chiacchierato solo per breve tempo fino a coloro che hanno condiviso con me lunghe giornate: dedico a tutti le pagine che seguono, in particolar modo ai giovani, che possano continuare a camminare passo dopo passo insieme al loro gregge, senza finire soffocati dai divieti, dall’asfalto, dal cemento, dalla burocrazia, dai pregiudizi. Concedetemi un’ultima dovuta precisazione nei confronti di chi ha concesso minuti, ore e giorni a me ed al mio lavoro: lo spazio attribuito e le immagini pubblicate non vogliono far torto a nessuno. Ognuno avrebbe meritato un proprio libro. Quello che ho scritto subito dopo ogni incontro, è poi stato rivisto, pur mantenendo fedelmente le parole che avevo ascoltato e trascritto. Se qualcuno ha avuto più spazio, è solamente perchè era disponibile per una mia visita quando io potevo recarmi presso di lui, si trovava in una zona per me più vicina da raggiungere, le foto scattate in quel giorno avevano la luce giusta… In nome dell’amicizia che ho instaurato con ciascuno di voi, per pochi istanti o per lunghe ore, perdonate ogni mio errore o imprecisione.






























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