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Ghiaccio vivo

Ghiaccio vivo

Storia e antropologia dei ghiacciai alpini

Cartonato con sovraccoperta plastificata a colori, formato cm 14x21,5, pagine 304 con inserto fotografico

ISBN 978-88-8068-493-0
PREMIO LEGGIMONTAGNA 2011. SECONDO CLASSIFICATO SEZ. SAGGISTICA

 

Recensioni

  • Messaggero Veneto
    Vincono Casella e Gherzi. De Infanti è l'alpinista amico
  • L'Adige
    Leggimontagna
  • Notiziario CDP
    Ghiaccio vivo

  • La Rivista del CAI
    No al paradisoperduto. Montagna è contaminazione
  • Trentino
    Temevamo i ghiacciai, adesso ci mancano

  • alpinia.net
    Ghiaccio vivo
     
    I montanari del Seicento vissero l’avanzata dei ghiacciai alpini come una maledizione, ma nel Settecento questa visione si è rovesciata grazie alla progressiva rivalutazione dell’alta montagna e alla percezione positiva dei ghiacciai, rivelatisi nella rappresentazione artistica, nell’avventura alpinistica e nella colonizzazione turistica.

Se i nostri antenati temettero la discesa dei fiumi gelati, fonte di disordine e distruzione, al contrario noi temiamo e subiamo la salita dello zero termico e l’arretramento delle nevi. Il « drago » delle paure e delle leggende primordiali si libera dal suo gelido sudario e riappare negli incubi notturni dell’improvvido popolo di internet al tempo del disgelo. 

Camanni, come in tutti i suoi studi, fa un'analisi precisa e puntuale sul rapporto tra le popolazioni locali, prima, e con gli alpinisti poi, e i ghiacciai.

Un inferno prima, nella piccola glaciazione del seicento e più tardi un paradiso con la nascita del divertimento dell'alpinismo.

Il ghiacciaio era vista come una sorta di drago e ben significativa è l'immagine di copertina, tratta da un'opera di H.G. Willink, ora l'atteggiamento dell'uomo è ben differente e appare sempre più preoccupato per l'arretramento e la possibile morte stessa dei ghiacciai.

 L'autore studia il passato, interpreta le paure di una volta e le mette comparate con quelle di oggi, che sono ben all'opposto di quelle di allora: da un'invasione catastrofica dei ghiaccia nelle valli abitate dai montanari al ritiro degli stessi e questa volta, per il riscaldamento globale, forse non più nel ciclico movimento di ampliamento e restringimento, ma forse per la sparizione definitiva, senza ritorno...

  • La regione Ticino
    Orizzonti di ghiaccio

    Ha ragione Enrico Camanni: “I ghiacciai furono, sono e probabilmente resteranno – finché ci saranno – uno dei più sensibili termometri della nostra meraviglia e della nostra paura”. In altre parole, basta avere doppiato i cinquant’anni per serbare negli occhi l’incanto del primo incontro con un ghiacciaio, e il successivo sgomento nel vederlo ridotto a uno strofinaccio, o arretrato nel suo alveo, inciso a fondo dai ruscelli di fusione che il gran caldo del nostro tempo alimenta. E allora non è propriamente un requiem per i ghiacciai alpini, ma almeno un memento mori questa recente fatica di Camanni, Ghiaccio vivo. Storia e antropologia dei ghiacciai alpini (Priuli & Verlucca, pagg. 301, 18.50 euro), intelligente e amorevole indagine sulla relazione tra l’uomo montanaro-alpinista e l’elemento forse più distintivo della natura alpina. Dunque siamo nell’ambito della storia culturale, non dei trattati di glaciologia o di storia naturale. Così, una parte determinante la gioca la percezione, se non “l’invenzione” dei ghiacciai, nel senso che fu dato all’invenzione del Monte Bianco, vale a dire la costruzione di un immaginario attorno a un qualcosa che già esisteva e chissà da quanto tempo. Scienza, religione, superstizione, avventura, filosofia (e il relativo corpus letterario che ne nacque), hanno concorso a dare corpo a un’immagine che ha resistito alla violenza del tempo che passa. Che aveva resistito. Il ghiacciaio come forma estrema ed esclusiva delle Alpi fu abbordato dapprima dagli intraprendenti montanari gressonardi che cercarono un valico transitabile alle quote più elevate del Monte Rosa, ma divenne un luogo obbligato del sapere sulla scorta dell’enciclopedismo e poi con le romanticherie del Diciannovesimo secolo. Non che tutti ci cascassero: Camanni cita un Hegel che nel 1796 si trova ai piedi della Jungfrau e dei ghiacciai scrive: “La loro veduta non offre nulla di particolarmente interessante”. È vero che Hegel era Hegel, e che l’alpinismo doveva ancora maturare; ma bastarono pochi anni perché l’avventura alpina prendesse le fattezze della sfida al rischio, e l’industria del turismo mettesse radici da Chamonix a Zermatt, e allora sì, il registro sarebbe cambiato. In effetti, furono gli alpinisti a esaltare tutta la forza simbolica dei ghiacciai. L’insidia dei crepacci, l’attrazione di pareti sempre più ripide da superare, l’equilibrio precario e affascinante dei seracchi hanno fatto da sfondo, anzi: da motivo, ad avventure straordinarie, persino costitutive della nostra cultura. Un “gioco” (sì, secondo Leslie Stephan le Alpi erano il “terreno di gioco d’Europa”) di cui la prima Guerra mondiale rivelò il risvolto più tragico, quando i coscritti di Italia e Austria furono mandati ad ammazzarsi o a morire congelati in grotte di ghiaccio scavate nei fronti a tremila metri. Ed un gioco che si sta disfando nelle mani di chi lo ha concepito, viene da dire e da leggere, pensando a un’industria dello sci che ha spremuto tutto le spremibile dalla riserva alpina di “oro bianco”, che si credeva inesauribile e ora si scioglie prima ancora che finisca l’inverno. I ghiacciai, cito dal libro, si riducono in estensione e volume. Dal 1980 al 2005, 30 miliardi di metri cubi d’acqua di ghiacciaio si sono sciolti a causa del riscaldamento climatico. L’equivalente dei laghi di Neuchâtel, dei Quattro Cantoni e di Zurigo messi insieme.

  • L’indice dei libri del mese
    Montagne tra paura e purezza
  • La Rivista del Club Alpino Italiano
    Ghiaccio vivo
    Per gli alpinisti di 50 e più anni fa il ghiaccio vivo era una sostanza vitrea, trasparente nero-verde, quanto di più duro e stabile esistesse che quando affiorava sotto la neve estiva obbligava a un lungo e faticoso lavoro di scalinatura. Una simile concezione settoriale è emblematica di quanto la visione della realtà sia condizionata dalla sua funzione. Seguendo questo concetto di base Camanni ha scritto questo libro fondamentale in cui traccia una storia dei ghiacciai dal punto di vista della percezione che di essi avevano e hanno quanti si sono da sempre dovuti o voluti confrontare con la loro entità. Libro fondamentale in quanto dà corpo e voce a quella che può essere considerata una nuova scienza, l’antropologia dei ghiacciai appunto, come recita il sottotitolo, esponendola organicamente secondo le categorie in base alle quali il fenomeno è stato storicamente investigato. Il mutare dell’atteggiamento e del rapportarsi dell’uomo con questa materia viva e in perenne movimento viene esposto in modo scorrevole e per nulla pedante, anche attraverso citazioni di brani di autori che si sono occupati dei ghiacciai, sia sotto l’aspetto scientifico che artistico, letterario sportivo e via dicendo. Così come prima dell’Illuminismo il ghiacciaio e le sue attività, con conseguenze più o meno funeste, erano vissute come una maledizione, con un atteggiamento sostenuto dai miti, dalle superstizioni, dalle leggende e dal concetto che della natura aveva il mondo protestante, ecco che con l’I lluminismo e la scoperta delle Alpi da parte di scienziati, alpinisti e artisti si verifica un ribalta mento in positivo della percezione dell’essenza e della funzione dei ghiacciai, che in tal modo entrano a far parte dell’immaginario collettivo sia come elemento estetico del paesaggio, sia come risorsa, fino ad arrivare agli eccessi di sfruttamento, dallo scie estivo all’utilizzazione selvaggia delle acque per la produzione di energia elettrica. Ma la ritirata dei ghiacciai causata dai mutamenti climatici dovuti al riscaldamento globale in parte indotto e accelerato dall’uomo, rovescia nuovamente il punto di vista, in quanto il 112011 170 ritiro e la scomparsa parziale o totale delle masse glacia li viene nuovamente vissuta come un incùbo generato anche dai sensi di colpa per il cattivo uso dell’ambiente da parte delle generazioni del tempo di internet in questa fase di deglaciazione. Come conclude l’autore nella sua introduzione: “Certamente negli ultimi tre secoli, che possiamo certificare con dovizia di cronache e documenti, l’evoluzione dei ghiacciai alpini ha accompagnato i pensieri dell’uomo di montagna e di pianura, costringendolo a interrogarsi sulle proprie azioni e sul proprio destino. Questo è il loro (dei ghiacciai - n. d. r.) fascino, e il loro insegnamento’: È quindi una questione di rilevanza globale che coinvolge quindi sia i montanari che i cittadini e tutta la scala delle relative va lutazioni, da quella estetica a quella identitaria, a quella dei danni ecologici ed economici, e costituisce materia che così introdotta da Camanni come nuova scienza merita ulteriori riflessioni e ripensa menti sui comportamento umani.

  • Corriere delle Alpi
    Quando i ghiacciai erano "maledetti" perché avanzavano
    Per secoli i nostri antenati hanno guardato ai ghiacciai in piena avanzata nella piccola era glaciale di metà 17° secolo come ad una maledizione, un simbolo di disordine e distruzione, oltreché un terreno da evitare accuratamente. «Scendono senza posa verso valle, distruggendo nel lento ma inarrestabile avanzare i pascoli e le foreste che li circondano... I ghiacciai avanzano sempre, trascinando con sé dalle regioni superiori tutte le macerie delle montagne e massi immensi, e gigantesche quantità di sabbia e sassi»: così descriveva i ghiacciai della Savoia all’amico Thomas Love Peacock il poeta Percy Bysshe Shelly nell’estate del 1816. Oggi invece ne osserviamo con preoccupazione il loro progressivo arretramento sotto i colpi inferti dal riscaldamento globale, da stagioni con pochissime precipitazioni nevose anche in quota, viviamo con preoccupazione diffusa queste estati sempre più torride che si “mangiano” letteralmente migliaia e migliaia di metri cubi di ghiaccio perenne alle fronti dei ghiacciai. La nuova maledizione per l’uomo di oggi, affamato di risorse da consumare (e sprecare) e poco propenso a riequilibrarne gli effetti, ha l’immagine dei ghiacciai delle Alpi che si ritirano, e che in prospettiva nascondono la paura dell’idea che per i serbatoi dell’Europa vi siano davvero gli anni contati. Tra il drago primordiale (quello del celebre disegno di H.G. Willink “Wilderwurm Gletscher” per l’opera di C.T. Dent “Mountaineering”) che dalle montagne scendeva verso i fondovalle e il drago moderno che oggi quel ghiaccio se lo divora, i ghiacciai sono stati un termometro della nostra meraviglia e della nostra paura di fronte alla potenza della natura: «Hanno costretto e costringono l’uomo (di montagna e di pianura) ad interrogarsi sulle proprie azioni e sul proprio destino », scrive Enrico Camanni nelle ultime righe della sua introduzione a “Ghiaccio vivo -  Storia e antropologia dei ghiacciai alpini”, da poco pubblicato da Priuli & Verlucca (304 pagine, 18,50 euro). Il primo importante cambiamento di atteggiamento nei confronti dei ghiacciai, di quell’inferno, purgatorio per anime dannate secondo le leggende delle valli dei Walser di Svizzera e Italia, diventato di colpo paradiso, risale però alla fine del 1700, quando insieme ad un nuovo approccio scientifico si fa spazio l’ammirazione e di una profonda rivalutazione per il sublime e il selvaggio. L’alta montagna con i suoi ghiacciai, le potenti cascate che fuoriuscivano dalle loro fronti ne erano un esempio insuperabile. E ognuno, artista, viaggiatore, scrittore contribuiva a riscrivere le montagne, ricercando colori e parole per tradurre lo spavento in bellezza. Figli di questa cultura saranno fenomeni che si riveleranno determinanti per la vita nelle Alpi quali l’alpinismo e il turismo alpino. Enrico Camanni ci accompagna attraverso le pagine del suo libro tra innumerevoli scenari di ghiacciai: testimoni della conquista alpinistica, della Guerra Bianca, del Bergfilm. E arriviamo ai giorni nostri: il ghiacciaio è una creatura fragile, ha bisogno di neve per nascere, di ghiaccio per crescere, di freddo per sopravvivere. Dal 1860 la regressione è stata pressoché costante e un quadro naturale di fluttuazioni climatiche è alterato e accelerato nelle conseguenze dalla “febbre” del pianeta. Secondo il Dipartimento di Geografia dell’Università di Zurigo dove si studiano gli scenari futuri per i nostri ghiacciai alpini nel 2060 la riduzione di superficie dei ghiaccia alpini potrebbe raggiungete addirittura il 70 per cento rispetto al 1995. «E una prospettiva che obbliga amministratori e operatori del turismo a guardare in modo diverso alle loro montagne - dice Camanni - e qui non si tratta di affrontare solo la probabile crisi del turismo invernale o di salvare i ghiacciai per le esigenze turistiche, anche i nostri occhi cambieranno».

  • Alto Adige
    Quando i ghiacciai erano maledetti perché avanzavano

    Per secoli i nostri antenati hanno guardato ai ghiacciai in piena avanzata nella piccola era glaciale di metà 17° secolo come ad una maledizione. Un simbolo di disordine e distruzione, oltreché un terreno da evitare accuratamente. «Scendono senza posa verso valle, distruggendo nel lento ma inarrestabile avanzare i pascoli e le foreste che li circondano... I ghiacciai avanzano sempre, trascinando con sé dalle regioni superiori tutte le macerie delle montagne e massi immensi, e gigantesche quantità di sabbia e sassi»: così descriveva i ghiacciai della Savoia all’amico Thomas Lave Peacock il poeta Percy Bysshe Shelly nell’estate del 1816. Oggi invece ne osserviamo con preoccupazione il loro progressivo arretramento. La nuova maledizione per l’uomo di oggi, affamato di risorse da consumare (e sprecare) e poco propenso a riequilibrarne gli effetti, ha l’immagine dei ghiacciai delle Alpi che si ritirano. Tra il drago primordiale (quello del celebre disegno di H.G. Willink “Wilderwurm Gletscher” per l’opera di C.T. Dent “Mountaineering”) che dalle montagne scendeva verso i fondovalle e il drago moderno che oggi quel ghiaccio se lo divora, i ghiacciai sono stati un termometro della nostra meraviglia e della nostra paura di fronte alla potenza della natura: «Hanno costretto e costringono l’uomo (di montagna e di pianura) ad interrogarsi sulle proprie azioni e sul proprio destino), scrive Enrico Camanni nelle ultime righe della sua introduzione a “Ghiaccio vivo - Storia e antropologia dei ghiacciai alpini”, da poco pubblicato da Priuli & Verlucca (304 pagine, 18,50 euro). il primo importante cambiamento di atteggiamento nei confronti dei ghiacciai, di quell’inferno, purgatorio per anime dannate secondo le leggende delle valli dei Walser di Svizzera e Italia, diventato di colpo paradiso, risale però alla fine del 1700, quando insieme ad un nuovo approccio scientifico si fa spazio l’ammirazione e di una profonda rivalutazione per il sublime e il selvaggio. Camanni ci accompagna attraverso le pagine del suo libro tra innumerevoli scenari, fino giorni nostri: il ghiacciaio è una creatura fragile. Dal 1860 la regressione è stata pressoché costante. 

  • La Valsusa
    Ottimi libri da regalare a Natale
    Mancano due giorni a Natale, e molto probabilmente qualcuno di noi si sarà dimenticato di fare tutti i regali da mettere sotto l’albero. Ma non è mai troppo tardi’ Ecco quindi alcuni consigli utili, per avere la certezza di fare regali di pregio e non sfigurare’ Iniziamo dalla casa editrice Priuli & Verlucca: se l’interessato è un amante della montagna, si farà un regalo graditissimo acquistando l’ultima opera di Enrico Camanni “Ghiaccio Vivo - Storia e antropologia dei ghiacciai alpini” (300 pagine, 18,50 euro): il grande scrittore torinese racconta, con la conosciuta maestria, come i montanari del Seicento vissero l’avanzata dei ghiacciai alpini come una maledizione. Ma nel Settecento questa visione si è rovesciata grazie alla progressiva rivalutazione dell’alta montagna e alla percezione positiva dei ghiacciai, rivelatisi nella rappresentazione artistica, nell’avventura alpinistica e nella colonizzazione turistica. Se i nostri antenati temettero la discesa dei fiumi gelati, fonte di disordine e distruzione, al contrario noi temiamo e subiamo la salita dello zero termico e l’arretramento delle nevi. Il « drago» delle paure e delle leggende primordiali si libera dal suo gelido sudario e riappare negli incubi notturni dell’improvvido popolo di internet al tempo del disgelo. Camanni ha ricostruito il grande patrimonio di leggende di età moderna, che si rifanno all’avanzata dei ghiacci del 5-’600 che ebbe conseguenze pesanti per la gente delle Alpi. “Oggi - spiega l’autore - una regressione molto più rapida di quella medievale ci turba, anche perché mette a rischio l’enorme bacino idrico dell’Europa, e per la consapevolezza diffusa che a questo regresso stiamo dando una mano. E probabile che l’estensione dei ghiacciai dell’alto medioevo fosse superiore a quella attuale, come indica l’uomo dei Similaun conservato dal ghiaccio lì mai venuto meno. E in Francia e in Svizzera, oggi ci si interroga parecchio sui cambiamenti del turismo” .

  • Trentino
    Quando i ghiacciai erano "maledetti" perché avanzavano
    Per secoli i nostri antenati hanno guardato ai ghiacciai in piena avanzata nella piccola era glaciale di metà 17° secolo come ad una maledizione, un simbolo di disordine e distruzione, oltreché un terreno da evitare accuratamente. «Scendono senza posa verso valle, distruggendo nel lento ma inarrestabile avanzare i pascoli e le foreste che li circondano... I ghiacciai avanzano sempre, trascinando con sé dalle regioni superiori tutte le macerie delle montagne e massi immensi, e gigantesche quantità di sabbia e sassi»: così descriveva i ghiacciai della Savoia all’amico Thomas Love Peacock il poeta Percy Bysshe Shelly nell’estate del 1816. Oggi invece ne osserviamo con preoccupazione il loro progressivo arretramento sotto i colpi inferti dal riscaldamento globale, da stagioni con pochissime precipitazioni nevose anche in quota, viviamo con preoccupazione diffusa queste estati sempre più torride che si “mangiano” letteralmente migliaia e migliaia di metri cubi di ghiaccio perenne alle fronti dei ghiacciai. La nuova maledizione per l’uomo di oggi, affamato di risorse da consumare (e sprecare) e poco propenso a riequilibrarne gli effetti, ha l’immagine dei ghiacciai delle Alpi che si ritirano, e che in prospettiva nascondono la paura dell’idea che per i serbatoi dell’Europa vi siano davvero gli anni contati. Tra il drago primordiale (quello del celebre disegno di H.G. Willink “Wilderwurm Gletscher” per l’opera di C.T. Dent “Mountaineering”) che dalle montagne scendeva verso i fondovalle e il drago moderno che oggi quel ghiaccio se lo divora, i ghiacciai sono stati un termometro della nostra meraviglia e della nostra paura di fronte alla potenza della natura: «Hanno costretto e costringono l’uomo (di montagna e di pianura) ad interrogarsi sulle proprie azioni e sul proprio destino », scrive Enrico Camanni nelle ultime righe della sua introduzione a “Ghiaccio vivo -  Storia e antropologia dei ghiacciai alpini”, da poco pubblicato da Priuli & Verlucca (304 pagine, 18,50 euro). Il primo importante cambiamento di atteggiamento nei confronti dei ghiacciai, di quell’inferno, purgatorio per anime dannate secondo le leggende delle valli dei Walser di Svizzera e Italia, diventato di colpo paradiso, risale però alla fine del 1700, quando insieme ad un nuovo approccio scientifico si fa spazio l’ammirazione e di una profonda rivalutazione per il sublime e il selvaggio. L’alta montagna con i suoi ghiacciai, le potenti cascate che fuoriuscivano dalle loro fronti ne erano un esempio insuperabile. E ognuno, artista, viaggiatore, scrittore contribuiva a riscrivere le montagne, ricercando colori e parole per tradurre lo spavento in bellezza. Figli di questa cultura saranno fenomeni che si riveleranno determinanti per la vita nelle Alpi quali l’alpinismo e il turismo alpino. Enrico Camanni ci accompagna attraverso le pagine del suo libro tra innumerevoli scenari di ghiacciai: testimoni della conquista alpinistica, della Guerra Bianca, del Bergfilm. E arriviamo ai giorni nostri: il ghiacciaio è una creatura fragile, ha bisogno di neve per nascere, di ghiaccio per crescere, di freddo per sopravvivere. Dal 1860 la regressione è stata pressoché costante e un quadro naturale di fluttuazioni climatiche è alterato e accelerato nelle conseguenze dalla “febbre” del pianeta. Secondo il Dipartimento di Geografia dell’Università di Zurigo dove si studiano gli scenari futuri per i nostri ghiacciai alpini nel 2060 la riduzione di superficie dei ghiaccia alpini potrebbe raggiungete addirittura il 70 per cento rispetto al 1995. «E una prospettiva che obbliga amministratori e operatori del turismo a guardare in modo diverso alle loro montagne - dice Camanni - e qui non si tratta di affrontare solo la probabile crisi del turismo invernale o di salvare i ghiacciai per le esigenze turistiche, anche i nostri occhi cambieranno».

  • Alp

    Ghiaccio vivo


  • Il Risveglio
    Ghiaccio vivo

  • Sciare
    Ghiaccio vivo

    I montanari del Seicento vissero «l’avanzata dei ghiacciai alpini come una maledizione, perché una teologia infarcita di mito e superstizione attribuì la Piccola età glaciale alle colpe degli uomini. Ma nel Settecento l’inferno è diventato il paradiso, attraverso la progressiva rivalutazione dell’alta montagna e la percezione positiva dei ghiacciai, rivelatisi nella rappresentazione artistica, nell’avventura alpinistica e nella colonizzazione turistica, AI termine di un lungo processo di riconversione simbolica, i cittadini del ventunesimo secolo vivono in modo perturbante la scomparsa dei ghiacciai alpini. Se i nostri antenati temettero la discesa dei fiumi gelati, tonte di disordine e distruzione, al contrario noi temiamo e subiamo la salita dello zero termico e l’arretramento delle nevi in quanto agenti di minaccia, e immagini capovolte del male, Il «drago» delle paure e delle leggende primordiali si libera dal suo gelido sudario e riappare negli incubi notturni dell’improvvido popolo di internet al tempo del disgelo, La colpa contemporanea è annidata nel dubbio inespresso che un patto sia stato tradito e un equilibrio incrinato per sempre, Il disordine etico, il nichilismo del mercato, la morte di Dio trovano una rappresentazione fisica e simbolica nello smargimento dei ghiacciai, candide vittime di un’anoressia incurabile, Questa la sintesi scritta dalia stesso autore del libro -Ghiaccio vivo», storia e antropologia dei ghiacciai alpini, Enrico Capanni (edito da Priuli & Verlucca), Enrico è nato a Torino nel 1957 e vive a precetto Torinese, con l’Appennino in fronte e le Alpi alle spalle Approdato al giornalismo attraverso l’alpinismo, è stato caporedattore della Rivista della Montagna e fondatore-direttore del mensile Alp (Vivalda) e del semestrale L’Alpe. Attualmente collabora con La Stampa e dirige il periodico Piemonte Parchi.

  • La Stampa
    I ghiacciai, da maledizione a candide vittime dell’oggi
    È uno studio originale, gradevole alla lettura, straordinario per la quantità e qualità delle informazioni offerte. L’ha realizzato Enrico Camanni forse colpito da quel 20 agosto 2009 di cui scrive nell’introduzione: «Chamonix è una città rovente. Chiudendo gli occhi potresti immaginare di essere a Bologna, Palermo, Tunisi. Ferragosto è passato senza un fulmineounagoccia di pioggia, e invece di chiudere l’estate l’ha rilanciata nella più assoluta, inquietante violenza. È la bolla africana, spiegano i meteorologi ». Da questo mondo capovolto, con il caldo afoso oltre i mille metri, il cercare risposta al futuro dei ghiacciai. Con pazienza e curiosità, ricostruisce il passato, trova leggende e paure, indaga e offre possibili, originali chiavi di interpretazione sul fascino di questi ghiacciai che paiono destinati a sparire dopotanto arretramento. Ed eccolo a raccontare come nel Seicento chi abitava la terre alte visse come una maledizione l’avanzata dei ghiacciai alpini, una «maledizione» attribuita alle colpe degli uomini. E oggi? «Disordine etico, nichilismo del mercato, la morte di Dio, trovano rappresentazione simbolica nello smagrimento dei ghiacciai, candide vittime di un’anoressia incurabile».

  • Piemonte Parchi
    Ghiaccio vivo
  • Il punto citylife
    Ghiaccio vivo
  • alpinia.net
    Iconografie delle montagne

     
    Questo è il terzo e ultimo volume di una serie dedicata alle raccolte del Museo Nazionale della Montagna del CAI-Torino e nata con lo scopo di presentare al pubblico i pezzi più significativi del Centro Documentazione.

    Iconografie delle montagne presenta i manifesti del turismo e del commercio, ma anche le «carte» di vario tipo, sono immagini di pezzi da collezione meno importanti hanno dato vita a un’iconografia che è spesso considerata umile e popolare: soggetti che hanno felicemente costruito una nuova immagine della montagna.

    Una storia che si può scoprire con un lungo viaggio, dalla fine del XIX secolo ad oggi, attraverso le pagine del libro.

    Sono gli anni Sessanta dell’Ottocento. Uno spartito stampato da un editore di New York e Montréal è testimone di un lungo viaggio attraverso l’immaginario. La Polka, dedicata al Monte Bianco, è il segno del successo di un’operazione nata nei primi anni del decennio precedente.

    Albert Smith, un barbuto inglese, mediocre alpinista, 40° salitore del Monte Bianco nell’agosto del 1851, eccellente comunicatore di massa, era riuscito a scardinare il mondo statico dell’immaginario delle montagne. Anche grazie a lui cambiò l’iconografia.

    Le incisioni di grande qualità che da alcuni secoli avevano ritratto valli, vette, ghiacciai, ma anche villaggi e abitanti vennero rivisitate in una nuova dimensione.

    La montagna venne promossa spettacolo, fu rappresentata per anni nella sala dell’Egyptian Hall a Piccadilly, a Londra, tra letture, proiezioni, veri cani San Bernardo e camosci trasferiti appositamente da Chamonix. Era il 1852, ma l’operazione si protrasse fino al 1858.

    La montagna venne venduta come gioco, teatrino tradizionale e prospettico, per figli (e genitori) o ventaglio per mogli (e figlie), non mancavano neppure il piatto e la medaglietta, ambedue con il ritratto dell’eroe – sempre il signor Smith – o la Polka del Monte Bianco, a lui dedicata, diventata addirittura un successo mondiale e stampata anche oltreoceano.

    L'opera riunisce 867 immagini dagli anni Sessanta dell'Ottocento a oggi: manifesti, copertine di giornali, figurine, etichette, scatole di cerini, calendari e molto altro. Si tratta del terzo volume dedicato alle raccolte di documentazione del Museo Nazionale della Montagna, un patrimonio unico al mondo che viene messo a disposizione degli studiosi e degli amanti del settore.

  • alpinia.net
    Iconografie delle montagne
    Leggi qui la recensione originale su alpinia.net
     
    Questo è il terzo e ultimo volume di una serie dedicata alle raccolte del Museo Nazionale della Montagna del CAI-Torino e nata con lo scopo di presentare al pubblico i pezzi più significativi del Centro Documentazione.

    Iconografie delle montagne presenta i manifesti del turismo e del commercio, ma anche le «carte» di vario tipo, sono immagini di pezzi da collezione meno importanti hanno dato vita a un’iconografia che è spesso considerata umile e popolare: soggetti che hanno felicemente costruito una nuova immagine della montagna.

    Una storia che si può scoprire con un lungo viaggio, dalla fine del XIX secolo ad oggi, attraverso le pagine del libro.

    Sono gli anni Sessanta dell’Ottocento. Uno spartito stampato da un editore di New York e Montréal è testimone di un lungo viaggio attraverso l’immaginario. La Polka, dedicata al Monte Bianco, è il segno del successo di un’operazione nata nei primi anni del decennio precedente.

    Albert Smith, un barbuto inglese, mediocre alpinista, 40° salitore del Monte Bianco nell’agosto del 1851, eccellente comunicatore di massa, era riuscito a scardinare il mondo statico dell’immaginario delle montagne. Anche grazie a lui cambiò l’iconografia.

    Le incisioni di grande qualità che da alcuni secoli avevano ritratto valli, vette, ghiacciai, ma anche villaggi e abitanti vennero rivisitate in una nuova dimensione.

    La montagna venne promossa spettacolo, fu rappresentata per anni nella sala dell’Egyptian Hall a Piccadilly, a Londra, tra letture, proiezioni, veri cani San Bernardo e camosci trasferiti appositamente da Chamonix. Era il 1852, ma l’operazione si protrasse fino al 1858.

    La montagna venne venduta come gioco, teatrino tradizionale e prospettico, per figli (e genitori) o ventaglio per mogli (e figlie), non mancavano neppure il piatto e la medaglietta, ambedue con il ritratto dell’eroe – sempre il signor Smith – o la Polka del Monte Bianco, a lui dedicata, diventata addirittura un successo mondiale e stampata anche oltreoceano.

    L'opera riunisce 867 immagini dagli anni Sessanta dell'Ottocento a oggi: manifesti, copertine di giornali, figurine, etichette, scatole di cerini, calendari e molto altro. Si tratta del terzo volume dedicato alle raccolte di documentazione del Museo Nazionale della Montagna, un patrimonio unico al mondo che viene messo a disposizione degli studiosi e degli amanti del settore.

  • Lo scarpone
    Ghiaccio vivo

  • La Stampa
    Immacolata: giorni di ghiaccio di feste e con mille creature alate
    Ponte dell’Immacolata, ovvero Maria senza peccato originale, come annunciato dall’angelo. Giorni di «ghiaccio» che le civiltà antiche trascorrevano nelle stalle, scaldandosi con il fiato e i corpi degli animali. Giorni di festa da passare visitando città non troppo lontane o andando in montagna. E giorni che fanno venire in mente «creature alate»: a Parigi, al Louvre, in questo periodo ce ne sono un’infinità. • . Ci sono angeli «annunciatori» (l’Immacolata è festa antichissima: fu sempre un angelo ad annunciare, il9 dicembre, ad Anna, madre di Maria, che era incinta di lei), gli incantevoli messaggeri di Leonardo, Raffaello e Poussin: E ci sono gli araldi dagli sguardi meravigliosi dei pittori sene si che stanno a capo chino o fissano la Vergine. Poi ci sono la Nike di Samotracia, i tori alati e dal volto umano di Khorsabad (posti a guardia del palazzo de re assiro Sargon), i neri diavoli ritratti dal Maestro degli angeli ribelli, mostri, dragoni e figure mitologiche dell’antica Grecia e dell’Oriente. Anche a chi va in montagna la suggestione non è estranea: i ghiacciai, nel Seicento, venivano spesso raffigurati come draghi, che avanzavano spaventosi e inesorabili come una maledizione e si mangiavano pascoli e villaggi. CosÌ il dragone alato compare nella copertina del recentissimo «Ghiaccio vivo» di Enrico Camanni, che racconta la storia e l’antropologia dei ghiacciai alpini (ora in drammatica ritirata), un libro che in un periodo di freddo cosÌ intenso non guasta sfogliare. Le suggestioni dei draghi e degli esseri alati nell’arte e nel fantasy sono infinite. Andarli a cercare nei grandi musei è un’esperienza vertiginosa, un tuffo nella bellezza: quadri, statue, affreschi oggetti, gioielli e le facce dei visitatori che passano il tempo più a fotografare che a guardare. In cerca del meraviglioso, come gli enormi serpenti con le zampe e le ali, rettili che vivono in grotte oscure, sconfitti dai santi e dagli Arcangeli. Il dragone simboleggia la potenza della natura e delle forze soprannaturali, i colpi della sorte, il bene e il male intrecciati all’esistenza. Non lontano dalla sala dei tori alati, al Louvre, la celebre Stele di Sargon: «lo sono Sargon, il re potente, sovrano di Akkad. Mia madre era una grande sacerdotessa, mio padre non lo conosco ... ».
    www.lastampa.it/grande

  • La Stampa
    Il ghiaccio tra paure e sfide
    Di ghiaccio vivo, che cambia e si trasforma, nei secoli e nell’immaginario collettivo, racconta Enrico Camanni nel suo ultimo studio, «Ghiaccio vivo», Priuli & Verlucca editori, straordinario per la qualità e la quantità di informazioni. Partendo dal 20 agosto 2009 quando è a Chamonix, ma, chiudendo gli occhi, pensa di essere a Bologna, Palermo, Tunisi, causa il caldo rovente, Camanni si domanda se il mondo è capovolto. «A Chamonix l’unico ghiaccio garantito è quello delle gelaterie» scrive. Comincia così a cercare risposte al futuro dei ghiacciai. Con curiosità ricostruisce l’avanzata e la ritirata dei ghiacciai alpini, visti come punizione divina della malvagità umana o identificati con il Purgatorio. Cerca leggende, come quella de «L’Ebreo Errante», tipica del Cervino, secondo cui i montanari sarebbero stati puniti con l’avanzata dei ghiacciai per aver ospitato chi negò la pietà a Cristo sulla croce. Si addentra nelle interpretazioni scientifiche, fino alla sfida alpinistica, allo sci, alla colonizzazione turistica, per arrivare ai giorni nostri, il tempo del disgelo. Ma se il ghiaccio fa paura quando avanza, anche il disgelo fa danni. Scrive Camanni: «Alla fine del 1500, il ghiaccio del Rutor, che gravita sulla valle di La Thuile, era già talmente avanzato da sbarrare il lago omonimo. Ne derivò una devastante serie di inondazioni che allarmarono anche le autorità di Aosta: non furono trovati rimedi e le tracimazioni continuarono per decenni». Emblematico il caso del «lago effimero» del Belvedere, sul ghiacciaio ai piedi della parete Est del Monte Rosa (versante di Macugnaga). «È comparso nell’estate del 2001, è cresciuto in maniera straordinaria in quella del 2002, fino alla rotta graduale e monitorata del 2003. Per alcune stagioni ha fatto temere la tracimazione con conseguenze disastrose: solo un’azione di pompaggio ha allontanato la minaccia della piena» racconta Camanni che narra come, a inizio Novecento, il villaggio di Entrèves, sul versante italiano del Monte Bianco, avesse campi di segale e orzo che lambivano la fronte del ghiacciaio della Brenva. Tra le pagine del libro anche i film che hanno raccontato tragedie tra i ghiacci, come «Im Kampf mit dem Berge», del 1921, del regista Arnold Franck che narra di una coppia sorpresa dalla tormenta, sperduta tra i ghiacci del Monte Rosa. Gli ultimi capitoli del libro trattano di dati, non rassicuranti. In un secolo e mezzo è scomparso il cinquanta per cento della superficie glaciale delle Alpi, con una velocità aumentata negli ultimi quindici anni. «Nel caso dovessero ripetersi con maggiore frequenza le condizioni estreme delle estati 2003 e 2009 si avrebbe la pressoché totale scomparsa dei ghiacciai sulle Alpi» scrive Camanni ricordando che «l’area glacializzata del Monte Bianco sul versante italiano si è ridotta di 45 chilometri quadrati tra il 1975 e il 2005, pari al 28 per cento della superficie totale ». E gli esperti internazionali sono concordi nell’affermare che i ghiacciai devono essere protetti perché sciogliendosi mandano un messaggio «a noi cittadini dell’Europa e del mondo, che bisogna frenare, ripensare, correggere».

  • La Vallée
    Storia ed antropologia dei ghiacciai alpini
    AOSTA Il ghiaccio è vivo, cambia e si trasforma, non solo fisicamente, nei ghiacciai che avanzano e regrediscono, ma anche, nel corso dei secoli, nell’immaginario collettivo. Di storia ed antropologia dei ghiacciai alpini scrive Enrico Camanni nella sua ultima fatica letteraria, «Ghiaccio vivo appena uscito per i tipi di Priuli & Verlucca. Si tratta di un corposo saggio che raccoglie gli aspetti interpretativi delle formazioni glaciali che si sono succeduti nel corso dei secoli. Con dovizia di citazioni Camanni ricostruisce avanzata e ritirata dei ghiacciai alpini, visti ora come punizione divina della malvagità umana, ora identificati con il Purgatorio, addentrandosi nell’interpretazione scientifica ed in quella romantica fino alla sfida alpinistica, allo sci, alla colonizzazione turistica, per arrivare ai giorni nostri, il tempo del disgelo. Se nel Seicento l’avanzata dei ghiacci era la maledizione e la rovina per le terre a valle, la visione si è a poco a poco modificata, arrivando ad una rivalutazione dell’alta montagna e ad una percezione positiva dei ghiacciai. Ma se il ghiaccio fa paura anche il disgelo fa danni ed accanto alle descrizioni di immani tragedie da valanghe ci sono quelle da tracimazione di laghi effimeri, come quello di santa Margherita, il più famoso formatosi trasversalmente al flusso del ghiacciaio del Rutor. Il suo rapido svuotamento dovuto alla rottura delle dighe di ghiaccio provocò nel diciassettesimo secolo numerose ondate di piena con effetti devastanti sulla valle di La Thuile, arrivando in alcune occasioni a lambire la piana di Aosta. I rapidi cambiamenti dei ghiacciai degli ultimi trent’anni non sono soltanto un fatto estetico, danneggiano il turismo, si ripercuotono sulle riserve di acqua dolce, sulla produzione di energia elettrica, sul clima in generale. Non solo gli ambientalisti e gli esperti di energie, ma anche economisti, letterati e religiosi ne parlano: il ritiro dei ghiacciai conquista spazio sui media. Enrico Camanni, che riprende letture, annotazioni ed analisi frutto di una più che trentennale attività dedicata alla montagna, facendone una raccolta organica e sistematica, chiude con l’inquietante dubbio che «una causa perturbante come il riscaldamento da gas serra stia trasformando il lento e complesso processo circolare dei cristalli di neve in un moto lineare ad alta velocità, senza biglietto di ritorno».

  • La Stampa
    Ghiacciai odiati e amati. “Ma ci servono vivi”
    Uscirà il 27 ottobre il nuovo libro del giornalista e storico dell’alpinismo Enrico Camanni «Ghiaccio vivo. Storia e antropologia dei ghiacciai alpini» dedicato al secolare rapporto tra l’uomo e i ghiacciai, tema quanto mai attuale nell’ambito dei cambiamenti climatici contemporanei. «Se i nostri antenati - dice Camanni - temettero la discesa dei fiumi gelati, fonte di disordine e distruzione, al contrario noi temiamo e subiamo la salita dello zero termico e l’arretramento delle nevi in quanto agenti di minaccia, e immagini capovolte del male».

  • discoveryalps.it
    Enrico Camanni presenta il libro "Ghiaccio vivo"

    Leggi la recensione originale sul sito discoveryalps.it

    Uscirà il 27 ottobre il nuovo libro di Enrico Camanni "Ghiaccio vivo", dedicato al secolare rapporto tra l’uomo e i ghiacciai. Un tema quanto mai attuale, nel quadro dei cambiamenti climatici contemporanei.

    "I montanari del Seicento vissero l’avanzata dei ghiacciai alpini come una maledizione, perché una teologia infarcita di mito e superstizione attribuì la Piccola età glaciale alle colpe degli uomini. Ma nel Settecento l’inferno è diventato il paradiso, attraverso la progressiva rivalutazione dell’alta montagna e la percezione positiva dei ghiacciai, rivelatisi nella rappresentazione artistica, nell’avventura alpinistica e nella colonizzazione turistica".

    Al termine di un lungo processo di riconversione simbolica, i cittadini del ventunesimo secolo vivono in modo perturbante la scomparsa dei ghiacciai. Se i nostri antenati temettero la discesa dei fiumi gelati, fonte di disordine e distruzione, al contrario noi temiamo e subiamo la salita dello zero termico e l’arretramento delle nevi in quanto agenti di minaccia, e immagini capovolte del male. Il “drago” delle paure e delle leggende primordiali si libera dal suo gelido sudario e riappare negli incubi notturni dell’improvvido popolo di internet al tempo del disgelo.

    La colpa contemporanea è annidata nel dubbio inespresso che un patto sia stato tradito e un equilibrio incrinato per sempre. Il disordine etico, il nichilismo del mercato, la morte di Dio trovano una rappresentazione fisica e simbolica nello smagrimento dei ghiacciai, candide vittime di un’anoressia incurabile».

  • Riforma
    Enrico Camanni. L’uomo e i ghiacciai
  • l’Adige
    Ghiacciai, da inferno a paradiso

    Se nel ’600 gli uomini delle Alpi vivevano l’avanzare dei ghiacciai come colpa dei loro peccati, noi assistiamo sbigottiti al loro rapido regresso non senza colpa, «annidata nel dubbio inespresso che un patto sia stato tradito e un equilibrio incrinato per sempre. Il disordine etico, il nichilismo del mercato, la morte di Dio trovano una rappresentazione fisica e simbolica nello smagrimento dei ghiacciai, candide vittime di un’anoressia incurabile». Il ribaltamento della visione dell’uomo dinanzi ai ghiacciai è il tema di Ghiaccio vivo. Storia e antropologia dei ghiacciai alpini (Priuli & Verlucca, 320 pagine. 18,50 euro), il nuovo libro di Enrico Camanni, che in passato ha diretto le riviste Alp e l’Alpe. “Se i montanari del Seicento vissero l’avanzata dei ghiacciai alpini come una maledizione, perché una teologia infarcita di mito e superstizione attribuì la Piccola età glaciale alle colpe degli uomini, nel Settecento l’inferno è diventato il paradiso, attraverso la progressiva rivalutazione dell’alta montagna e la percezione positiva dei ghiacciai rivelatisi nella rappresentazione artistica, nell’avventura alpinistica e nella colonizzazione turistica». Camanni ha ricostruito il grande patrimonio di leggende di età moderna, che si rifanno all’avanzata dei ghiacci del 5-’600 che ebbe conseguenze pesanti per la gente delle Alpi. “Oggi - spiega l’autore - una regressione molto più rapida di quella medievale ci turba, anche perché mette a rischio l’enorme bacino idrico dell’Europa, e per la consapevolezza diffusa che a questo regresso stiamo dando una mano. È probabile che l’estensione dei ghiacciai dell’alto medioevo fosse superiore a quella attuale, come indica l’uomo dei Similaun conservato dal ghiaccio lì mai venuto meno. E in Francia e in Svizzera, oggi ci si interroga parecchio sui cambiamenti del turismo».

  • Le Alpi Venete
    Ghiaccio vivo. Storia e antropologia dei ghiacciai alpini

Estratti



I montanari del Seicento vissero l’avanzata dei ghiacciai alpini come una maledizione, ma nel Settecento questa visione si è rovesciata grazie alla progressiva rivalutazione dell’alta montagna e alla percezione positiva dei ghiacciai, rivelatisi nella rappresentazione artistica, nell’avventura alpinistica e nella colonizzazione turistica.
Se i nostri antenati temettero la discesa dei fiumi gelati, fonte di disordine e distruzione, al contrario noi temiamo e subiamo la salita dello zero termico e l’arretramento delle nevi. Il « drago » delle paure e delle leggende primordiali si libera dal suo gelido sudario e riappare negli incubi notturni dell’improvvido popolo di internet al tempo del disgelo.
 
Sommario
 
Introduzione

Il paradiso perduto
L’interpretazione mitica
Nord sud, oriente occidente
L’acqua dell’altro mondo
Il doppio sguardo
La mucca bianca

Il purgatorio di ghiaccio
Le anime dei Walser
Fantacronache dall’Aletschgletscher
I misteri della Lötschental
Ai piedi della Dent Blanche

Lo sguardo riformato
Burnet e il diluvio
La Svizzera al centro
Il mito di Guglielmo Tell

Lo sguardo scientifico
L’incommensurabile tempo del ghiaccio
Mio buon angelo
Il mistero svelato
Un lungo inverno siberiano
Uomini che dormono sulla schiena del drago
La discesa agli inferi

Lo sguardo romantico
Ordine e disordine
I bianchi drappeggi delle Alpi
Dove batte la luna
Il mito della purezza
Il rovescio della poesia

Lo sguardo latino
Viaggio sul Monte Rosa
La divulgazione dell’alta montagna
La strana cura
Ci manca che siano studiati
Triste ghiacciaio regale

Morte per ghiaccio
Cicliche memorie, cicliche sventure
L’inarrestabile avanzata
Lo spirito del Märjelensee
Sette case sotto il ghiaccio
È buio sul ghiacciaio
Si trema anche di disgelo
 
La sfida alpinistica
L’istinto e la scienza
I pionieri restituiti dal ghiacciaio
La scienza ai margini
Vertigini di ghiaccio
La Brenva, all’ombra del Cervino
La supremazia delle guide
Dieci punte cambiano la vita

La seconda conquista
La buona neve
Le montagne d’inverno
Lo sci, una malattia contagiosa
Quelli che non andavano a piedi
La maratona dei ghiacciai

La terza conquista, o il paradiso secolarizzato
Il tempio misterioso
Il tempio sconsacrato
Foto di ghiacciaio con Cervino
L’ultimo turista che salì a piedi la Jungfrau
Il filo teso
Commando sulla Vallée Blanche

L’inferno di ghiaccio
La Guerra bianca
Marmolada: il ghiacciaio abitato
Adamello: il ghiacciaio insanguinato
Non uccidere, non farsi uccidere

Il ghiacciaio romanzato
Rapimento e restituzione
Montagna mistica e assassina
La prigione di ghiaccio
Il crepaccio vendicatore

Il terreno di gioco contemporaneo
Rivoluzione sul ghiaccio
La neve rossa
Sotto un cielo di ghiaccio

I serbatoi dell’Europa
Creature sensibili
Le Alpi, crocevia delle acque
La regolazione dei flussi
Trenta miliardi in meno
La terza età dell’oro
Il buono e il cattivo umore
La quarta età

Il tempo del disgelo
Anche i grandi soffrono
Che fare?
Limitare le perdite
Una mutazione estetica
Nuovi paesaggi, nuovi sguardi

Il purgatorio capovolto
Il peccato ambientale
Due appelli dalla letteratura
La montagna perduta
Ritorno ai monti
Più lento, più profondo

Bibliografia

Indice dei nomi

Indice dei luoghi
 
 
Introduzione
Cambierà? Non cambierà? Sulle Alpi si dicono tante cose a proposito del cielo. Forse perché è più vicino. Anche se le streghe e i diavoli non esistono più, e gli ultimi draghi li trovi sulle copie anastatiche dei libri antichi, ancora si cerca di decifrare i progetti delle montagne, nella speranza di arginarne il mistero. Per esempio è opinione comune che i temporali dell’Assunta portino via l’estate, perché il cielo che viene dopo è già quello di settembre. È uno dei tanti detti della meteorologia popolare, che da quando c’è un abitante sulla terra, e più che mai sulle montagne, provano fatalisticamente a dare ordine e senso a ciò che sfugge alla regola: il clima, le stagioni, i capricci del tempo.
Forse lo pensavano anche i valligiani del tardo Medioevo, che dovettero beneficiare di estati in parte confrontabili alle nostre, e certamente gli sfortunati montanari del diciassettesimo secolo, che con l’avanzare impetuoso dei ghiacciai si accorsero di quanto fossero diventate brevi le loro estati, e di quanto il resto dell’anno fosse ormai solo un mesto, interminabile inverno alpino. « Tre mesi di freddo e nove di gelo » ironizzava l’abbé valdostano Pierre Chanoux, e si era già in pieno Ottocento.
Il 20 agosto 2009 Chamonix è una città rovente. Chiudendo gli occhi potresti immaginare di essere a Bologna, Palermo, Tunisi. Ferragosto è passato senza un fulmine o una goccia di pioggia, e invece di chiudere l’estate l’ha rilanciata nella più assoluta, inquietante violenza. È la bolla africana, spiegano i meteorologi da una settimana, e da sette giorni l’afa non concede tregua neanche sopra i mille metri, con l’isoterma alle stelle, sempre più vicino alla cima del Monte Bianco.
È un mondo capovolto. Nella capitale dell’alpinismo i turisti sfuggono la montagna cercando refrigerio all’interno dei negozi con l’aria condizionata, dove maneggiano ramponi con le mani sudate e sfogliano libri che raccontano di neve, ghiacciai, cascate, seracchi. Si è rotta ogni relazione logica tra i panorami gelati delle fotografie e gli stessi panorami inquadrati dalle finestre della libreria, da giorni imprigionati in veli di vapore, colori pastello, fumi di caligine, luci opalescenti. Fuori il sole è così bollente che i turisti preferiscono gli scaffali del grande magazzino, e alla fine, sfogliando sfogliando, credono più veri gli scenari patinati dei libri degli spazi foschi della montagna. La riproduzione ha sostituito la realtà.
D’altra parte il Monte Bianco sarà bellissimo anche nel suo abito sahariano, ma chi è sceso dal Col des Montets avrà notato le tristi scarpate detritiche della Petite Aiguille Verte, proprio sopra l’arrivo della funivia, e lo squarcio bianco sulla parete ovest del Petit Dru, che più che una ferita è un intervento plastico a viso aperto. Il chirurgo ha agito sottocute intaccando il permafrost. Dopo le frane del 1997 e del 2005 i Drus non sono più i Drus, hanno cambiato profilo, colore, fisionomia. […]

 
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