feed rss Feed RSS     Newsletter Newsletter
 

Catalogo

Cerca
e-book

Novità e ristampe

Collane

Edizioni in Facsimile e in anastatica

Eventi e Novità

 
 
Il magico, il divino e il favoloso nella religiosità alpina

Il magico, il divino e il favoloso nella religiosità alpina

Formato cm 21x29,7, 128 pagine, brossura editoriale con sovracoperta rigida plastificata

Quaderno numero 8

ISBN 978-88-8068-304-9
 

Recensioni

  • La Stampa
    Alle origini di riti e simboli

    Dalla convinzione che l’etnocentrismo porti l’uomo moderno a considerare le credenze magiche e mitiche come peculiarità dei primitivi, cercando però quotidianamente suggestioni che diano alla realtà una visione deformata, Piercarlo Jorio, scrittore e studioso di uomini e di cose della montagna, ha scritto «Il magico, il divino, il favoloso nella religiosità alpina» per le edizioni Priuli&Verlucca. «La mia ricerca – dice l’autore – vuole guidare il lettore, senza alcuna pretesa scientifica, fra i provvedimenti protettivi, difensivi o di assicurazione, che nascono non appena i legami logici delle cose appaiono meno chiari». Il mondo dell’altitudine ha conservato un patrimonio di religiosità comunea tutta la cultura alpina, quello che è chiamato usanza, tradizione, leggenda e che, secondo l’autore, non è altro che schema esistenziale, a cominciare dalle prime incisioni rupestri, di cui la Valle d’Aosta è ricca. Così nelle pagine del libro è spiegata la manifestazione rituale del 24 giugno, quando si accendono sulle alture i falò di San Giovanni, come accade nella Valle del Lys. Gli stessi simbolismi pastorali hanno radici lontane. Dalla ricerca emerge che le figure di bovini, intagliate nel legno dai montanari valdostani, sono riconducibili alle vacche sacre degli antichi Egizi. Anche i simboli intagliati nei marchi per il burro conservano un effetto magico che si tramanda nel tempo. Dice l’autore: «Non sorridete quando il bambino saltella lungo il marciapiede per non calpestare le sconnessure del selciato: sta inventando un rito. Il rito è collegato al concetto di sacro, trascendente che ciascuno di noi ha dentro».




Vi siete mai chiesti perché certe rocce abbiano un nome d’identificazione e altre no; perché il 24 giugno di ogni anno si accendano sulle alture i falò di S. Giovanni; perché vi siano santuari dedicati alle Madonne Nere; perché i montanari inchiodino un cardone sulle porte delle baite; perché, come contravveleno a chi era stato morso dalla vipera, si somministrasse il brodo dell’animale? Sapete che Natale è una festività pagana; che S. Uberto era un tempo il celtico dio-cornuto Cernunnos; che la Candelora rimpiazza le luminarie delle celebrazioni a Cenere; che il pino illuminato ha origini protostoriche, come la melagrana, come il grappolo d’uva di Capodanno? Sapete che le streghe per morire come esseri normali devono tenere in mano uno scopino; sapete che esistevano i “tempestari”, uomini capaci di provocare le tempeste?
Il nostro etnocentrismo ci spinge a considerare le credenze magiche e mitiche come peculiarità dei primitivi, intanto ogni giorno cerchiamo suggestioni che diano alla realtà una visione deformata.
Non sorridete quando il bambino saltella lungo il marciapiede per non calpestare le sconnessure del selciato: sta inventando un rito.
Il rito non è legato strettamente al rapporto uomo-divinità come normalmente si ritiene, ma piuttosto al generico concetto di sacro, di trascendente, che ciascuno di noi ha dentro.
Tutto ciò ch’esiste al di fuori o al di sopra di una realtà ha spinto il montanaro a incidere rosoni, cuori, croci, sui collari di legno dei suoi animali, come già gli antenati a scavare nelle pietre cavità circolari, a ungerle di sugna, a mettere in esse offerte votive.
Questa ricerca vuole guidarvi, senza alcuna pretesa scientifica, fra i provvedimenti protettivi, difensivi o di assicurazione, che nascono non appena i legami logici delle cose appaiono meno chiari. Il mondo dell’altitudine ha conservato nei simbolismi pastorali e nelle manifestazioni rituali anche quando fortemente condizionato dal cristianesimo un patrimonio di religiosità comune a tutta la cultura alpina: quello che chiamiamo usanze, credenze, leggende, modi di dire, e che in fondo altro non sono che schemi esistenziali.
Fra di essi, da sempre, l’uomo della montagna si muove come il bambino che saltella: dietro ogni cespuglio può ancora celarsi una “masca”, la nebbia è sempre “processione di morti”, il rosone salva ancora dalla malora, tanto quanto il corno e il quadrifoglio.
In duemila anni la nuova fede non è riuscita a produrre quella certezza terapeutica che dovrebbe essere pratica della vita liberata dai terrori ancestrali.


Indice

INTRODUZIONE

GLOSSARIO

LE CREDENZE MITICO-MAGICHE
Rapporto tra realtà e mito
Coesistenza di logico e prelogico

L’UOMO CACCIATORE L’UOMO PASTORE

L’UOMO E LA TERRA

L’UOMO ALPINO

L’ANIMISMO

IL DIO SOLE

LA GRANDE MADRE

LO SPIRITO DELLE ACQUE

I CULTI LITICI

I SIMBOLI E L’ESISTENZA (la magia del segno)

IL FANTASTICO A MISURA DI PAESE (la fabulazione)

CONCLUSIONI E CONSIDERAZIONI

BIBLIOGRAFIA
 
Desideri essere aggiornato sulle nostre novità editoriali?

feed rss Iscriviti al feed RSS
Newsletter Iscriviti alla Newsletter
Questo sito rispetta gli standard di accessibilità
stabiliti dal consorzio internazionale W3C
XHTML Valido
CSS Valido
Credits
© 2012 Priuli & Verlucca, editori
Scarmagno (TO)
P.Iva e Codice Fiscale: 00870160017
realizzato da Bielleweb
Dati fiscali societari
Privacy