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Il tramonto delle identità tradizionali

Il tramonto delle identità tradizionali

Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi

Cartonato con sovraccoperta plastificata a colori, formato cm 14x21,5 pp 208
ISBN 978-88-8068-378-0
VINCITORE DEL 37° PREMIO ITAS
Premio del libro di montagna

ristampa
 

Recensioni

  • Montagne Meridiani
    Il tramonto delle identità tradizionali
  • La Stampa

    Dalle alpi affiora il disagio di identità
    Daniela Giachino

    Sono due le ipotesi che emergono dalla lettura del libro di Annibale Salsa «Il tramonto delle identità nazionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi»: o la sconfitta totale, fino all’annientamento, o la rinascita, attraverso la ritrovata consapevolezza dei giovani. Ad affermarlo è un docente di Antropologia filosofica e culturale all’Università di Genova, presidente generale del Club alpino italiano. Pubblicata da Priuli & Verlucca, l’opera analizza le trasformazioni socio-economiche dell’età moderna, dalla globalizzazione all’omologazione. Il suo scritto, di denuncia, ma anche di speranza, è condiviso anche da Enrico Camanni, che ne ha curato la prefazione. «La contemporaneità alpina fa emergere l’emigrazione permanente, il turismo di massa, l’affermazione del modello consumistico urbano, la crisi della cultura della solidarietà. Per salvare le Alpi bisognerà essere molto aperti sul piano delle nuove culture e dell’innovazione. Chissà che non si impari a vedere le Alpi come un pezzo del nostro mondo, solo più fragile e più bisognoso di intelligenze». E non con l’anima, la spada e il portafoglio, come fece Felice Giordano che architettò la scalata del Cervino dal versante italiano per dimostrare la supremazia del Regno sugli inglesi e per avere fama e denaro.


  • l’Adige
    La montagna smarrita (recensione completa)
    Zenone Sovilla

  • l’Adige

    La montagna smarrita
    Zenone Sovilla


  • discoveryalps.it

    Il tramonto delle identità tradizionali alpineIl nuovo libro di Annibale SalsaOriana Pecchio
    L’evoluzione della “cultura alpina” nell’era moderna e post-moderna è l’argomento de “Il tramonto delle identità tradizionali alpine” (Priuli & Verlucca – ottobre 2007 euro 14,50), ultima fatica letteraria di Annibale Salsa, docente di antropologia filosofica e culturale dell’Università di Genova e attuale presidente generale del Club Alpino Italiano.

    L’autore, forte della sua “pratica” alpinistica e delle esperienze dirette del mondo alpino in età giovanile (“vissute in presa diretta dal punto di vista dei nativi”, come afferma nell’introduzione) riesce a comunicare con chiarezza e semplicità l’analisi complessa e approfondita di una civiltà millenaria al tramonto. E lo scopo di “rendere giustizia – al di fuori di ogni intenzione nostalgica o localistica – ad un mondo passato che non può essere rimosso” è pienamente raggiunto.

    Più volte nel corso dell’analisi, condotta a vari livelli: storico, filosofico, antropologico, economico, psico-antropologico, con abbondanza di riferimenti, teorici e sul campo, stimolo per ulteriori ricerche e riflessioni, l’autore ripropone il pensiero che le Alpi non sono barriera, ma cerniera tra le popolazioni europee. Secondo Salsa “si può legittimamente parlare di unità culturale del mondo alpino, nella molteplicità delle forme attraverso cui esso si declina”, senza identificare necessariamente tale omogeneità con le dimensioni etnica e linguistica.

    L’essenza della civiltà alpina, ancora a proposito di montagne-cerniera, sta nel carattere sovranazionale di crocevia, di organizzazione legata al transito di uomini, animali e cose e l’imposizione di confini secondo il “paradigma idrografico”, consono all’errore cartesiano di geometrizzazione dello spazio geografico, è interpretata come ulteriore provocazione della modernità verso il territorio alpino. Dove le terre alte non sono state abbandonate, alcuni fenomeni che caratterizzano l’età post-moderna, quali globalizzazione dell’economia e omologazione dei modelli comportamentali, sono alla base sia di risposte culturali secondo modelli cittadini (“strumentalizzazioni folkloristiche che accelerano le trasformazioni dei miti in stereotipi”) sia di spaesamento e disagio esistenziale.

    Le conclusioni dell’autore non sono però catastrofiche; la visione ottimistica del futuro si basa su concrete possibilità di “ripartire verso la costruzione di un nuovo universo di significati”. Gli esempi virtuosi citati nell’ultimo capitolo dimostrano che ciò avviene sia utilizzando tradizionali atouts della civiltà alpina, quali “ la laboriosità, la capacità di autogovernate le proprie risorse come nei secoli passati, il superamento degli eccessi di specializzazione modernista del lavoro, in nome di un efficace plasticità dell’agire”, sia usando tecnologie avanzate.

    Un’analisi storica degli strumenti del diritto di cui le popolazioni alpine si sono dotate nel corso dei secoli per conseguire diritti di autogoverno, con in appendice i testi integrali, conclude il volume, strumento di studio e appassionata dichiarazione di amore per montagne e “montanità”.

    Leggi la recensione su: www.discoveryalps.it


  • La Vallée
    Come si trasforma l'identità dei popoli alpini
  • Lo Scarpone
    Arrampicare e capirsi
  • Corriere delle Alpi
    Il tramonto delle identità tradizionali
  • Corriere delle Alpi
    Così la montagna finisce «spaesata»
  • l'Adige
    Il saggio di Annibale Salsa
  • La Stampa

    4 domande a Annibale Salsa

    La cultura tradizionale della montagna è morta, i giovani rimasti non si riconoscono più nel loro ambiente e sempre più spesso sono sopraffatti dalla precarietà del lavorare, del vivere, dell’esistere: il grido di dolore, espresso nel recentissimo «Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi» (Priuli & Verlucca) arriva da uno dei più grandi estimatori delle altitudini - Annibale Salsa, presidente del Cai (Club alpino italiano) e docente di Antropologia filosofica e culturale a Genova.

    Prof. Salsa, la montagna è in crisi?
    «Sì, lo dico con rammarico e smarrimento, viene da anni di crisi fortissima. Il villaggio alpino, nella seconda metà del Novecento - segnata dal boom del turismo di massa - è entrato nel circuito del villaggio globale e ha visto scomparire, sotto i colpi del modello consumistico urbano la cultura del limite e della solidarietà».

    Enrico Camanni, nella prefazione, dice che oggi un bambino nato in montagna non ha input molto diversi da uno che nasce in pianura e che le Alpi sono più isolate che nei secoli scorsi.
    «È un disastro, in termini antropologici, sociali ed economici, anche per la pianura, cui la montagna è indissolubilmente legata. Le Alpi italiane hanno conosciuto anni di abbandono, a differenza delle Alpi austriache e svizzere dove oggi si manifesta un’inversione di tendenza. In Francia è in atto addirittura un fenomeno di “neoruralismo”, con giovani coppie borghesi che vanno a vivere nelle vallate e pastori laureati che praticano l’allevamento e la transumanza. Da noi c’è ancora bisogno del pastore marocchino o rumeno».

    Perché all’estero funziona meglio?
    «Prenda Cervières, comune del Brianzonese e Ceillac, comune del Queyras: negli Anni 60 e 70 rifiutavano il modello dello ski total (applicato nelle valli vicine, ha spazzato via alpeggi e stili di vita), ma hanno conservato e ristrutturato le vecchie abitazioni, mantenuto le tradizionali attività, così avviando un volano turistico oggi vincente e più remunerativo».

    «Montanari» e operatori turistici lo capiranno?
    «Non rinuncio a un moderato ottimismo: in montagna si può vivere bene, non per decreto o per destino. Ma bisogna vedere le montagne, come quelli che le abitano, per quello che sono, smascherando definitivamente il mito di Heidi: i montanari non sono né gozzuti né santi, né cretini né buoni selvaggi. La montagna non rende necessariamente buoni. Ma possiede risorse culturali, creatività, mestieri. Ha ancora molto da dire e da insegnare».


  • La Vallée
    Come si trasforma l'identità dei popoli alpini
  • Cose di montagna
    Alpinia.net
  • Avvenire
    Le Alpi vera cerniera fra le popolazioni del Vecchio Continente
  • Bollettino Sat
    IL TRAMONTO DELLE IDENTITÀ TRADIZIONALI: SPAESAMENTO E DISAGIO ESISTENZIALE NELLE ALPI
  • Il nido d'aquila
    IL TRAMONTO DELLE IDENTITÀ TRADIZIONALI: SPAESAMENTO E DISAGIO ESISTENZIALE NELLE ALPI
  • Alp
    Montanari addio
  • Rivista della montagna
    Le Alpi sotto la lente
  • gruppogism.it

    Annibale Salsa
    Il tramonto delle identità tradizionali

    leggi la recensione su gruppogism.it

    Annibale Salsa, presidente generale del CAI dal 1994 e socio del Gism è, soprattutto docente di antropologia filosofica e culturale all’università di Genova e profondo studioso di cultura alpina. Non deve quindi stupire se in libreria si trovi un libro così profondo, impegnato e illuminato firmato da persona che per i più è noto oggi per essere il Presidente degli alpinisti italiani. Certo alpinisti italiani e non Alpini; pertanto si sbaglia anche chi immagina un presidente con il cappello d’Alpino e la camicia scozzese in flanella. Siamo agli antipodi. Salsa è prima di tutto un professore, ma nel senso buono nel termine. Non altezzoso, non cattedratico, ma alla mano, senza essere tuttavia banale o semplicistico. E’ semplicemente un uomo di cultura che conosce la montagna a tutto tondo.Ma veniamo al libro, un ottimo viatico per tutti coloro che amano e frequentano la montagna. Un saggio che ripercorre con un’analisi sottile e profonda la storia del rapporto uomo-montagna. Le contraddizioni, le speculazioni, lo sfruttamento. Ma, soprattutto, il mito della montagna da una parte e la crisi dei valori degli uomini di montagna dall’altra, sopraffatti da nuovi miti, dal moderno e dal post-moderno, dal turismo senza cultura e con le tradizioni calpestate e spesso umiliate. Salsa ripercorre, analizza, mette a fuoco, giudica, condanna e assolve. Assolve soprattutto la montagna per la quale, dopo decenni di sofferenza, auspica un futuro nuovo, da ripensare. Un futuro che deve fare i conti con un passato recente da dimenticare, caratterizzato dalla folclorizzazione, dall’esasperazione localistica e dall’esasperazione etnica.
    La montagna potrà rinascere e ritrovare un nuovo ruolo? Salsa se lo augura, confortato da tanti esempi recenti dove le nuove generazioni, risalendo vallate dimenticate e deserte, si sono riappropriate di ritmi antichi, valorizzando con una forma di neo-ruralismo, sopite dimensioni umane, culturali ed economiche, in un contesto di sviluppo sostenibile. Il saggio si conclude con una preziosa appendice in cui sono raccolti vari documenti che hanno segnato la storia delle Alpi, dalla Grande Charte des Escartons alla Carta di Chiasso, fino a saggi recenti dell’Unione europea.

     


  • La Provincia di Lecco (23 gennaio 2009)

    Sos per la montagna. In pericolo l’identità e i valori tradizionali

    La ricerca del presidente generale del Club Alpino Annibale Salsa domani a Lecco in Libreria Cavour
    Le trasformazioni socioeconomiche nell’età moderna hanno determinato la crisi dell’identità tradizionale alpina, provocando la progressiva marginalizzazione dello spazio alpino. I fenomeni della postmodernità (globalizzazione dell’economia, omologazione dei modelli comportamentali, perdita delle specificità) hanno indotto risposte culturali quali la folklorizzazione, l’esasperazione localistica, l’esasperazione etnica. Di fronte a tale scenario Annibale Salsa – docente di antropologia filosofica e culturale all’Università di Genova, appassionato studioso della cultura alpina e, dal 1994, presidente generale del Club Alpino Italiano – dopo l’analisi delle vicende culturali, storiche e sociali che lo hanno causato, ipotizza gli sviluppi futuri: o la sconfitta totale, sino all’esito estremo dell’annientamento, o una rinascita, attraverso la ritrovata consapevolezza dei giovani e il fenomeno del neoruralismo. Libro appassionato, non solo di denuncia, ma anche di grande speranza è Il tramonto delle identità tradizionali (il titolo). Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi (il sottotitolo, Priuli & Verlucca, 204 pagine, euro 14,50) che l’autore, Annibale Salsa, presenterà domani pomeriggio a Lecco, alle ore 17,30, nella Libreria Cavour. Titolo e sottotitolo sono di per sé molto eloquenti, ancorché drammatici, che ben fotografano un processo in atto sulle nostre montagne, cominciato dopo la seconda guerra mondiale, e riconducibile all’espansione del fenomeno urbano sulle terre alte, caratterizzato dalla monocoltura turistica, dall’assenza di sviluppo, dall’abbandono. ILTURISMO Il primo aspetto, la monocoltura turistica, è sotto gli occhi di tutti, tanto più in questi giorni che siamo in piena stagione turistica invernale. La monocoltura turistica è infatti legata principalmente all’industria dello sci che ha provocato una dipendenza da operatori esterni alla realtà locale e a trasformazioni radicali della situazione esistente. Spesso lo sviluppo dei centri turistici non coincide – soprattutto dove prevalgono le seconde case e i residence – con lo sviluppo delle comunità locali che risentono solo marginalmente dei benefici economici. La monocoltura turistica si è rivelata sostanzialmente debole e poco attenta alle prospettive a medio e lungo termine. Se è vero che in alcuni casi sono giunti notevoli vantaggi economici – e oggi alcune località sciistiche sono tra le aree più ricche del nostro Paese – si è d’altro canto andati incontro allo sfacelo della solidarietà tradizionale, alla scomparsa della memoria storica. LO SVILUPPO A conferma di quanto questo sviluppo sia abnorme, va sottolineato che spesso, a pochi chilometri di distanza dalle capitali del turismo invernale, ritroviamo aree legate all’economia tradizionale, ridotte ad aree residuali, che hanno perso la loro rilevanza, incapaci di offrire prospettive concrete per il futuro. Solo in certi casi la comunità locale è riuscita a rafforzare e sviluppare alcune attività tradizionali dimostratesi redditizie. È il caso, per esempio, di Premana, dove si è passati da una antica lavorazione artigianale del ferro a moderni laboratori che impegnano quasi al completo la popolazione residente e inducono occupazione dall’esterno. Ma si tratta di esempi rari. Rari come i tentativi di trasformazione, in termini più moderni, delle aziende agricole e dell’allevamento. L’ABBANDONO Le valli alpine sono molto simili a delle isole, ognuna con la sua inconfondibile storia e un sommarsi di conoscenze dato dalla continuità delle generazioni. La fine di queste comunità è una perdita irrimediabile, una sconfitta della cultura alpina che ha proprio nell’abitare il versante una delle sue specifiche caratteristiche. Il fenomeno, per quanto riguarda il nostro Paese, è praticamente assente in Alto Adige ma diviene sempre più marcato spostandosi verso l’arco alpino occidentale. In Piemonte, ad esempio, ci sono ormai molte valli pressoché deserte. Si capisce allora perché riconoscere la montagna e le sue particolarità, darle gli strumenti per continuare a vivere e svilupparsi non è soltanto un diritto costituzionalmente riconosciuto, ma è un bisogno, un’esigenza di tutti. La montagna non è semplicemente una zona svantaggiata, la cui sopravvivenza deve essere garantita per fini ideologici o filantropici. Non è, come alcuni credono, un grande parco giochi da conservare in favore delle popolazioni delle pianure e delle aree metropolitane che vi si rinfrancano passeggiando nei boschi, sciando o respirando l’aria pura. La montagna è cultura di una attenta ed equilibrata gestione del territorio, è culla di quelle tradizioni che si perdono sempre più nella nostra società globalizzata. È qualità della vita, dell’ambiente naturale, dei prodotti che esprime. Per questo non può essere considerata un problema, meno che mai un problema dei suoi abitanti che, in montagna, tramandano un patrimonio inestimabile, sia materiale che immateriale. Anche di questo si potrà discutere, domani in Libreria Cavour, con Annibale Salsa.


  • La Provincia di Lecco (31 gennaio 2009)

    Ha un futuro la gente dei monti

    Riconoscere la montagna e le sue particolarità, darle gli strumenti per continuare a vivere e svilupparsi non è soltanto un diritto costituzionalmente riconosciuto. È un bisogno, un’esigenza di tutti: dell’Italia, dell’Europa. La montagna non è semplicemente una zona svantaggiata, la cui sopravvivenza deve essere garantita per fini ideologici o filantropici. Non è come alcuni credono un grande parco giochi, uno spazio di svago da conservare in favore delle popolazioni delle pianure e delle metropoli, che vi si rinfrancano passeggiando nei boschi, sciando e respirando l’aria pura. La montagna è cultura di un’attenta ed equilibrata gestione del territorio, è culla di quelle tradizioni che si perdono sempre più nella nostra società frenetica e globalizzata. È qualità: della vita, dell’ambiente naturale, dei prodotti che esprime. La montagna è risorsa: energia, acqua, assetto idrogeologico. E per i montanari, la montagna è anche amore. Queste le coordinate tracciate da Annibale Salsa, dal 1994 presidente generale del Club Alpino Italiano, a Lecco in Libreria Cavour per presentare il suo libro Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi (Priuli & Verlucca, pagine 204, euro 14,50), una riflessione quanto mai incisiva in favore della montagna. Eppure, presidente, proprio la presenza del Club Alpino in montagna sembra più in linea con quella presenza ludica e creativa che lei stigmatizza. Per troppo tempo è stato questo il leit motiv ricorrente, come se l’alpinismo potesse ridursi a performance atletico-sportiva. La conoscenza e lo studio delle montagne, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente naturale e sociale, quindi la dimensione umana della montagna, hanno segnato la svolta. Alla quale ha contribuito una sorta di convinzione maturata nel sodalizio, quella di poter svolgere una sorta di mediazione culturale tra residenti montanari e turisti cittadini. Un primo passo. Poi quali altri passi sono stati compiuti? Quelli che hanno portato dalla mediazione alla maturazione culturale. Oggi è patrimonio condiviso il fatto che il paesaggio della montagna che affascina così tanto gli appassionati non sarebbe quello che ancora vediamo se fosse mancato nei secoli il lavoro dell’uomo, delle comunità residenziali che hanno addomesticato la montagna trasformandola in luogo delle relazioni sociali e culturali. Eppure oggi è proprio questo paesaggio ad essere compromesso dall’abbandono della montagna. Proprio questo lavoro di plasmazione, svolto dall’uomo attraverso i secoli, rischia di essere compromesso definitivamente con la rinaturalizzazione spontanea dei territori abbandonati dall’uomo. Siamo in presenza di una wilderness di ritorno che molti sedicenti appassionati della montagna, spesso legati a rappresentati oleografiche, stereotipate o mitologiche, neppure immaginano. Uno scenario tragicamente possibile quando le genti della montagna abbandonano le terre alte, o decidessero di abbandonare definitivamente le loro terre per mancanza di servizi essenziali come la scuola, le poste, i trasporti pubblici. Un fenomeno però purtroppo reale. Come arginarlo? Al di là dei logori luoghi comuni sulla montagna ideale dai costumi incorrotti, depositaria di valori nobili ed irreprensibili, esiste una montagna reale disgregata dalla modernità urbanocentrica e ridotta a spazio marginale, periferico. Centro e periferia sono costruzioni culturali e rappresentazioni mentali che vanno relativizzate e non già assunti quali assiomi o verità assolute. La montagna viva è, per eccellenza, luogo dell’interazione fra natura e società. Un luogo che deve essere preservato per mezzo di efficaci azioni di sostegno e cura. Di cosa ha bisogno, quindi, la montagna per rimanere viva? Le genti di montagna hanno elaborato nel tempo la capacità di autogovernarsi per mezzo della gestione oculata delle risorse disponibili, come l’acqua e il bosco. Ma anche con azioni di sostegno dei poteri extra montani i quali, concedendo agevolazioni particolari giustificate dalla permanenza in territori fragili, hanno reso possibile la nascita di comunità rette da ben codificate regole di reciprocità. È immediato, sentendo queste affermazioni, pensare agli Statuti delle nostre comunità. Ma facciamo un salto all’indietro fino al Medioevo. Oggi i tempi sono un po’ tanto cambiati. Cosa fare allora? Occorre che tutti i soggetti operanti in montagna lavorino per fare delle terre alte gli spazi vitali alternativi della società post industriale, capaci di uscire dal dualismo oppositivo fra mondi urbani e mondi rurali. Una visione sistemica e multifattoriale può restituire alla montagna quella funzione di cerniera che, nell’età pre moderna, già aveva in Europa. Un destino storico, che non può essere separato dal destino umano. Occorre ritrovare le ragioni profonde dello stare in montagna. La discontinuità con il resto del mondo rischierebbe di trasformare le terre alte in riserve indiane, connotate da un tessuto sociale sfilacciato e asfittico. L’orizzonte comunitario delle genti montane da sempre ha rappresentato l’unico orizzonte possibile per garantirne la vita. Un modo di essere comunitario più vicino ad una comunità di destino che ad una comunità negoziale. Il bisogno di comunità è stato, infatti, il messaggio forte che il sociologo Bauman ha lanciato in risposta ad un individualismo sempre più dilagante nel mondo d’oggi. Certamente il modo di essere comunitario in montagna ripudia le burocrazie e i formalismi, gli apparati e le montagne di carta. Sia nel libro che nel suo intervento in Libreria Cavour a Lecco ha insistito sulla necessità di dimenticare il concetto nazionalista di spartiacque affinché le Alpi tornino ad essere baricentro e tessuto connettivo di una nuova realtà. Ma se questo sembra essere più possibile al di là delle Alpi, come è possibile al di qua, cioè nel nostro Paese? Le Alpi italiane sono un concentrato di modernità e tradizione, di antropizzazione e di spopolamento. Se guardiamo alla catena alpina, ci accorgiamo che lo spopolamento è avvenuto solo in alcune zone. Nelle Alpi francesi, così come in quelle svizzere e in quelle austriache occidentali sono più le zone in cui si è registrato un incremento demografico nell’ultimo decennio che uno spopolamento, che invece è maggiormente caratterizzante delle Alpi italiane e di quelle piemontesi in particolare. Se consideriamo che dal 1981 al 2000 la popolazione delle Alpi è passata da 13 a 14,2 milioni di abitanti, ci accorgiamo che il fenomeno spopolamento è soprattutto nostro, e che stiamo andando in controtendenza rispetto ai nostri partner transalpini. Il punto è trovare il giusto equilibrio ambientale – il famoso sviluppo sostenibile – e mettere i territori montani e le loro popolazioni in grado di governare le filiere produttive e godere del loro valore aggiunto. Altrimenti è una nuova colonizzazione. Per fare questo bisogna cancellare il concetto della montagna come tesoro della corona di un regno incentrato sulla metropoli o, peggio, di periferia dell’impero.




PREMIO LEGGIMONTAGNA 2008, Carnia
2°classificato ex-aequo per la Saggistica

Le trasformazioni socio-economiche nell’età mo-derna hanno determinato la crisi dell’identità tradizionale alpina, provocando la progressiva marginalizzazione dello spazio alpino. I fenomeni della postmodernità (globalizzazione dell’economia, omologazione dei modelli comportamentali, perdita delle specificità) hanno indotto risposte culturali quali la folklorizzazione, l’esasperazione localistica, l’esasperazione etnica.
Di fronte a tale scenario, l’Autore – dopo l’analisi delle vicende culturali, storiche e sociali che lo hanno causato – ipotizza gli sviluppi futuri: o la sconfitta totale, sino all’esito estremo dell’annientamento, o una rinascita, attraverso la ritrovata consapevolezza dei giovani e il fenomeno del neo-ruralismo. Libro appassionato, non solo di denuncia, ma anche di grande speranza.


Il libro è vincitore del 37° premio ITAS premio del libro di montagna PREFAZIONE
di Enrico Camanni

INTRODUZIONE

CAPITOLO I
IDENTITÀ ALPINA O IDENTITÀ ALPINE?
Identità e identità culturali
Identità alpina
La convenzione delle Alpi

CAPITOLO II
L’ETÀ MODERNA E LA CRISI DELL’IDENTITÀ TRADIZIONALE ALPINA
Il mito delle Alpi
Montagna e modernità
Alpinismo e montagna

CAPITOLO III
LA POSTMODERNITà E LA SOFFERENZA ESISTENZIALE
La postmodernità
Disagio esistenziale nel mondo alpino. Dinamica demografica
Disagio sociale nel mondo alpino
Il rapporto mente-corpo. La montagna-terapia

CAPITOLO IV
SOLO «VINTI» NEL FUTURO?
I vinti
Il neoruralismo
L’agricoltura di montagna
Gli esempi virtuosi
Conclusioni

CAPITOLO V
GLI STRUMENTI GIURIDICI
Il diritto come strumento per l’affermazione del principio

APPENDICE

GRANDE CHARTE DES ESCARTONS
LA CARTA DI CHIVASSO
LA CARTA DI SONDRIO. APRILE 1986
PROGETTO DI RAPPORTO DELLA COMMISSIONE SVILUPPO SOSTENIBILE IN MERITO ALL’AZIONE COMUNITARIA PER LE ZONE DI MONTAGNA

BIBLIOGRAFIA
 
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