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In su e in sé

In su e in sé

Alpinismo e psicologia

Prefazione di Enrico Camanni

Cartonato con sovraccoperta plastificata a colori, formato cm 14x21,5 pp 300

ISBN 978-88-8068-350-6
 

Recensioni

  • Meridiani Montagne
    In su in se

  • Lo scarpone
    Psicologia dell’ alpinismo
    Ancora. Giuseppe Saglio - Cinzia Zola In su e in sé - Alpinismo e psicologia, Priuli & Verlucca Torino 2007. Due professionisti che traducono in chiave psicologica i grandi temi che hanno affascinato (e conturbato) l’alpinismo d’ogni tempo, operando su due fronti. Nella prima parte del volume indagano sui variegati versanti del pensiero alpinistico: la scoperta dello spazio incognito, la sindrome eroica, la spiritualità e la mitologia della vetta, il gioco e l’avventura, l’aspirazione alla superiorità e lo stile di vita. Nella seconda parte entrano nello specifico e si impegnano in serrati vis à vis con dieci personaggi. Sono pagine che catturano l’intervistato, esplicite, succose, didascaliche anche.

  • La Provincia di Varese
    In su e in sé stasera al Cai
  • Lo Scarpone
    Arrampica, ti dirò chi sei
  • La Stampa
    La voglia di salire e conquistare chiave di lettura dell’esistenza
    Alpinismo e psicologia.Voglia di andare in alto, superarsi, raggiungere la cima. Desiderio di comprendere se stessi, di raggiungere una forma di equilibrio. Priuli&Verlucca ha dato alle stampe il bel lavoro a quattro mani di due psichiatri-alpinisti. «Il libro propone una rilettura in chiave psicologica di alcuni temi cruciali dell’alpinismo che possono essere individuati in varie dimensioni: esplorativa, ludica, estetica, di ricerca di sé». Psicologia individuale: spirito e cultura dell’alpinismo. Lavoro prezioso anche per i non appassionati di montagna.
  • discoveryalps.it
    In su e in sé: un poderoso trattato dei rapporti tra alpinismo e psicologia

     La recensione su www.discoveryalps.it

    “In su e in sé”, l’ultimo volume della collana Paradigma della casa editrice “Priuli & Verlucca” è un ponderoso trattato dei rapporti tra alpinismo e psicologia. "Due discipline che non si richiedono a vicenda: l’una non ha bisogno dell’altra. – afferma nell’introduzione Giuseppe Saglio, psichiatra e psicoterapeuta adleriano, coautore del libro con Cinzia Zola – All’apparenza non possiedono reciprocità né articolazioni comuni. Eppure, entrambe, condividono un interesse prioritario per il corpo e per la mente, riconoscendoli nell’unità indivisibile e irripetibile dell’individuo in relazione con il mondo".
    Attraverso l’analisi di scritti di filosofia e psicologia, libri di alpinismo, testi storici, resoconti di salite, riflessioni e interviste di alcuni alpinisti contemporanei, i rapporti tra in su e in sé si dipanano e diventa evidente la loro interdipendenza: "Alpinismo e psicologia: due pratiche che si incontrano nel fare e nel pensare, in un legame stretto e indissolubile. L’esperienza deve essere preceduta, accompagnata e seguita dal pensiero; il pensiero deve essere sostenuto e alimentato dall’esperienza" scrive ancora Saglio. Per altro i due autori, da alpinisti e psicologi, ogni giorno ritrovano questi legami e interconnessioni proprio nelle loro attività e nei loro pensieri, nel tempo libero e nel lavoro, con continui rimandi, metafore, analogie nei processi di conoscenza.
    Oltre a capitoli di analisi e di rilettura in chiave psicologica di temi cruciali dell’alpinismo, gli autori propongono una serie di interviste ad un campione eterogeneo di alpinisti, di età, interessi e campi di attività diversi, per offrire un ritratto della complessità del mondo genericamente etichettato come “alpinismo”. Completano l’opera alcune considerazioni dell’alpinismo dal punto di vista analogico, canale comunicativo privilegiato per l’espressione delle emozioni. "Sappiamo di arrampicare per esistere, come se fossimo montagne; per conservare la nostra anima, avendo la loro natura dentro; per vedere come siamo fatti; per cercare il senso della vita; per restare ancora, con i piedi per terra e la testa tra le nuvole" conclude Saglio nell’introduzione.


  • La Regione
    Menti e monti

    Se ha ragione Luisa Jovane, allora siamo a posto: “È più patologico che normale tutto questo”. La fortissima climber italiana parla di sé e della propria, compulsiva, dedizione all’arrampicata in questi termini, con Giuseppe Saglio e Cinzia Sola, autori di In su e in sé - Alpinismo e psicologia (Priuli &Verlucca, pagg. 298, 14.50 euro). È ben vero che Jovane ormai arrampica, più che fare alpinismo, ma certe vie che percorre col compagno, Heinz Mariacher, sulle Dolomiti, hanno tutto lo spessore dell’alpinismo di alto livello. D’altra parte, proprio Enrico Camanni, che del libro firma la prefazione, ha intitolato Mal di Montagna (Cda & Vivalda) uno studio sull’irresistibile attrazione che le cime esercitano su “certa” gente.
    Psicologizzare l’alpinismo non è una pratica inedita, e probabilmente di per sé non così diversa dal tentare una lettura in chiave psicologica delle traversate oceaniche solitarie, o di tutte quelle attività in cui ci si misura col limite in un ambiente naturale “estremo”. Dunque non ne dico nulla (se non che i due autori sono psicoterapeuti di scuola adleriana, lasciando a chi ci capisce di comprendere che cosa significhi in questo contesto).
    Ma ciò che qui rende il tutto tanto speciale è quella immagine verticale: l’in su delle altezze e la profondità dell’in sé. Quasi che l’alpinismo sia in fondo un muoversi tra l’ariosa astrazione della vetta – facile perdersi lassù, e talvolta perdervi anche la vita – e la penombra di una coscienza inquieta, giù in fondo, dove solo facendoci speleologi di noi stessi riusciamo, talvolta, ad arrivare.
    Tutta la non facile prima parte del volume è riservata all’analisi, giustamente lette in chiave storica, delle motivazioni, individuali, sociali, e simboliche dell’andare in montagna (a partire da quella “posizione eretta”, che ha fissato il passaggio dalla condizione animale alla nostra, proprio sollevandoci da terra e innalzando la testa al di sopra delle viscere). Mentre una corposa seconda pare contiene interviste a alpinisti di generazioni e interessi diversi. Da un Cesare Maestri – “ho scritto a Bush che a me del codardo non può darlo” (il presidente aveva tacciato di codardia chi era contrario alla guerra in Iraq) –; a un Alessandro Gogna che sembra aver fatto alpinismo tutta una vita per cercare di capirsi (“C’è sempre la morte a fare da sfondo: la morte è sempre la prova di tutto. Non abbiamo altra meta: si tratta di come arrivarci. Come bambini o come adulti”).
    E, naturalmente, non intervistato ma ineludibile, il grande Mallory: perché tentare di salire l’Everest? Perché esiste. Poi fate voi i vostri pensieri.

  • Corriere della sera
    Con i piedi sulla terra e la testa tra le nuvole. Psicologia della scalata
  • Sci
    Salire per conoscersi
  • La Rivista del Club Alpino Italiano
    Libri di montagna
  • Bollettino Sat
    In su e in sé: Alpinismo e psicologia
  • Le Alpi Venete
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  • Tuttolibri
    Ascese e discese con lo psicologo
    Da Fontana di giovinezza di Lammeral Limite della vita di Messner, da Alpinismo eroico di Comici ai Conquistatori dell'inutile di Terray, l'alpinismo è sempre stata un'attività di cui si è tentato di esplorare le motivazioni e le condizioni psicologiche. La semplice domanda «Perché farlo?», perché rischiare la vita in una ascensione, introduce in una complessa casistica psichica. Domanda e casistica sono la materia del saggio di Giuseppe Saglio e Cinzia Zola - l’uno psichiatra l’altra psicoterapeuta di scuola adleriana, entrambi scalatori - sulle ragioni inconscie, recondite dell'alpinismo: In su e in sé, metafora verbale dell'idea di ascendere per ritrovare se stessi (Priuli & Verlucca, pp. 297 e 14,50) . Nella prefazione lo scrittore Enrico Camanni indica quattro punti fondamentali: la gratuità dell'azione, il confronto con il rischio, la ricerca interiore e il legame della cordata. In realtà, il volume è piuttosto uno studio che ha l'ambizione di definire i contenuti e i confini della cultura alpinistica, disegnando dei grandi orizzonti, storici, letterari e antropologici. Così il primo centinaio di pagine ripercorrono le ragioni e le finalità che hanno indotto gli uomini - alla fine del Settecento - a misurarsi con le vette. S'incontrano qui Pascal e De Maistre, Thoreau e Emerson, l'alone romantico e il culto dell'eroe, il parallelo fra Messner e Ercole e fra Messner e Teseo. Un'altra parte cospicua è dedicata alle voci degli alpinisti, con dieci interviste: a fuoriclasse come Pietro Dal Prà, Cristian Brenna, Luisa Iovane, Nives Meroi, a protagonisti storici come Cesare Maestri, Alessandro Gogna, Andrea Mellano, Enrico Rosso, una guida dalle proposte alternative come Giovanni Bassanini, un alpinista locale come il valsesiano Giovanni Turcotti. Infine, in altri due capitoli, Saglio e Zola affrontano scientificamente le questioni psicologiche, con il proposito di mettere a disposizione del lettore strumenti di interpretazionedell'attività alpinistica. In particolare trattano la nozione adleriana di «compensazione» e «ipercompensazione », come rivincita rispetto a complessi di inferiorità che possono segnare la nostra struttura psichica e che esasperano la propensione alla superiorità e al dominio. Un altro elemento adleriano di estremo interesse per l'alpinismo è il concetto di «finzione», che permette di agire dentro un «fare» rappresentativo, simbolico, al confine stesso di realtà e immaginario, per cui ognuno realizza e conquista la sua montagna. E' invece assente nel libro il tema del rischio, probabilmente perché sottinteso in altre tematiche psicologiche. Numerosi e significativi i riscontri fra il quadro scientifico e le interviste agli alpinisti. Alla fine il punto chiave sembra essere, per dirla con Gogna, «la consapevolezza del limite».
  • Rivista del CAI
    In su e in sé. Una riflessione su alpinismo e psicologia
  • Alpinia.net

    clicca qui per leggere la recensione su alpinia.net

    Ecco un'opera che sembra fatta apposta per chi non cerca un libro da sfogliare prima di prendere sonno, magari dopo una giornata pesante e faticosa: sarebbe probabilmente tempo e denaro sprecato...
    In su e in sè è un'opera molto seria, frutto del lavoro altrettanto serio di due psicologi della scuola adleriana, che hanno cercato di analizzare il meccanismo mentale e psicologico che può portare uomini normalmente portati alle comodità, ad abbandonarle per percorrere rocce e creste, tra rischi e fatiche immense, alla ricerca di un qualcosa che appare spesso veramente irrazionale.
    Fortunatamente e lo diciamo con convinzione, i due autori sono due bravi alpinisti, grandi appassionati di montagna, in caso contrario il libro sarebbe stato solo una noiosa teoria, senza alcun vissuto, invece i due bravi professionisti hanno cercato e scavato anche dentro la propria stessa passione.
    L’alpinismo si rivolge essenzialmente all’andare in su, la psicologia si interessa prevalentemente dell’essere in sé. In su significa in alto. Seguire un percorso di verticalità, raggiungere una cima, ma significa anche essere su, provare uno stato di euforia, come si può verificare anche durante un’ascensione.
    In sé significa raggiungere una condizione di equilibrio psichico e di contenimento emotivo, ma significa anche ritrovare la strada dell’introspezione, individuare la correlazione tra esterno e interno, riconoscere la propria condizione e il proprio mondo intrapsichico attraverso un’esperienza nel mondo circostante.
    All’apparenza si tratta di due discipline che non possiedono reciprocità, né articolazioni comuni, tuttavia entrambe condividono un interesse prioritario per il corpo e per la mente, riconoscendoli nell’unità indivisibile e irripetibile dell’individuo in relazione con il mondo.
    Il libro è suddiviso in due parti, la prima teorica che va letta lentamente con attenzione, nella quale si studiano i meccanismi dell'uomo che sale verso l'alto, che cerca la vetta, uno studio approfondito e sicuramente molto interessante che ci sembra anche riprendere in modo teoretico quanto espresso in modo sentimentale da Maria Coffey in L'ombra della montagna.
    La seconda parte contiene una serie di interviste ad alpinisti famosi che spiegano la loro passione e ne dano le motivazioni; troviamo riuniti alcuni tra i più famosi specialisti italiani di montagna: Giovanni Bassanini, Christian Brenna, Pietro Dal Pra, Luisa Iovane, Cesare Maestri, Andrea Mellano, Nives Meroi, Enrico Rosso, Giovannni Turcotti, che danno una lettura veramente speciale al libro.
    Ci ha molto appassionato la testimonianza di Alessandro Gogna, uno dei protagonisti del Nuovo Mattino, che con grande sincerità vanta come grande raggiungimento quello di aver scoperto il proprio limite e di essersi fermato, contrariamente ad altri che purtroppo non lo hanno fatto; il suo alpinismo di ricerca e l'autoderminazione, lo rendono ancora oggi uno dei maggiori punti di riferimento per l'alpinismo e non solo quello italiano.




L’alpinismo si rivolge essenzialmente all’andare in su, la psicologia si interessa prevalentemente dell’essere in sé. In su significa in alto. Seguire un percorso di verticalità, raggiungere una cima, ma significa anche essere su, provare uno stato di euforia, come si può verificare anche durante un’ascensione. In sé significa raggiungere una condizione di equilibrio psichico e di contenimento emotivo, ma significa anche ritrovare la strada dell’introspezione, individuare la correlazione tra esterno e interno, riconoscere la propria condizione e il proprio mondo intrapsichico attraverso un’esperienza nel mondo circostante. All’apparenza si tratta di due discipline che non possiedono reciprocità, né articolazioni comuni, tuttavia entrambe condividono un interesse prioritario per il corpo e per la mente, riconoscendoli nell’unità indivisibile e irripetibile dell’individuo in relazione con il mondo.
Il libro propone una rilettura in chiave psicologica di alcuni temi cruciali dell’alpinismo che possono essere individuati in varie dimensioni: esplorativa, ludica, estetica, di ricerca di sé. A tal fine, abbiamo adottato il modello della Psicologia Individuale, perché si può riconoscere una profonda corrispondenza tra spirito e cultura dell’alpinismo e i fondamenti della Psicologia Individuale, quali il bisogno di affermazione di sé in armonia/contrapposizione con il sentimento sociale; il sentimento di inferiorità, confrontato con le scelte e le iniziative compensatorie di superiorità; le potenzialità del Sé creativo, come capacità di trovare soluzioni nuove e più funzionali, di fronte alle difficoltà e agli ostacoli; la tendenza verso un fine che, pur nella sua dimensione di finzione, di termine non raggiungibile e di compimento non realizzabile, restituisce senso all’agire e all’esistenza.
Il bisogno dell’«andare per i monti» diventa così metafora della conoscenza del mondo e della visione adleriana dell’uomo inserito nel suo ambiente.


PREFAZIONE
di Enrico Camanni
Febbraio 2007

Ci sono molte buone ragioni per le quali l’alpinismo dovrebbe interessare la psicologia, anche se i collegamenti tra le due discipline non sono frequenti e spesso mancano di coraggio.
Provo a elencare le ragioni. Innanzi tutto l’alpinismo è un’attività spontanea, «gratuita», tanto che quando è stato strumentalizzato o mercificato, da ideologie politiche o da convenienze economiche, ha sempre dato il peggio di sé. Ancora oggi, dopo oltre duecento anni di storia, gli alpinisti restano persone di matrice romantico-anarchico-sportiva, poco propense a impegnarsi nella vita sociale e ancora meno disposte a farsi applicare regole o etichette. Dunque in qualche modo, senza scivolare in una facile e abusata retorica, gli alpinisti sono individui liberi, che scelgono una vita rischiosa.
Il rischio è la seconda variabile determinante, anche se l’arrampicata sportiva ha dimostrato che si può benissimo scalare senza pericolo. Ma quello non è alpinismo. In una società dove incognite e rischi sono ridotti al minimo, l’alpinismo – pur molto cambiato con le previsioni meteorologiche, la tecnologia, gli elicotteri e i telefoni cellulari – resta un’attività dagli elevati contenuti di imponderabilità, e tali contenuti aumentano tanto più ci si allontana dalle regioni note e dagli itinerari battuti.
Qui interviene la terza componente fondamentale, che è quella della ricerca. Evidentemente si può fare alpinismo tutta la vita affidandosi a internet e alle raccolte di scalate classiche, ma molti alpinisti conservano e coltivano il desiderio della scoperta, sul terreno e dentro di sé. Geograficamente si può dire che l’alpinismo sia un’esplorazione in verticale, una delle ultime esplorazioni geografiche possibili, ma poi esiste un altro tipo di esplorazione – quella introspettiva – di cui gli alpinisti non hanno mai taciuto l’importanza, certe volte con analisi di comodo, altre volte con rimozioni mascherate, altre volte ancora con descrizioni coraggiose e sincere. Poi c’è il legame della cordata, sporadicamente indagato (anche come metafora aziendale) e spesso idealizzato, che «obbliga» gli alpinisti a unirsi e collaborare, nella buona e nella cattiva sorte. Si tratta di una metafora della vita di relazione, particolarmente significativa nei tempi ormai lontani in cui le guide valligiane collaboravano con gli intellettuali di città per cercare nuove vie sulle montagne, ma notevole ancora oggi in virtù del fatto che di solito esiste un primo e un secondo di cordata, con relativi ruoli, tensioni, vantaggi, svantaggi, sottomissioni, ribellioni, codici di comportamento.
Infine c’è il fatto che nessuna attività umana è forse mai stata così raccontata dai protagonisti, in ogni epoca storica e in ogni ambiente culturale: è come se la scalata avesse bisogno di essere «colata» nell’inchiostro per diventare vera.
Dunque, sull’alpinismo lo psicologo dispone di una letteratura quasi sterminata, seppure ingombra di simulazioni, cadute agiografiche, falsità, esagerazioni, omissioni, rimozioni, aggiustamenti di comodo. Ma il materiale è immenso e non resta che scavare, scegliere, scartare, insomma lavorarci sopra.
È la linea seguita con organicità e competenza da Giuseppe Saglio e Cinzia Zola, psicoterapeuti di formazione adleriana, che a una lunga parte teorica aggiungono, e in qualche modo sovrappongono, una scelta di interviste ad alpinisti «a tempo pieno», cioè a persone che hanno messo la montagna al primo posto nei valori della vita. In tal senso, anche se nella fattispecie si tratta per lo più di professionisti, non c’è una gran differenza tra chi pratica l’alpinismo per mestiere e chi lo fa per diletto. Da un punto di vista psicologico si può trovare la stessa «dedizione» e lo stesso coinvolgimento incondizionato sia tra chi vive di alpinismo sia tra i cosiddetti «alpinisti della domenica». E qui sta l’ultima magia: la pratica alpinistica è una passione (dipendenza?) a tutto tondo, che mal si presta a mediazioni e mezze misure. Lo sanno bene le mogli dei «malati di montagna» (o i mariti, quando l’alpinista è donna), che si devono accontentare di residui di tempo e di sentimento, e che inevitabilmente, a volte per tutta la vita, devono accettare la concorrenza di una musa irresistibile ed esclusiva, una specie di diabolica amante che non invecchia mai.
Credo che l’alpinismo sia la rappresentazione di un amore adolescenziale mai consumato fino in fondo, proiezione infantile di sogni, speranze, capricci, egoismi, illusioni. Per questo gli alpinisti non sono affatto persone facili, e nemmeno uomini e donne maturi. Sono al contrario «eroi» eternamente incompiuti, fanciulli mai diventati grandi, instancabili collezionisti di attimi ed emozioni che mal si compendiano con le feriali incombenze della vita quotidiana. In tutta la mia lunga e appassionata frequentazione della storia e della società alpinistica ho incontrato soltanto due personaggi che siano riusciti a consumare veramente con la stessa intensità la passione alpinistica e l’impegno civile. Sono il grande dolomitista Renzo Videsott, diventato direttore del Parco nazionale del Gran Paradiso negli anni drammatici del secondo dopoguerra, e il sindacalista Guido Rossa, ucciso dalle Brigate Rosse nel vile attentato del 24 gennaio 1979.
La loro «conversione» al mondo del piano li rende unici, e per contrasto, come in un gioco di specchi, rende assolutamente eccezionale anche la pratica alpinistica.
 
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