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Milano

Milano

fotografie di Livio Bourbon, Enrico Formica

Cartonato con sovraccoperta plastificata a colori, formato cm 21,5x28, pagine 128 con 132 immagini a colori

ISBN 978-88-8068-715-3
novità
 

Estratti



Il volume, interamente a colori, offre le più suggestive e spettacolari immagini di Milano firmate da Livio Bourbon e Enrico Formica e introdotte dalla brillante penna di Mario Cervi. Più di 130 affascinanti fotografie frutto di una eccezionale campagna fotografica, riprodotte anche a piena e doppia pagina svelano la Milano più emozionante e inconsueta in un elegante volume ad un prezzo veramente speciale.

Dall'introduzione di Mario Cervi
Milano, così brutta e insieme così bella – come il suo cielo – è una città della quale ci si innamora. Perché è generosa. Fu dapprima una metropoli d’immigrazione lombarda, o delle altre regioni del nord, poi una metropoli d’immigrazione meridionale. Da lontano vi arrivavano in tanti, cercando fortuna, ma lo straordinario è che quella fortuna spesso la facevano. Esigente ed accogliente, la Madonnina apriva le sue braccia a chiunque avesse buona volontà. Milano dava ad ogni recluta la sensazione d’avere nel suo zaino il bastone da maresciallo. E molti l’ebbero, quel bastone, proprio cominciando da niente. Milano ha succhi digestivi potenti, sa assimilare tutto e tutti, se ne vale la pena. Ha fatto di un «martinitt» (i «martinitt» erano i trovatelli, allevati a cura della carità pubblica) il gigante Angelo Rizzoli (Angelo senior, per intenderci), di un mantovano il grande Mondadori, d’un parmigiano il «maestro» per antonomasia Arturo Toscanini, d’un anconetano Luigi Albertini che «creò» il Corrierone, d’un altro marchigiano il grande Enrico Mattei, d’un agitatore romagnolo Benito Mussolini. Dal Bellunese c’è venuto Dino Buzzati, e non se n’è staccato più, dalla Toscana Indro Montanelli. Furono stregati da Milano Henri Beyle detto Stendhal – che volle la qualifica di milanese – e il glorioso maresciallo austriaco Radetzky: ghiotto degli gnocchi che gli cucinava la sua amante milanese. A Milano la divina Maria Callas ebbe trionfi e serenità, che poi perse nell’isola Skorpiòs di Aristotele Onassis e nel tramonto desolato di Parigi.
Il perché di questo fascino, che dura nonostante tutto, è difficile da spiegare. A parte il Duomo, gigantesco tripudio di ricami marmorei, Milano non ha bellezze architettoniche e paesaggistiche decifrabili al primo colpo d’occhio, come se ne trovano a Venezia, a Roma, a Firenze. Il territorio circostante, che ebbe in passato una sua manzoniana solennità e serenità agricola, è ormai fitto d’imprese e d’uffici: non più la «banlieue rouge» di quando Sesto San Giovanni era soprannominata la Stalingrado d’Italia, ma un tessuto economico complesso. Tipico d’una città che fu operaia, ma nella quale – accade in tutte le aree sviluppate – prevale ormai il «terziario». Tutto questo è segno di produttività e di prosperità, non di bellezza. Le bellezze di Milano bisogna per lo più andare a cercarle, e quando vengono trovate incantano.
Milano ha una forza d’attrazione straordinaria, è una potente calamita. Non offende nessuno l’affermare che Novara, ufficialmente piemontese, gravita più su Milano che su Torino, e che Piacenza, ufficialmente emiliana, gravita più su Milano che su Bologna. Lo stesso Canton Ticino, geloso e fiero della sua elveticità, ma egualmente geloso della sua lingua, guarda a Milano più che a Berna o a Ginevra o a Zurigo.
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