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  • Arch Alp
    Muri d’alpeggio in Valle d'Aosta
    Muri d’alpeggio non è solo un’approfondita ricerca sull’architettura degli alpeggi della Valle d’Aosta accompagnata da alcune riflessioni di carattere antropologico ed etnografico sul mondo contadino ma è soprattutto un libro sulla montagna. Questo perché restituisce in modo efficace l’immagine di un mondo in cui la presenza umana è indissolubilmente intrecciata con il territorio - un mondo in cui i ritmi ed i cicli della vita e del lavoro, le identità ed i saperi si sono stratificati come la terra e le pietre con cui nei secoli si è costruito l’habitat rurale - caratteristica irriproducibile del mondo alpino. La descrizione fisica dell’architettura e del paesaggio rurale compenetra la dimensione umana dipingendo un cosmo in cui gli usi e le forme del territorio si situano in una stupefacente consequenzialità. La logica funzionale degli spazi, la razionalità di ogni scelta costruttiva, la ricerca poetica nelle forme primitive del costruire, l’utilizzo intelligente di materiali reperiti in loco, danno vita ad architetture che diventano non solo parte del paesaggio ma “il” paesaggio. La fatica richiesta per la posa di ogni singola pietra che compone i muri di questi alpeggi richiedeva una saggia e consapevole ottimizzazione delle risorse e dei gesti. L’armonia che oggi noi percepiamo nell’osservare questi luoghi nasce proprio dal fatto che i materiali e le azioni del costruire fossero il frutto di misura, necessità, intelligenza, passione. I vincoli imposti dalla disponibilità limitata di materiali, dalle qualità tecnologiche degli stessi, dai limiti “muscolari” di uomini e bestie, dalle caratteristiche orografiche ed ambientali, suggerivano una giusta misura che sottendeva costantemente alla progettazione e alla realizzazione degli edifici e che si traduceva, da un punto di vista estetico, in una sorta di continuum con la geomorfologia dei luoghi. Queste “architetture senza architetti” nascono dunque da una padronanza consapevole e colta delle soluzioni spaziali e tecnologiche più adatte per costruire in un ambiente così severo, legittimandosi dal confronto continuo con le caratteristiche più intime dell’ambiente e con le risorse intrinseche del territorio. Da un lato dunque la razionalità costruttiva richiedeva chiarezza strutturale e compositiva che andava, dall’altro lato, declinata in modo specifico rispetto alle condizioni al contorno imposte dalla montagna. Nello scorrere i numerosi esempi di architetture di alpeggio prese in analisi nella ricerca colpisce infatti il grande numero di varianti tipologiche con cui si articolano gli edifici in relazione al proprio territorio. Questi sembrano seguire la strada di un’organicità non retorica, che non risparmia i segni decisi propri di un’idea laugeriana dell’architettura ma che con grande adattabilità, attraverso anche i più minimi aggiustamenti, introduce variazioni sul tema e distorsioni mettendo in forma una sorprendente coerenza tra il dentro e il fuori, tra la parte e il tutto, tra il naturale e l’artificiale. Una grande lezione di “sostenibilità” che nasce in modo spontaneo dalla cultura della gente di montagna e che costituisce ancora oggi uno straordinario bagaglio di conoscenze a cui è importante guardare, non come un nostalgico ricordo per un mondo arcaico che nessuno sarebbe più disposto a far rivivere ma come un fecondo riferimento per imparare ad abitare in modo più profondo e consapevole le alpi di domani.

  • L’Indice dei libri del mese
    Architettura senza architetti

  • Le Peuple Valdotain
    16ème édition du Prix littéraire René Willien
    La maison Priuli & Verlucca remporte le premier prix

  • La Vallée
    Assegnati i Prix René Willen

  • Il Risveglio Popolare
    Muri d’alpeggio in Valle d'Aosta
  • La Stampa
    La storia degli alpeggi nei racconti di vita
    Disboscamento, estirpazione di rovi e cespugli, costruzione di ripari per pastori e bestiame, «rus» per l’irrigazione dei prati. Non è nota l’epoca in cui si iniziò a sistemare i pascoli d’alta montagna: si sa che il loro uso estivo risale all’antichità. Un’approfondita ricerca sulla vita di un temponei pascoli estivi è raccolta nel volume «Muri d’alpeggio in Valle d’Aosta. Storia e vita» pubblicato da Priuli & Verlucca editori con l’apporto dell’assessorato Istruzione e Cultura. Oltre 200 pagine, costellate di fotografie e disegni tecnici, nate dalla collaborazione di 5 esperti, coordinatida Claudine Remacle. A introdurre l’argomento è un’analisi storica globale di Joseph- César Perrin da cui emergono i cambiamenti avvenuti negli anni. Significativo il fatto che «ancora cinquant’anni orsono, nel mese di giugno, ragazzini di 8-10 anni, o forse più piccoli, non si recavano in montagna per trascorrervi le vacanze, ma per lavorare come pastorelli per un centinaio di giorni». Secondo Perrin «qualità e diversità sono i concetti chiave per conservare, rilanciare l’alpeggio, antica istituzione che ha varcato i secoli, modificandosi certamente, ma anche mantenendo intatti tutti i suoi valori che non riguardano solo l’economia,maanche la dimensione sociale e culturale». Le testimonianze orali raccolte da Alexis Bétemps e Lidia Philippot fanno rivivere tali spazi, attraverso le testimonianze di persone che, nell’infanzia o nella giovinezza, hanno trascorso in alpeggio diverse stagioni. La descrizione dei differenti luoghi non è stata affidata al caso: sono stati scelti antichi alpeggi ancora abitati. «Fin dall’inizio, l’idea guida è stata quella di far compenetrare, comefilo conduttore, la descrizione architettonica delle costruzioni con il ricordo che ne avevano gli intervistati» spiega Remacle. Così buona parte dei rilievi interessano gli alpeggi descritti: l’Arp-Vieille di Valgrisenche è presentato da Teresio Barrel, By e La Balme de Bal di Ollomont da Silvio Créton, Ondrò Schkéerpie di Gressoney-St-Jean da Piero Lateltin, Le Bourey di Lillianes da Anita Lesne, Le Créton di Champorcher e Plan du Ru di Torgnon da Giulio Pinet e Le Trajoz di Cogne da Cipriano Truc. I luoghi descritti, offrono così al lettore una panoramica sulle diversità degli alpeggi in Valle d’Aosta. Uno spazio, curato da Mauro Bassignana, è dedicato alla piccola flora dei pascoli, a quella vegetazione, ricca di varietà, che consente una gestione oculata del pascolamento nel corso della stagione d’alpeggio. Un capitolo è riservato alla toponomastica. «L’interesse per i nomi non è limitato all’aspetto linguistico, ma riguarda altresì la dimensione storica e antropologica della realtà montana» scrive Saverio Favre che ha sviscerato l’argomento. E tra architettura, materiali usati per le costruzioni, scene di vita quotidiana, in chiusura, gli autori dedicano alcune pagine agli alpeggi nell’immaginario. «L’alpeggio, che brulica di vita in estate, viene abbandonato a San Michele – scrivono Bétemps e Philippot -. Quando anche l’ultimo“ arpian” chiude la porta, sbarrandola con una piccola tavola di legno, la baita d’alpeggio rimane abbandonata fino alla fine della primavera. In autunno la baita è frequentata da tutta una serie di essere fantastici, in genere malefici », che l’uomo doveva imparare a rispettare per poter trarre vantaggio dai pascoli d’altura. O così almeno si racconta.

Estratti



 
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