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Muri e duri

Muri e duri

Analisi, esegesi, fenomenologia comparata e storia dei reperti vandalici in Torino

Brossura editoriale, 248 pagine con inserto fotografico a colori, formato cm 13,7x21,
ISBN 978-88-8068-301-8
 

Recensioni

  • La Stampa

    IL MURO PARLANTE
    Jacopo Iacoboni

    Siamo passati da «Lotta Continua» a «Botta continua », da «una risata vi seppellirà» a «meno Bambi più Bamba» (leggi: cocaina), da «rubare è umano perseverare democristiano» a un feticistico e ormai totalmente ripiegato «lecco piedi torinesi». Il riflusso nel privato, l’implosione post-politica, il pensiero forte che, altro che debole, diventa mollaccione: la mutazione antropologica osservata dalle scritte sui muri.
    Certo c’è muro e muro. E ci sono sospetti antichi e fobie moderne che portano all’istituzione di squadre anti-writers nelle polizie italiane come un tempo eravamo abituati alle squadre narcotici o squadre omicidi; a volte quelle paure producono fantasmi e poi disastri, come a Como, dove durante un controllo la squadra antiwriters ha ridotto in coma un ragazzo cingalese.
    Soprattutto ci sono loro: i muri. Muri nudi e crudi e muri coi graffiti, muri bianchi e muri con le scritte, Muri & duri, come da slogan-titolo di questo nuovo libro di Giuseppe Culicchia (uscirà il 15 aprile da Priuli & Verlucca, 248 pagine, 12 euro), che nasce da una fortunata rubrica tenuta sulle pagine di TorinoSette, supplemento torinese della Stampa, ed è più che un catalogo delle manie metropolitane: un bestiario super- italiano.
    La prima cosa che balza agli occhi di chi passeggia per le strade italiane, torinesi in questo caso, è che l’Italia 2000 sembra un posto in cui anche il graffio su un muro s’è fatto introverso e quasi sfibrato, no?
    «Quando ho catalogato le scritte anni Settanta s’è documentata, come uno immagina, una straordinaria politicizzazione di quella società, e anche una grande violenza. La politicizzazione di scritte come «rubare è umano, perseverare democristiano », o di «Nixon vattene» che ancora resiste, a Torino, in corso Umbria non distante dalla stazione di Madonna di Campagna, con allusione evidente all’intervento americano in Vietnam. Ovviamente l’intervento era stato iniziato durante l’amministrazione Kennedy, ma le scritte sui muri anche all’epoca dovevano essere assertive, è una comunicazione che non va per il sottile, pre-politica anche quando è politica».
    Poi è successo qualcosa, le scritte 2000 sono cose come «chi ruba una mela sono cazzi amari», demenziali tipo «follow the monkey», ribellistico-televisive come «ma fottiti»...
    «Ovviamente sono successe tutte le cose che sappiamo, la caduta del muro, la fine delle ideologie, un diverso modo di vivere la politica...»
    O un non modo di viverla?
    «Sì, un non modo, un’estraneità di fatto. Però in questi ultimissimi anni accade un fenomeno davvero post-politico, nuovo. A fine anni Novanta in una città come Torino trovavi ancora moltissime scritte leghiste, era il periodo in cui la Lega era un movimento ai margini, spesso le scritte non erano neanche con lo spray ma col pennarellone. Poi non più; oggi il massimo di contestazione politica lo esprime un po’ di radicalismo anarchico, oppure la critica alle Olimpiadi».
    Il calembour va tantissimo, è una particolare arte torinese?
    «È vero, Torino ha prodotto scritte magnifiche, “Chieti e ti sarà tato”, “Botta continua”, “Boia chi bolla”, “Bresso santa subito!” apparso in piazza Vittorio e vergato in vernice spray nera. Oppure scritte che contengono elementi di cortocircuito inconsapevoli, per esempio un “la scenza rende scemi” scritto con l’errore di ortografia, un capolavoro di ironia autoriflessiva... »
    Certi slogan politici, tipo quell’«in prima persona» che campeggia oggi sui manifesti elettorali per Gianfranco Fini, non paiono altrettanto riusciti.
    «Forse Fini dovrebbe licenziare quel pubblicitario e venire a Torino. In città funziona tantissimo anche la scritta con controscritta, per esempio compare un “più pantere meno giungla” e subito qualcuno la rovescia in un sibillino “meno pantere più giungla”, con metafora sessuale incorporata...»
    Su un manifesto del nuovo slogan di Forza Italia, «Italia, forza», qualche oppositore ha chiosato geniale «sì, ‘nculo... vaffa”.
    «Già, il principio è quello. Oggi però è molto più applicato nel privato che nella scritta politica. Per esempio a Torino ho annotato un “Enza soffre” e qualcuno, molto torinese davvero, ci ha aggiunto “per via del nome”».
    Le scritte sui muri dell’Italia duemila danno l’idea di una società violenta? «La violenza appartiene soprattutto al mondo del calcio, alle scritte ultrà, “gobbi conigli” è la cosa più gentile. Ma ormai scrivere sui muri, a differenza di ciò che accadeva negli anni Ottanta a New York, con Haring, Basquiat e tanti altri, è diventata una forma di ribellione compatibile, quasi una forma di innocenza, come in quella scritta intimistica “Davide è un chiacchierone”. Ovviamente è un’innocenza che si scontra col signore che al mattino si trova la scritta sotto casa».
    Nascono anche da noi le squadre antiwriters sul modello di New York. Poi però alcuni comuni, e Torino è stata tra questi, finanziano iniziative per sostenere quei giovani che fanno della scritta un’arte. È un’Italia schizofrenica?
    «A me fa effetto che a volte siano gli stessi “scrittori” da muro a chiedere di aver degli spazi, com’è successo a Torino con Murarte; questo cambia profondamente la natura del writer. È vero per esempio che molte scritte nascono da un milieu di marginalità o di radicalismo, ma non solo. Alcuni fanno scritte per auto-pubblicizzarsi, una collettiva di artisti, il titolo di un libro, la scritta come forma di marketing virale».
    La pubblicità va a caccia di molti di questi writers e qualcuno o mette a libro paga: il contestato che usa i suoi contestatori. Lei ha mai incontrato qualche autore di scritte?
    «A Milano ho parlato con Pao, un vero artista, anche abbastanza famoso, che è stato corteggiatissimo dalla pubblicità. E anche a Torino non è nuovo che le multinazionali si approprino della creatività sui muri, piegandola ai loro usi. A un certo punto in città comparvero tanti scorpioni in vernice nera, breve mistero, poi si seppe che era una campagna Nike».
    Il libro racconta Torino, ma com’è questa città rispetto a Roma, se uno la guarda dai muri?
    «A Roma l’ultima geniale scritta che mi ha colpito è, dopo la morte del Papa, “Roma ghibellina festeggia la sede vacante”, una scritta scettica, millenaria, immobile. A Torino puoi leggere cose intellettualissime come “il mondo è quadrato ma saltella”, mi è stato sussurrato che certe scritte potrebbero essere di persone insospettabili, benestanti, che usano il muro come traccia di ciò che non s’è potuto dire altrove. Sì, sono convinto che non sempre la scritta sul muro è la voce dei senza voce».


  • La sentinella del Canavese

    L’ANALISI DI «MURI & DURI»
    In circa 250 pagine raccolta e commento delle scritte che deturpano Torino

    Ivrea. Dalle caverne della preistoria ai giorni nostri, dalle rocce ai muri, dai simboli alle parole. Così si sono perpetuate nel tempo testimonianze di civiltà diverse consegnandole e tramandandole a chi sarebbe venuto dopo. Oggi, nell’era della comunicazione scritta e visiva, sono ancora una volta i muri a «raccontare» storie, personaggi, costumi, avvenimenti. Sono «graffi» che testimoniano un’epoca con le sue inciviltà, cattiverie, volgarità ma anche creatività e persino poesia. Sui muri del nostro tempo sono «graffi» di fango ma anche di fantasia così stimolanti da solleticare l’estro di uno scrittore.

    S’intitola «Muri & Duri» il volume della Priuli & Verluccca (dal 15 aprile nelle librerie) col quale Giuseppe Culicchia si avventura in «analisi, esegesi, fenomenologia comparata e storia dei reperti vandalici di Torino». 250 pagine per raccogliere e commentare tutto quanto s’immagina potrà servire per capire com’erano quelli del 2000, agli archeologi che «un giorno lontano tra mille, diecimila o forse centomila anni scaveranno tra le macerie delle odierne metropoli in cerca della nostra civiltà, troveranno le vestigia dei nostri templi, e cioè i minimarket, supermarket e centri commerciali e sui loro muri gli innumerevoli e a quel punto temo indecifrabili, graffiti tracciati da certi nostri contemporanei comunemente detti vandali (con la “v” minuscola per non confonderli con i Vandali dei libri di storia)». Da Claudia ti amo da impazzire e sai chi sono, passando per Quando lo Stato si prepara a uccidere si fa chiamare Patria, proseguendo per Sognare e Fuck you all o Al pueblo unido lo cagan los partidofino a Burlesconi ritirati, Culicchia ci accompagna tra sentimenti e politica, vita quotidiana e costume, crisi sociali e patemi esistenziali in 250 pagine che vale la pena scorrere e tenere nella libreria per ricordarci come siamo. [d.l.]


  • La Vallée

    GRAFFITI TORINESI

    Aosta - Alla vigilia della diciannovesima Fiera del libro, che dal 4 all’8 maggio riunirà al Lingotto di Torino oltre 1.200 editori italiani e stranieri, e dove sarà presente, con un proprio stand, nel quale esporrà il meglio della più recente produzione libraria territoriale anche la Regione Valle d’Aosta, l’editore Priuli & Verlucca, che malgrado operi prevalentemente in Piemonte (ha appena trasferito la sede da Pavone a Scarmagno sempre nei pressi di Ivrea) e che, soprattutto, grazie all’instancabile lavoro di Gherardo e Luca Priuli, può disporre di un catalogo che ha comunque sempre soddisfatto le esigenze degli utenti e lettori valdostani, il 15 aprile scorso, oltre a riproporre la ristampa di alcuni volumi della fortunata collana “Quaderni di cultura alpina”, ha reso disponibile in tutte le librerie l’ultima novità. Si tratta del libro di Giuseppe Cullicchia, ancor giovane scrittore ed ex edicolante torinese, ora anche giornalista, diventato improvvisamente noto al grande pubblico nel 1994 dopo che il suo primo romanzo, “Tutti giù per terra”, è stato anche un film di buon successo. In “Muri & Duri” edito da Priuli & Verlucca, 240 pagine al prezzo di 12 euro, Giuseppe Cullicchia questa volta, racchiude il meglio di una rubrica che tiene settimanalmente su Torino Sette, con l’aggiunta di numerosi inediti dove ha fotografato, catalogato e commentato tutte le scritte e i graffiti, fatti con bombolette spray e pennarelli, su muri, saracinesche, strade o monumenti di Torino. Spesso veri scempi che l’autore riesce perfino a tradurre in letteratura. L’analisi, l’esegesi, la fenomenologia comparata e la storia dei reperti vandalici in Torino raccontata da Giuseppe Culicchia nel libro di Priuli & Verlucca, si apre con l’introduzione scientifica dell’autore, e prove fotografiche a colori dello scempio in atto. Nelle prime pagine Culicchia analizza un “La gente rincoglionisce” che un anonimo imbrattatore ha scritto su un macchinetta parchimetro di Piazza Statuto e che oggi, ad elezioni politiche concluse, è, in ogni caso, diventato un messaggio attuale e meno filosofico di quanto cerchi di spiegare il libro. Attuale, quasi quanto un anonimo “Burlesconi ritirati” fotografato in via Po che il candido Cullicchia, ai tempi della sua ricerca, non sapeva a chi si riferisse. Ma i messaggi decifrati e fotografati e analizzati nel volume edito da Priuli & Verlucca, attraverso l’attenta, e simpatica descrizione di Giuseppe Cullicchia, sono davvero tanti e hanno pure il pregio di trasportare il lettore in un giro panoramico virtuale “della memoria”, nella sempre bella, e un po’ misteriosa, città di Torino. [W.B.]


  • La Repubblica

    I MURALES RACCONTANO LA STORIA DI TORINO

    I graffitari metropolitani sono un esercito che agisce nell’ombra, che non firma, che rischia una multa, che finisce in un romanzo di culto, Tre metri sopra il cielo, frase-tormentone dell’omonimo libro (Federico Moccia, Feltrinelli) scarabocchiata a Corso Francia a Roma. Giuseppe Culicchia (Tutti giù per terra, A spasso con Anselm, Il paese delle meraviglie, raffinato traduttore di Bret Easton Ellis) di questi murales ne ha fatto una rubrica sul quotidiano La Stampa e anche un piccolo saggio Muri e duri analisi, esegesi, fenomenologia comparata e storia dei reperti vandalici in Torino. Culicchia ha catalogato e fotografato le testimonianze dell’Aereosol Art, ricostruendo una mini storia della città e dei suoi abitanti. Scopo dell’articolatissima elencazione è aiutare i posteri in quella che sarà l’eventuale interpretazione di questi affreschi murali. Culicchia come la Stele di Rosetta: se gli Champollion del futuro troveranno la sua opera, saranno in grado di comprendere una determinata sequenza di segni, certamente indicativa di un’epoca.
    Cugini alla lontana di personaggi come Keith Haring, Basquiat, gli imbrattatori della notte appartengono a diversi generi; si dividono le zone secondo una strategia che può essere di appartenenza al quartiere, di casualità (le fermate dei bus), di simbolo (le statue). “Quando lo stato si prepara a uccidere si fa chiamare patria” si legge in Corso san Maurizio; «La frase censita» annota Culicchia «l’avrebbe potuta scrivere Bukowski»; “Borghesi al rogo”, in via Cervino, «Tale reperto appartiene di diritto alla categoria “auspici”» sottolinea l’autore. E poi, sempre restando in tema politico: “Non votare chi ci porta in guerra”, “Al pueblo unido lo cagan los partido”, “Savoia massoni, fuori dai coglioni”.
    Le divagazioni in campo sessuale sono forse le più colorite: da “via il clitoride” a “Chi ama la fica metta una riga”; poi c’è l’universo del pensiero buttato giù perché in quel momento c’era un muro a disposizione per comunicare: “Ciao Simo”, “Cazzo non ho il libro delle vacanze”, “Per Fra vieni al mercato mamma”. Gli esempi sono moltissimi, le segnalazioni (Culicchia ha i suoi “avvistatori”) quotidiane e come per la scrittura degli egiziani c’è un codice per eventuali studiosi, che ha una chiave: “Gobbi conigli”. «Una volta decrittatone il senso finiranno per ipotizzare che soprattutto nei pressi dei nostri stadi di calcio vivessero e si riproducessero minuscoli quadrupedi pelosi un po’ più grandi dei topi e assai più piccoli dei canguri, inesplicabilmente affetti da scoliosi: il probabile risultato di un esperimento genetico andato storto». L’archeologia, si sa, è zeppa di ipotesi azzardate.


  • La Gazzetta Web

    Muri & Duri

    In questo libro Culicchia propone “Analisi, esegesi, fenomenologia comparata e storia dei reperti vandalici in Torino”. Per farlo, l’autore ha raccolto (e rivisto e corretto) il meglio della rubrica a lungo pubblicata sul settimanale “TorinoSette” (nella rubrica “Muri & Duri”, appunto) ed ha aggiunto graffiti inediti analizzati in esclusiva per l’edizione in volume, che comprende anche una «Introduzione Scientifica» ed una consistente serie di «prove fotografiche a colori dello scempio in atto».
    «Un giorno lontano, tra mille, diecimila o forse centomila anni, gli archeologi del futuro scaveranno tra le macerie delle odierne metropoli in cerca dei resti della nostra civiltà […] rinverranno anche gli innumerevoli, e a quel punto temo indecifrabili, graffiti tracciati da certi nostri contemporanei, comunemente detti vandali (con la «v» minuscola, per non confonderli con i Vandali dei libri di storia»). Gli argomenti variano: «si va dal graffito d’amore a quello politico, passando naturalmente per gli insulti e il tifo calcistico, ma anche, inaspettatamente, per il servizio di pubblica utilità».


  • Plus Magazine
    Muri & Duri
  • La Stampa

    A volte i teppisti sono letterati


    Pagina 129: «Ciro ti amo». «Io no! By, Ciro». Pagina 131: «Enza soffre». «Per via del nome?». A seguire: «Salviamo l’Iraq... mandiamogli i vigili». E così via fino a pagina 192. Fotografie di scritte e graffiti fatte con spray o pennelli su muri, asfalto, saracinesche o monumenti di Torino. Le ha fotografate, catalogate, commentate Giuseppe Culicchia, l’ex edicolante diventato scrittore e giornalista per La Stampa. Su Torino Sette, settimanale distribuito nel capoluogo regionale, tiene una rubrica «Muri & Duri» che da anni tratta di questo. Ora il libroraccolta edito dalla Priuli& Verlucca. Un esempio pescato a caso in 247 pagine. «Chiunque intralci il mio cammino si consideri come morto». Culicchia: «Vergato in via Garibaldi a mezzo di pennarello nero, tale reperto si segnala non tanto per la minacciosità, ma per l’ammirevole, sorprendente coordinazione tra l’intralci e il si consideri. Roba d’altri tempi».




Il meglio dalla rubrica su «TorinoSette», con l’aggiunta di graffiti ineditie analizzati in esclusiva solo in questo volume. Il testo comprende un’Introduzione Scientifica dell’Autore e prove fotografiche a colori dello scempio in atto.
 
Dall'introduzione

Un giorno lontano, tra mille, diecimila o forse centomila anni, gli archeologi del futuro scaveranno tra le macerie delle odierne metropoli in cerca dei resti della nostra civiltà. Troveranno le vestigia dei nostri templi, e cioè di minimarket, supermarket e centri commerciali, con le numerose reliquie in essi contenute, dalle misteriose ciabatte di peluche a forma di papera o di gatto alle mini-poltrone concepite per il riposo del telefonino, passando magari per i polli in gomma che quotidianamente amiamo lanciare ai nostri adorati animali domestici, nella speranza che ci lascino in pace almeno per qualche minuto. E con esse, sui muri dei mini e supermarket e dei centri commerciali medesimi, e delle vie e piazze circostanti, e sui monumenti delle nostre antiche città e capitali, nonché sulle panchine ormai fossili dei nostri parchi e giardini pubblici, e sulle superfici arrugginite di treni, tram, bus, filobus e dei vagoni delle varie metropolitane urbane e suburbane, oltre che sui loro sedili e finestrini, e ancora su quel poco che rimarrà dei nostri manifesti pubblicitari ed elettorali, rinverranno anche gli innumerevoli, e a quel punto temo indecifrabili, graffiti tracciati da certi nostri contemporanei, comunemente detti vandali (con la «v» minuscola, per non confonderli con i Vandali dei libri di storia). Ai loro occhi, ovvero agli occhi degli archeologi del futuro, quei graffiti saranno l’equivalente della famosa Stele di Rosetta, la città egizia edificata sul braccio occidentale del fiume Nilo. Non fosse stato per questa stele di basalto nero risalente al 196 avanti Cristo, ritrovata dai granatieri di Napoleone nel 1799, su cui era stato scolpito un testo redatto in tre lingue (geroglifico e demotico e greco), forse Champollion non sarebbe mai riuscito a decifrare l’antica scrittura degli adoratori di Iside e Osiride. A Jean-François, insomma, andò di lusso, grazie ai soldati del corpo di spedizione dell’Imperatore. Ma quali iscrizioni si troveranno a dover decifrare, sui nostri muri, gli archeologi del futuro?
Queste pagine, con due o tremila anni di anticipo, si propongono di soccorrere gli studiosi del tempo che verrà: qui, catalogate in base a criteri eminentemente scientifici, e all’uopo commentate, questi troveranno un compendio delle innumerevoli scritte che per lo più nottetempo compaiono sui muri della città di Torino. E, si spera, la soluzione alle tante domande che affolleranno le loro notti insonni. Chissà da quale parola partiranno per decifrare il nostro alfabeto, la nostra sintassi e la nostra grammatica: se per puro caso cominceranno il loro affascinante lavoro dai resti del capoluogo subalpino, magari si interrogheranno sul significato di una determinata sequenza di segni, chessò, ad esempio «GOBBI CONIGLI». E una volta decrittatone il senso, certo dopo lunghe e faticose ricerche, finiranno per ipotizzare che soprattutto nei pressi dei nostri stadi di calcio vivessero e si riproducessero minuscoli quadrupedi pelosi un po’ più grandi dei topi e assai più piccoli dei canguri, inesplicabilmente affetti da scoliosi: il probabile risultato di un esperimento genetico andato storto. E del resto, si sa. La storia dell’archeologia è non di rado fatta di ipotesi più o meno confortate dai reperti o, al contrario, del tutto azzardate, quando non di semplici, smaccate supposizioni: basti pensare al perdurante mito di Atlantide, o ai famosi disegni tracciati dagli appartenenti ad antiche civiltà sul suolo andino e riconoscibili soltanto dall’alto; per non parlare del mistero che in riva al Nilo tuttora avvolge la Sfinge e le piramidi.
Ma torniamo in riva al Po e all’hic et nunc. Molti dei vandali con «v» minuscola di cui sopra, immagino anzi la maggioranza, non sanno di discendere, più che dalle popolazioni barbare calate nella penisola italica all’epoca del tramonto dell’Impero Romano d’Occidente, dal ramo di artisti rupestri che esponeva le sue opere presso Altamira, località della Spagna non lontana da Santillana dove nel 1879 vennero scoperte le famose grotte con graffiti e pitture di animali, risalenti al Paleolitico superiore. Da Altamira a Pompei il passo non è breve ma si può fare: ed è noto che nella località alle falde del Vesuvio ci si è imbattuti, di recente, nelle incisioni che sulle pareti dei postriboli pompeiani indicavano l’età e le fattezze delle prostitute, con tanto di tariffe e prestazioni. 
Insomma: la storia dei graffiti prodotti a vario titolo dai nostri simili nel corso dei millenni parte dagli albori del genere umano per arrivare fino a noi. E in particolare, per quanto riguarda la seconda metà dello scorso secolo, fino a New York. Lì, nella Grande Mela, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, nacque una forma d’arte illegale e clandestina, la cosiddetta «Aerosol art». La prima generazione di artisti, o se volete di imbrattatori di muri, era formata da personaggi come Julio 204, Taki 183, Phase II, Lee 163d e Coco 144, tutta gente che com’è facile intuire prendeva a prestito il numero civico delle proprie abitazioni per darsi una nuova identità artistica e/o delinquenziale che dir si voglia. In un primo momento, coloro che poi sarebbero diventati i cosiddetti writer pensarono bene di lasciare ciascuno il suo tag (o firma) sui vagoni delle linee 2 e 5 della metropolitana newyorkese, utilizzando allo scopo grossissimi pennarelli dalla punta quadrata e inventandosi stili di scrittura diversi, in modo da differenziarsi e rendersi riconoscibili. […]

da Muri & Duri
SOGNARE Tracciata a mezzo di vernice a spray verde in Via Carlo Alberto proprio di fianco al Cinema Centrale, la scritta costituisce una cosiddetta boccata d’aria fresca, almeno rispetto a tante altre. SOGNARE è qui imperativo, e una volta tanto l’imperativo non è fuori luogo. La vita è sogno, sosteneva Calderon de la Barca. Come dargli torto? Un uomo muore quando smette di inseguire i propri sogni: e anche se continua a nutrirsi e lavorare e deambulare e magari perfino a ridere o ad andare in vacanza, in quel caso trattasi di vita solo apparente. Hemingway diceva che un uomo (sottinteso: vero) muore una volta sola. E, com’è noto, si ispirava a Shakespeare.
ENZA SOFFRE – PER VIA DEL NOME? Aggiunto ai tanti graffiti già presenti in Piazza Vittorio a mezzo di spray viola più pennarello nero, tale reperto si distingue per l’indubbia prontezza di riflessi da parte dell’anonimo imbrattatore che ha ritenuto di commentare da par suo l’atto vandalico originario.
JUVE CAMPIONE (MA NON D’EUROPA) Il graffito in esame, tracciato in Via Po nei pressi di Piazza Vittorio Veneto (lato destro guardando la Gran Madre), si direbbe a mezzo di carboncino o forse a matita, va catalogato tra i «compositi». Un ignoto imbrattatore notturno ha infatti vergato la prima parte dell’enunciato, e cioè JUVE CAMPIONE; e un altro anonimo imbrattatore notturno ha poi aggiunto a questa la seconda, ossia le parentesi e la scritta MA NON D’EUROPA. I fatti sono noti: uno dei recenti campionati di calcio è stato vinto dalla squadra bianconera, che è anche arrivata alla finale della Ciampionslig, persa però ai rigori contro una delle due squadre milanesi (non l’Inter, è evidente). Non è necessaria una laurea al MIT per ipotizzare che la prima parte della scritta sia stata tracciata alla fine del campionato, mentre la stesura della seconda (più impegnativa perché ironica) abbia avuto luogo dopo la finale della Ciampionslig. Tra le note di società e cultura, va rilevato come non pochi sostenitori della squadra cittadina, cioè del Torino Football Club, si sono ritrovati in occasione di quella finale di Ciampionslig a tifare (inopinatamente) per i bianconeri: per ragioni di natura non calcistica ma extracalcistica, visto che l’altra squadra, cioè una delle due compagini milanesi, non era l’Inter. Eccolo, l’unico vero miracolo del berlusconismo: aver fatto tifare per la Juve chi normalmente tifa per il Toro. Spiace rilevare come la squadra bianconera, di solito per così dire baciata dalla fortuna, sia stata in occasione della finale di Ciampionslig dalla fortuna totalmente ignorata. E viene il dubbio che il tifo dei tifosi del Toro, poco usi a vincere, non l’abbia aiutata. La prossima volta, ragazzi, mi raccomando: si tifa tutti compatti per la squadra milanese che non è l’Inter. Così magari perde.
[…] + PELO – TAV Piazza Vittorio. Spray azzurro. Nel solco del famoso proverbio, «Tira più un pelo di eccetera che una coppia di buoi», solo che i tempi sono cambiati e al posto dei buoi oggi ci sono gli EuroCity e i TGV. Scritta filo-valsusina.
BELLI E CATTIVI U.G. 69 I belli e cattivi in questione sono, a giudicare dalla sigla, gli Ultras Granata, coloro i quali cantano durante le partite del Toro (oggi Torino) anche quando tutto il resto dei tifosi granata ha smesso (o non ha mai cominciato) a cantare, salvo, in determinate circostanze, abbandonare la Curva quando la squadra non si dimostra all’altezza delle tradizioni. Il coro più bello degli Ultras a parere dello scrivente è la rivisitazione in chiave torinista dell’inno di Topolino, già usato da Stanley Kubrik nel finale di «Full Metal Jacket». Gli Ultras di solito tengono in piedi il Toro (oggi Torino) anche quand’è seduto. Gli Ultras amano il Toro (oggi Torino) più di chiunque altro. Gli Ultras dal Toro (oggi Torino) pretendono solo e semplicemente che sia Toro (e non Torino). Gli Ultras non si arrendono mai, al contrario di. Fosse per loro, il Toro (oggi Torino) si batterebbe con dignità e furore anche contro il Real Madrid. E uscirebbe dal campo magari sconfitto ma di sicuro con onore. Purtroppo però per via dei regolamenti attualmente in vigore, gli Ultras non possono giocare. Peccato (e allo stesso tempo meno male, almeno dal punto di vista delle rotule e delle caviglie degli avversari).
BOTTA CONTINUA Vergato a mezzo di vernice a spray viola o bluette sberluccicante a pochi centimetri dal noto – BAMBI + BAMBA, ovvero in Via Po lato sinistro guardando la Gran Madre, e dunque se non andiamo errati in pieno kakacilatero, BOTTA CONTINUA è allo stesso tempo un nonsense e una citazione. Trent’anni fa, infatti, (questo lo scrivo per i lettori eventuali minori e per i ventenni in genere anche universitari) al posto della B di BOTTA ci sarebbe stata la L di LOTTA, e la scritta avrebbe fatto il paio con altre nel frattempo diventate altrettanto storiche tipo BORGHENONNA BORGHEMAMMA BORGHEZIA BASTA CON LA FAMIGLIA BORGHESE (peraltro documentata in un libro fotografico fuori catalogo, ma a quanto ci risulta mai vergata in territorio torinese). LOTTA CONTINUA (lo scrivo per i lettori eventuali nati negli anni Ottanta, decennio horribilis contrassegnato dal trionfo di robe tipo le tivù commerciali e dunque Dallas, Falcon Crest, Dinasty, la «Milano da bere», il termine «sfitinzia», la canzone «Paninaro» dei Pet Shop Boys, i missili Cruise a Comiso, il CAF, svariate stragi, nonché la signora Margareth Thatcher e il signor Ronald Reagan, e che di buono ci ha regalato forse soltanto l’Ep «Radio Clash» e l’album «Combat Rock» dei Clash, «One Step Beyond» dei Madness, «A message to you Rudie» degli Specials, Germania-Belgio 2-1 con doppietta di Hrubesch, Amburgo-Juventus 1-0 con goal di Magath, «Meno di zero» e «Le regole dell’attrazione» di Bret Easton Ellis, il Café Costes a Les Halles che ora non c’è più, Mitte alla caduta del Muro, e i libri di Tondelli e di Thomas Bernhard e, massì, i Righeira, ciao Johnson) era un giornale e un’organizzazione politica extraparlamentare di sinistra, BOTTA CONTINUA no. BOTTA CONTINUA, bisogna ammetterlo, ha in sé un che di geniale, un po’ come il già citato BOIA CHI BOLLA et simili. E la folgorazione derivante dal semplice scambio di lettera allieta coloro i quali siano provvisti di sense of humour: sempre che non siano proprietari del muro, of course. […]
 
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