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Non tenterai il Signore

Non tenterai il Signore

memorie di un prete di montagna

Brossura editoriale, formato cm 12x19,5, pagine 168
ISBN 978-88-8068-238-7
 

Recensioni

  • LO SCARPONE

    Non tenterai il Signore

    Un mondo condannato a scomparire ritorna a palpitare nel ricordo di un povero prete di campagna. «Ritagliato nello stesso ruvido panno dei suoi fedeli, è convinto che quando il cielo sonnecchia si possa sostituirlo, solo per un momento, per dare una robusta spallata agli avvenimenti»: così lo presentano nella prefazione Vico e Ugo Avalle, padre e figlio, entrambi attratti dal messaggio degli avi, «pensosi pastori di uomini e di greggi».


  • LA RIVISTA DEL CLUB ALPINO ITALIANO

    Tommaso Tenaglia

    Questo libro è ambientato in uno di quei villaggi dove, come diceva l’abate Chanoux, a tre mesi di freddo tengon dietro nove mesi di gelo, dove la gente, fiera della sua «augusta paupertas» la nobile povertà a cui accennava Virgilio, ignorava che cosa fosse l’angoscia della nevrosi, forte di una fede che la legava ai suoi morti, avvolti nel lenzuolo di canapa e sepolti nel sotterraneo della chiesa, ai vivi in preghiera, ai suoi santi barbuti presenti ovunque nei cento umili oratori, nelle loro leggende legate ad ogni fontana, ad ogni torrente, a ogni pietra dalla forma inconsueta in una religiosità che ignora i confini del tempo.Si tratta di un libro scritto, o meglio «inciso» nel legno della verità. Un legno ruvido come l’anima dei suoi protagonisti: gente di ieri della montagna di sempre. Un racconto complesso che sa di cose vissute in un mondo di ieri, che tuttavia sembra così lontano… È un villaggio con i segni di una antica civiltà pastorale con i suoi intagliatori di collari per le capre, di «formelle» per marcare il burro, i suoi guaritori con la loro ancestrale magia, i suoi «dicitori» delle lunghe veglie invernali, quando gli uomini intagliano e le donne tessono i pesanti «drap». È un mondo che sta scomparendo sotto il lenzuolo funebre fatto di asfalto e cemento. I figli dei protagonisti dal racconto puoi, oggi, ritrovarli ancora attruppati nei grandi «alveari» delle periferie delle metropoli industriali… Gente ormai senza più nome, né domani, che quasi si vergogna che il padre calzava i «sabot» di frassino, vestiva con i panni tessuti dalla vecchia, mangiava pane nero di segala cotto ai Santi per tutto l’anno e stimava una leccornia sanguinaccio rappreso, mescolava alla meliga le patate cotte per risparmiare nel cuocer la polenta… Lassù la storia diventa leggenda, aspra saga, racconto della sera in cui il passato palpita nella conturbante presenza dei «revenant», dei fuochi dei morti erranti nella notte sul manto di neve argentato dalla luna.
    Si tratta di un libro «vero», ormai unico in un mondo dove sembra che la montagna «addomesticata» da certo turismo «delle cartacce», dalla speculazione edilizia, dall’abbandono, per un istante si sia risvegliata. Le cime stesse, divenute preda di pingui gitanti «saliti» in teleferica, sembra si siano scosse di dosso, almeno per un giorno, le bardature di una pseudo civiltà: con i suoi giocattoli meccanici, i suoi cibi preconfezionati…
    Leggere questo libro equivale ad aspirare una boccata d’aria vivificante che sa di lariceti, di pascoli alpini. Scoprirete anche l’esistenza di certi piccoli preti di montagna, coraggiosi pastori di uomini e di mandrie, che insegnavano con l’esempio, il sacrificio quotidiano, la sapienza di vivere assieme dei pochi frutti di una terra avara e sassosa, illuminati però da consolanti certezze. Nello scrivere queste righe il mio pensiero corre a mia nonna: vestita sempre di nero come le altre donne della montagna come per un lutto previsto fin dall’inizio. La rivedo tra gli aspri sentieri della nostra vallata. Con una mano essa regge sul capo il pesante fascio di legna, ma con l’altra, nella tasca del grembiule, continua a far scorrere i grossi grani di un rosario composto da una sola decina. Non so se ella prega davvero o lo fa per un’antica abitudine, ma ciò che conta è che quella «catena» le dà la certezza di non essere mai sola, che i «suoi morti» le sono sempre accanto: ne sente l’alito caldo. Essi condividono con lei la certezza di una prossima vita migliore, dove è sempre domenica. È così che il carico diventa lieve, perché la «parusia» è imminente. Ogni passo l’avvicina alla casa del Padre. Sente già il profumo degli arrosti, la fragranza del vino di Cana e pregusta la gioia dell’incontro con il Padre.
    Solo così la vita tra questi dirupi, la disperata fame d’erba, la disumana fatica diventava possibile ed era forse più serena della mia…


  • LA STAMPA

    LETTI PER VOI
    Gianni Martini

    Sono storie vere di montagna dove il protagonista è un anziano sacerdote, dalla fede profonda malgrado le sventure delle anime che incontra. «La mia fede in Dio era diversa, era impastata di dubbi, di domande. Lo stesso peccato era per me diverso da come lo vivevano i confratelli. Essi erano come soldati, assolutamente sicuri che nella religione tutto ciò che può capitare all’uomo è previsto dalla nascita: morte, dolore, amore. Per me la religione è fatta per l’uomo: per loro invece l’uomo è fatto per la religione». Autori Vico e Ugo Avalle, padre e figlio. Non so come ci siano riusciti ma il risultato di due teste e quattro mani è fresco, gradevole. Le storie mai banali, ben radicate nella conoscenza collettiva delle genti alpine. Sono 168 pagine, costa 7 euro e 50.




Storie vere, come l’origine di tutti i racconti delle veglie nelle stalle. Era un mondo condannato a scomparire con l’arrivo delle strade, delle automobili, delle ruspe, della speculazione edilizia. Un manto di cemento e di asfalto avrebbe cancellato i segni di una civiltà che ebbe i suoi scultori nel legno, i suoi santi, i suoi guaritori con le erbe, i suoi poeti.
Oggi i figli di chi ha animato questi racconti se ne sono andati a popolare le periferie cittadine. Qualcuno di loro quasi si è infastidito nel dover raccontare alla progenie che il nonno calzava i sabot di frassino, vestiva con il ruvido panno tessuto dalla moglie, andava ad attingere acqua alla fonte con il secchio di legno, mangiava pane di segala cotto ai Santi e stimava una leccornia un budello di sangue rappreso.
Questo mondo ritorna a palpitare nel ricordo del protagonista, un povero prete di montagna, la cui fede non gli impediva, quando temeva che il cielo si fosse distratto, di prendere lui l’iniziativa. Per qualcuno era "Tentare il signore", ma lui, come Giobbe, era convinto che, se gli avesse dato ascolto, anche Dio si sarebbe intenerito di fronte a tanti drammi della fame, della siccità, del colera, della "augusta paupertas"!
 
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