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Per una Chiesa scalza

Per una Chiesa scalza

Prefazione

dell'Arcivescovo Cesare Nosiglia

Postfazione di Erri De Luca

Cartonato con sovraccoperta plastificata, formato cm 14x21,5, pagine 272

ISBN 978-88-8068-499-2

7a EDIZIONE
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ristampa
 

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  • AVVENIRE
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  • Libromondo
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  • IL PONTE
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  • IL SEGNALIBRO
    Per una chiesa scalza

  • La Vallèe
    Ernesto Olivero racconta ad Aosta la sua "chiesa scalza"
  • Famiglia Cristiana

    Il sogno di Ernesto (1)


    «LA CHIESA NON DEVE INSEGUIRE PRIMATI, ONORI E POSIZIONI DI FORZA, MA VIVERE LA SEMPLICITÀ DEL VANGELO», DICE IL FONDATORE E ANIMATORE DEL SERMIG.  

    La porta sempre con sé, sottobraccio o nella borsa, dipende. Un gesto spontaneo, autentico, assicurano i tanti amici che lo conoscono bene, non un vezzo o, peggio, una posa. Ernesto Olivero ama la versione integrale della Bibbia, quella spessa, Antico e Nuovo Testamento insieme, la fodera in pelle provata dall’uso costante, le pagine scavate da una preghiera che lo porta a sottolineare i versetti che più lo colpiscono. Accanto a ciascuno appunta in matita luogo e data in cui Dio gli ha parlato. Cosa gli ha detto, no, non lo dice. Per lui parlano i fatti. L’elenco è piuttosto lungo: un’organizzazione, il Sermig, Servizio missionario giovani, fondata nel 1964 e diventata con il tempo una comunità religiosa che oggi conta un centinaio di consacrati; tre Arsenali sparsi nel mondo (quello della pace, dall’83 a Torino, quello della speranza, dal’96 a San Paolo del Brasile, quello dell’incontro, dal 2003 a Madaba, in Giordania); 2.970 pasti distribuiti ogni giorno; 1.750 persone ospitate ogni notte. E la Bibbia è lì, sempre a portata di mano, linfa - si capisce - di tanto fare. «Mia mamma era una donna di preghiera», ricorda Ernesto nel suo ufficio, in cui un cartello invita a entrare senza bussare. «Papà, che forse non credeva, era però un uomo giusto. Ho capito sin da bambino che la preghiera non è illusione o fuga , e che la giustizia doveva diventare la bussola grazie alla quale orientare la mia vita. Dio ha progetti su tutti e su ciascuno; il mio l’ho scoperto cammin facendo nutrendomi della sua Parola. E non ho ancora finito». Di sicuro, nella sua vocazione, c’è un qualcosa che richiama i profeti d’un tempo: nell’ultimo libro che ha scritto (Per una Chiesa scalza, Priuli & Verlucca) Olivero non lesina, ad esempio, pagine severe con le quali mette in guardia le comunità dei credenti dal lasciarsi sedurre da logiche ben lontane dai valori evangelici. «Ce l’ha detto Gesù: chi intende essere il primo diventi l’ultimo. Il Signore vuole la nostra affermazione, spera che tutti diventiamo numeri uno. Ma per servire. Il potere vale nella misura in cui aiuta il prossimo, come i soldi che devono scivolar via dalle nostre mani diventando pranzi e cene per chi ha fame, giacigli per chi non ha un riparo, lavoro per chi è disoccupato». «Cos’è per me la Chiesa? Dovrebbe essere il sogno di Dio, la realizzazione dei suoi insegnamenti. In molti posti è così. In tanti altri no. Noi dobbiamo avere l’avvedutezza di capire come sarà il domani. Credo che non occorra essere dei maghi per dire che tra vent’anni in molte città europee la Chiesa sarà cenere spenta. A sparire, però, non sarà la Chiesa capace di riflettere l’amore sconfinato del Creatore, ma l’altra, la brutta copia del  sogno di Dio, quella che è incapace di crescere nella preghiera e nel silenzio, quella abbagliata dall’effimera gloria del mondo che non cerca più la pecorella smarrita, ma, anzi, spesso fa di tutto per perderla. Tutto ciò ha un risvolto paradossale. Oggi più che mai, infatti, c’è sete di Dio, di assoluto, di verità. Ma noi spesso siamo i primi a rendere insopportabile il nome di cristiani. Nel libro racconto di quel bambino che dice al suo animatore, un prete: “’o non ci credo perché tu non ci credi. Perché mi vuoi convincere?”-. Briglie sciolte al pessimismo ... No. Tutt’altro. La via d’uscita è una sola: la conversione. La Chiesa non deve inseguire primati, onori e posizioni di forza, salvo angosciarsi quando le statistiche mettono in rilievo la progressiva riduzione dei praticanti, ma deve vivere, oltre che proclamare, la semplicità disarmante del Vangelo. Non dobbiamo avere paura delle nostre miserie. La debolezza, riconosciuta e non mascherata di perbenismo, può far emergere l’opera di Dio che è in ognuno di noi, l’opera che lui ha affidato a Pietro, un caratteraccio, uno sbruffone pauroso che la  fede ha trasformato in coraggioso martire. Non sogno una Chiesa da sogno. Sogno semmai una Chiesa che sappia parlare poco, il giusto, e ascoltare molto, tutti. Olivero ha avuto papi, vescovi e santi per amici. Basti un esempio, anzi due: Giovanni Paolo Il l’ha incontrato 77 volte; quando parla del cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977, si commuove: -L’ho sempre chiamato “padre” e per me, per noi del Sermig, lo è stato davvero. Ci ha preso per mano, ci ha fatto crescere, ci ha presentato maestri della fede e della carità del calibro di Frère Roger o di Madre Teresa di Calcutta-. Tuttavia la Chiesa, anche per Olivero, non è sempre stata madre comprensiva e generosa. Accadde nell’inverno 1969. Per mobilitare le coscienze e raccogliere fondi contro la fame nel mondo, Ernesto e i suoi organizzarono un concerto al Palasport di Torino: diecimila biglietti venduti per sentire Adriano Celentano. L’evento fu un grande successo. La cosa, però, suscitò invidie. Giorni dopo il Sermig venne caccia to dall’Ufficio missionario diocesano. «È stata la prima prova, non l’unica», sorride Olivero che indica nel perdono uno dei tratti costitutivi del cristianesimo, anche se il più impegnativo e il meno praticato. Un bilancio? Avevo cominciato dando due ore del mio tempo libero, piano piano mi sono lasciato coinvolgere ventiquattr’ore su ventiquattro. Avevo cominciato con la mia fidanzata, Maria, che è diventata mia moglie e con la quale ho formato la famiglia che desideravamo: tre figli e otto nipoti, sei in terra, uno in pancia e uno in cielo. Felice? Sì, lo sono. Amo Dio e cerco di lasciarmi amare da lui»
    ALBERTO CHIARA


  • Famiglia Cristiana

    Il sogno di Ernesto (2)



     


  • Il Mercoledì
    Scrittori e poeti in pista

  • La Repubblica
    Olivero, visioni e contraddizioni

    Da che parte sta Olivero? Lui che s’è fatto amico di tutti e accoglie D’Alema e Fini ogni volta che passano da Torino, che bussa alla porta dei papi, che si fa ascoltare dai potenti, si è voluto far profeta di una chiesa dei poveri. Da che parte sta Olivero? A destra o a sinistra, apparso in tv nel programma di Fazio e Saviano e negli stessi giorni proposto dalla Lega Nord torinese per la cittadinanza onoraria? Forse sta dappertutto e al contempo da nessuna parte, l’ex bancario che s’è messo al servizio di chi ha bisogno nel vecchio Arsenale Militare trasformato in Arsenale della Pace (ma anche nell’Arsenale della Speranza a San Paolo del Brasile e in quello dell’Incontro a Madaba in Giordania). Uomo di contraddizioni, amico di tutti e con molti avversari, che in questo suo libro, già alla seconda edizione in meno di un mese, affianca alla presentazione del vescovo di Alessandria Giuseppe Versaldi, di simpatie perlomeno conservatrici, quella dell’ ex di Lotta Continua Erri De Luca: «Bisogna essere visionari pervedere in uno senza fissa dimora una casa che l’aspetta e in una fabbrica di armi, un arsenale, intravedere il centro opposto, della pace». Per una Chiesa scalzaraccoglie aneddoti e brevi racconti, incontri e meditazioni. Visioni, le chiama lui. Un libro da condividere o no, ma comunque da leggere. Domani alle 17.30 alla Ubreria Coop di piazza Castello Ernesto Olivero incontra i lettori.

  • L'Arena
    A confronto con Olivero
  • Il Risveglio
    Incontro con Olivero
  • Corriere Apuano
    Un libro pieno d'amore
  • L’Osservatore romano
    La storia si cambia con la luce
    È possibile dare una rappresentazione grafica di un particolare aspetto della situazione del mondo? Stando al nuovo libro di Ernesto Olivero Per una Chiesa scalza (Scarmagno, Priuli & Verlucca, 2010, pagine 264, euro 16,50) e dovendo trarne una sintesi, la risposta è sì, è possibile facendo uso delle due classiche coordinate cartesiane. Collocati sull’asse verticale delle ordinate gli indici della povertà, della fame e dell’indifferenza umana e sull’asse orizzontale delle ascisse gli indici della necessità di intervenire, la curva che ne viene fuori è una retta che sale verso un infinito catastrofico. Detto questo, la domanda successiva è se sia possibile spezzare o modificare l’andatura irreversibile sopra descritta che punta verso un crescendo di sofferenza. Anche qui la risposta è sì, è possibile, a condizione che l’attività delle istituzioni, della Chiesa, delle fedi e delle tante organizzazioni che rispondono alla domanda di accoglienza sia rafforzata da dieci, cento, mille nuovi Arsenali della Pace, della Speranza, dell’Incontro, quanti ne occorrono oltre ai tre già operanti. Nucleo originario degli Arsenali nominati è il Sermig (Servizio Missionario Giovani), nato a Torino nel 1964 da un’intuizione di Ernesto Olivero e dall’impegno di un gruppo di giovani decisi a sconfiggere la fame «con opere di giustizia, a promuovere sviluppo e vivere la solidarietà verso i più poveri». Decisivo il 1983, anno in cui il Sermig poté contare sull’assegnazione dei 40.000 metri quadrati del dismesso Arsenale Militare torinese, facendone la propria sede e trasformandola in Arsenale della Pace. Una metamorfosi lessi cale e organizzativa che porta i segni del messaggio delle beatitudini del Discorso della montagna in cui tutto si ribalta a favore della pace e degli ultimi. Non va scordato che Ernesto Olivero è un uomo d’azione, una persona capace e coraggiosa, un grande organizzatore che ha messo a disposizione della macchina di soccorso da lui creata l’esperienza e la competenza maturate nel settore bancario. Tradotto in cifre si scopre cosi che gli Arsenali hanno realizzato 9.170.000 notti di ospitalità (con 1.750 persone in media al giorno) e ‘7.443.000 pasti distribuiti (2.970 in media al giorno); 2.800 azioni umanitarie in 89 Paesi; 20.0 I 0.000 ore di volontariato; 5.530 tonnellate di medicinali, alimenti, vestiti e attrezzature inviate (equivalenti a 674 aerei da carico); 3.7°0 allievi ai corsi di alfabetizzazione, restauro e musica; 10.760.000 presenze in incontri di preghiera, formazione o culturali; ‘43.000 amici e sostenitori; 5.300 volontari. Cifre che oltre a parlare da sole sono destinate ad aumentare. Senonché, superati nel 2008 i trentacinque anni di vita dell’ Arsenale originario, Ernesto Olivero ha sentito il bisogno di raccontare la parte nascosta delle cifre raggiunte trasferendo al lettore la conoscenza di quanto può servire a far luce su di esse: i drammi umani, le sconfitte, i successi, il pensiero, la filosofia, la fede, le convinzioni e le persone che hanno sorretto l’autore nella sua difficile opera di pronto intervento. Il risultato è un testo di racconti, ritratti, profili, aneddoti, casi, apologhi, riflessioni, paradossi, ammonizioni e moralities, testo dal sapore tolstoiano e di avvincente lettura. Chiave di volta di quello che è stato definito «monastero metropolitano », «città rifugio», «luogo di preghiera e silenzio» è la conversione. Simbolicamente rappresentata dalla trasformazione di un vecchio arsenale di guerra in un fermento di pace, la conversione non si presenta solo nella forma di rinuncia all’indifferenza e ai mali subiti dal prossimo, ma anche in fattore di cambiamento, dove convertire non vuole dire essere contro. «La storia si cambia con la luce, con il bene, non recriminando’ sul male». In questo senso anche i mafiosi possono essere ricondotti al bene.  Ciò detto, i nuovi convertiti sono gli uomini e le donne del si. Del sì all’aiuto chiesto da chi ne ha bisogno, uomini e donne che si sono convinti di come le cose difficili possano essere la chiave per capire i doni di cui si è in possesso e di come i problemi nascondano delle opportunità. I nuovi convertiti sono coloro che hanno capito come i grandi cambiamenti partano da quelli piccoli, sono coloro che sanno come avvicinare i grandi a Dio, che conoscono il valore di «fare bene il bene» e del servire, perché «se non si serve ci si fa servire», persuasi che se la miglior definizione della felicità è far felici gli altri, quella della speranza è fare spazio al prossimo. Moderato nel linguaggio, nei toni e nell’espressione, il significato delle parole di Olivero non è meno drammatico nei contenuti. Di qui l’appello alla Chiesa quando giudica, quando non si china, non ascolta e «non ha più nulla da dire alla gente» soprattutto al giovani. Di qui anche il richiamo al cristiano limitato al buonsenso e al quieto vivere, che si accontenta di conciliare il Vangelo con la mentalità del mondo, facendosi così interprete di una cultura orientata a divenire una realtà museale. A questo punto e restando sul terreno dei concetti, la constatazione che emerge con evidenza è quella di come «il pensiero di Gesù potrebbe risolvere tutti i problemi dell’uomo». Un pensiero, questo, che dice in altre parole come «dare da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi e accogliere lo straniero» basterebbero a salvare il mondo e a disorientare verso il basso la linea del grafico descritto all’inizio di questo testo. Ma qui sorge il problema della libertà che si apre sul mistero. Gesù non impone di fare il bene. Lascia scegliere di fare il male e così i molti che fanno, hanno fatto e faranno il bene, in questo imitando Gesù, restano tuttavia numericamente insufficienti.

  • Avvenire
    I bestseller della fede

  • Civiltà cattolica
    Per una Chiesa scalza
  • Il Tieino
    Per una chiesa scalza

  • Corriere di Saluzzo

    Ispirati dal Vangelo

    Leggi qui l'articolo sul sito corrieredisaluzzo.it


  • Inform@zione.tv
    Centro San Rocco. Sarà Ernesto Olivero ad inaugurare la Scuola di politica nel primo appuntamento del secondo ciclo

    Leggi qui l'articolo sul sito informazione.tv

  • Il Tieino
    Libri in vetrina per il vostro Natale

  • Talento
    Per una chiesa scalza

  • L'informatore
    Ernesto Olivero all'oratorio sui significati di "Una chiesa scalza"
  • La gazzetta del Canavese
    La Chiesa "scalza" di Olivero
  • Studi piemontesi
    Per una chiesa scalza

  • Il Biellese
    Olivero, per una chiesa scalza

  • L’informatore
    Ernesto Olivero all'oratorio sui significati di "Una chiesa scalza"

  • L’Informatore
    Ernesto Olivero ritorna a Cureggio

  • localport.it
    Ernesto Oliviero presenta “Per una Chiesa Scalza”

    Leggi qui l'articolo originale su localport.it

    Il pomeriggio di oggi, venerdì 30, sarà a Ivrea Ernesto Olivero, fondatore del Serming – Arsenale della Pace di Torino. Alle 18 in Sala Santa Marta, introdotto dal Sindaco eporediese Carlo Delle Pepa, presenterà il suo libro “Per una Chiesa scalza” edito dalla canavesana Priuli & Verlucca.

    Il Serming (Servizio Missionario Giovani), nato a Torino nel 1964, è una fraternità di consacrati, di giovani e di famiglie che si dedicano al servizio dei poveri e dei giovani, per essere segno di speranza.

    Dal 1983 abita nell’ex fabbrica d’armi di Torino, trasformata nell’Arsenale della Pace con l’aiuto gratuito e disinteressato di tantissimi giovani. Dal 1996 è presente inoltre a San Paolo del Brasile con l’Arsenale della Speranza e dal 2003 a Madaba in Giordania con l’Arsenale dell’Incontro.
     


  • Avvenire
    La storia di Maria, che si scoprì signora
  • Il Risveglio
    Incontro con Olivero

  • Il Corriere della sera
    Ispirati dal Vangelo

  • Nuova scintilla
    Innamorati di Dio
  • Il Risveglio
    «Per una Chiesa scalza» E. Olivero presenta il suo ultimo libro
  • Corriere di Chieri
    Chieri, culla del Sermig

  • Il Risveglio
    «Per una Chiesa scalza» E. Olivero presenta il suo ultimo libro
  • Corriere di Chieri
    A 16 anni organizza giornate missionarie

  • La Vallée notizie
    Ernesto Olivero ha raccolto in un libro l’attività del Sermig

  • L’Unione Monregalese
    Vale la pena impegnarsi "Per una Chiesa scalza"...
  • pagina.to.it
    La chiesa scalza di Ernesto Olivero
     
    Un giovane di poco più di 20 anni e i suoi amici, la loro avventura che ha trasformato un arsenale di guerra in Arsenale della Pace. È l’esperienza del Sermig in “Per una chiesa scalza” (Edizioni Priuli & Verlucca, 16,50 euro), l’ultimo libro di Ernesto Olivero, che sarà presentato domani, alle 21 nel salone del centro Marzanati di via Battisti 25. “Questo libro è il racconto della mia vita – spiega l’autore - di molti episodi che mi hanno segnato, ma mai spezzato, mi hanno fatto toccare il cielo con un dito, ma non mi hanno mai fatto perdere tra le nuvole". Ernesto Olivero nasce nel 1940, sposato, padre di tre figli. Ex bancario, fonda nel 1964 il Sermig, Servizio Missionario Giovani: da 28 anni ha sede in ciò che fu l'Arsenale Militare di Torino, ribattezzato l'Arsenale della Pace. Aiutato da milioni di altri uomini e donne ha dato vita all'Arsenale della Speranza a San Paolo del Brasile e all'Arsenale dell'Incontro a Madabain, Giordania. Ha inoltre curato e personalmente accompagnato 77 missioni di pace in zone di guerra quali Rwanda, Libano, Ex Iugoslavia. Nominato “Uomo di Pace di Betlemme e Gerusalemme” dalla Custodia di Terra Santa per aver contribuito alla risoluzione dell'assedio della basilica della Natività di Betlemme, Olivero è stato candidato al Premio Nobel per la Pace da personalità quali Madre Teresa di Calcutta, Arafat e Noberto Bobbio. La presentazione sarà curata dal giornalista Matteo Spicuglia, redattore del tg regionale della Rai. Ingresso libero.

  • La Sentinella del Canavese
    Ernesto Olivero "Uomo di Pace" venerdì ad Ivrea

  • L’eco del Chisone
    "Per una Chiesa scalza" Olivero a Villa Doria

  • Corriere di Chieri e dintorni
    «Se fosse soltanto per gli enti pubblici saremmo fermi a cinquant'anni fa»
    «Mi auguro che la Chiesa possa recuperare la purezza di un tempo: solo una Chiesa “scalza” può liberare il mondo dalla violenza e dalla mancanza di valori in cui è caduto negli ultimi anni ». Un centro Marzanati gremito di gente ha accolto a Trofarello il candidato al Nobel per la Pace, il chierese Ernesto Olivero, per la presentazione del suo ultimo libro, “Per una chiesa scalza” (Edizioni Priuli & Verlucca, 272 pagine, 16,50 euro). «Questo libro è il racconto della mia vita, di molti episodi che mi hanno segnato ma mai spezzato – descrive l’autore – E’ un atto di amore verso la Chiesa, un insieme di riflessioni che cercano di lanciare un segnale di speranza in una società che, agli occhi di molti, appare inguaribilmente corrotta». Le pagine ripercorrono il difficile percorso di un giovane di poco più di 20 anni e dei suoi amici, che cinquant’anni fa hanno creato dal nulla il Sermig: il “Servizio Missionari Giovani”, che oggi opera a livello internazionale per combattere la fame nel mondo e aiutare le persone in difficoltà. Un’associazione che negli anni ha organizzato 77 missioni di pace, in zone di guerra quali Rwanda, Libano, Ex Jugoslavia. Ma il libro non è soltanto il resoconto di una serie di imprese: «E’, piuttosto, un cammino che si snoda tra aneddoti e brevi riflessioni: ho tentato di mettere su carta la filosofia che da sempre ispira il Sermig – spiega Olivero – Se c’è la buona volontà si può camminare insieme, a prescindere dalla fede o da altre differenze ». L’autore si rivolge a tutti, credenti e non: «A coloro che si occupano di economia e politica: per uscire dalla crisi, l’unico modo è recuperare la credibilità di un tempo, liberandosi da mafia e corruzione». Ernesto Olivero nasce nel 1940, è sposato, padre di tre figli. Ex bancario, tra mille difficoltà fonda il Sermig nel 1964. Fra i suoi ricordi: «Negli anni delle brigate rosse, la violenza regnava un po’ ovunque. Mi sentivo come un Davide contro tanti Golia: anziché schierarmi tra gli antiamericani o nel partito di sinistra, cercavo semplicemente di lanciare messaggi di pace». Dall’iniziale sede nella chiesa dell’Arcivescovado, 28 anni fa il Sermig si spostò nell’Arsenale Militare di Torino, ribattezzato Arsenale della Pace. Aiutato da milioni di persone, ha poi dato vita all’Arsenale della Speranza a San Paolo del Brasile e all’Arsenale dell’Incontro a Madabain Giordania. Com’e stata possibile una tale crescita? «Tutte le opere che siamo riusciti a realizzare, le dobbiamo alla generosità delle persone – spiega Olivero – Se fosse per le donazioni di banche e il contributo da parte di Province e Regioni, saremmo ancora fermi a dov’eravamo 50 anni fa». L’attività del Sermig gira intorno all’impegno di migliaia di volontari: «Siamo pronti a lavorare gratis anche 20 ore al giorno, se necessario: o si compie questa scelta per amore, dunque gratuitamente, oppure si fa altro». L’attività di Olivero è stata coronata da grandi riconoscimenti: nominato “Uomo di Pace di Betlemme e Gerusalemme” per aver fatto da mediatore, nel 2002, per la risoluzione dell’assedio nella basilica della Natività di Betlemme, è stato candidato anche al Premio Nobel per la Pace da Madre Teresa di Calcutta, Arafat e Noberto Bobbio. La più recente dimostrazione dell’amore per gli altri, Olivero la dà proprio nel suo ultimo libro: «Ho scritto “Per una Chiesa scalza” pensando alle persone in difficoltà – afferma l’autore – Intendo infondere speranza in tutti coloro che vedono la loro fede vacillare, o anche negli atei che non credono più nella bontà umana». Tutti gli incassi saranno devoluti ai poveri dell’Arsenale della Pace.

  • La Voce del Canavese
    Ricordando i magnin
  • Corriere di Chieri e dintorni
    L’avventura di Ernesto Olivero in un libro al Centro Marzanati

  • corrierechieri.it
    "Se fosse soltanto per gli enti pubblici saremmo fermi a cinquant'anni fa".
     
    Olivero racconta il "suo" Sermig in un libro e loda i volontari.
    «Mi auguro che la Chiesa possa recuperare la purezza di un tempo: solo una Chiesa “scalza” può liberare il mondo dalla violenza e dalla mancanza di valori in cui è caduto negli ultimi anni ». Un centro Marzanati gremito di gente ha accolto a Trofarello il candidato al Nobel per la Pace, il chierese Ernesto Olivero, per la presentazione del suo ultimo libro, “Per una chiesa scalza” (Edizioni Priuli & Verlucca, 272 pagine, 16,50 euro). «Questo libro è il racconto della mia vita, di molti episodi che mi hanno segnato ma mai spezzato – descrive l’autore – E’ un atto di amore verso la Chiesa, un insieme di riflessioni che cercano di lanciare un segnale di speranza in una società che, agli occhi di molti, appare inguaribilmente corrotta». Le pagine ripercorrono il difficile percorso di un giovane di poco più di 20 anni e dei suoi amici, che cinquant’anni fa hanno creato dal nulla il Sermig: il “Servizio Missionari Giovani”, che oggi opera a livello internazionale per combattere la fame nel mondo e aiutare le persone in difficoltà. Un’associazione che negli anni ha organizzato 77 missioni di pace, in zone di guerra quali Rwanda, Libano, Ex Jugoslavia. Ma il libro non è soltanto il resoconto di una serie di imprese: «E’, piuttosto, un cammino che si snoda tra aneddoti e brevi riflessioni: ho tentato di mettere su carta la filosofia che da sempre ispira il Sermig – spiega Olivero – Se c’è la buona volontà si può camminare insieme, a prescindere dalla fede o da altre differenze ». L’autore si rivolge a tutti, credenti e non: «A coloro che si occupano di economia e politica: per uscire dalla crisi, l’unico modo è recuperare la credibilità di un tempo, liberandosi da mafia e corruzione». Ernesto Olivero nasce nel 1940, è sposato, padre di tre figli. Ex bancario, tra mille difficoltà fonda il Sermig nel 1964. Fra i suoi ricordi: «Negli anni delle brigate rosse, la violenza regnava un po’ ovunque. Mi sentivo come un Davide contro tanti Golia: anziché schierarmi tra gli antiamericani o nel partito di sinistra, cercavo semplicemente di lanciare messaggi di pace». Dall’iniziale sede nella chiesa dell’Arcivescovado, 28 anni fa il Sermig si spostò nell’Arsenale Militare di Torino, ribattezzato Arsenale della Pace. Aiutato da milioni di persone, ha poi dato vita all’Arsenale della Speranza a San Paolo del Brasile e all’Arsenale dell’Incontro a Madabain Giordania. Com’e stata possibile una tale crescita? «Tutte le opere che siamo riusciti a realizzare, le dobbiamo alla generosità delle persone – spiega Olivero – Se fosse per le donazioni di banche e il contributo da parte di Province e Regioni, saremmo ancora fermi a dov’eravamo 50 anni fa». L’attività del Sermig gira intorno all’impegno di migliaia di volontari: «Siamo pronti a lavorare gratis anche 20 ore al giorno, se necessario: o si compie questa scelta per amore, dunque gratuitamente, oppure si fa altro». L’attività di Olivero è stata coronata da grandi riconoscimenti: nominato “Uomo di Pace di Betlemme e Gerusalemme” per aver fatto da mediatore, nel 2002, per la risoluzione dell’assedio nella basilica della Natività di Betlemme, è stato candidato anche al Premio Nobel per la Pace da Madre Teresa di Calcutta, Arafat e Noberto Bobbio. La più recente dimostrazione dell’amore per gli altri, Olivero la dà proprio nel suo ultimo libro: «Ho scritto “Per una Chiesa scalza” pensando alle persone in difficoltà – afferma l’autore – Intendo infondere speranza in tutti coloro che vedono la loro fede vacillare, o anche negli atei che non credono più nella bontà umana». Tutti gli incassi saranno devoluti ai poveri dell’Arsenale della Pace.

  • localport.it
    Dal Papa alla Pasqua. Ernesto Oliviero presenta i suoi libri

    L’articolo originale su localport.it

     

    di Francesca Dighera
    Appuntamento da non perdere sabato 16, alle 17, presso la sala consiliare del comune di Alpette.

    Ernesto Olivero, fondatore del Serming presenterà i propri libri editi dalla nota casa editrice Priuli e Verlucca: “Beato te CarolPapa”, “Per una Chiesa scalza”, “Buona Pasqua Maria”.

    Ernesto Olivero, sposato, padre di tre figli, è nato nel 1940. Ex bancario, pensatore, innamorato di Dio, è da sempre impegnato al fianco di poveri ed emarginati.

    Nel 1964 ha fondato il Sermig e al suo interno ha dato vita alla Fraternità della Speranza: monaci e monache, giovani e famiglie che si dedicano a tempo pieno al servizio dei poveri e dei giovani, con il desiderio di vivere il Vangelo e di essere segno di speranza.

    Dal 1983 la Fraternità della Speranza ha sede nel vecchio Arsenale Militare di Torino, rinominato Arsenale della Pace, cui si è affiancato l’Arsenale della Speranza a San Paolo del Brasile e l’Arsenale dell’Incontro a Madaba in Giordania. Gli Arsenali hanno realizzato 9 milioni 170 mila notti di ospitalità (con 1750 persone accolte in media al giorno) e 17 milioni e 443 mila pasti distribuiti (2970 in media al giorno); 2800 azioni umanitarie in 89 Paesi; più di 20 milioni di ore di volontariato; 5530 tonnellate di medicinali, alimenti, vestiti e attrezzature inviate, 3700 allievi ai corsi di alfabetizzazione, restauro e musica; 10 milioni e 760 mila presenze a incontri di preghiera, formazione o culturali; 143 mila amici e sostenitori; 5300 volontari.


  • La Voce del Popolo
    La Chiesa scalza di Olivero

  • Corriere della Sera
    Una Chiesa scalza

  • Aggiornamenti sociali
    Per una chiesa scalza
  • La Voce del Popolo
    La versione di Ernesto - 2
  • La Stampa
    Olivero: la mia Torino raccontata da Saviano
    Fabio Fazio e Roberto Saviano hanno voluto Ernesto Olivero per parlare del «diritto alla vita» che i movimenti cattolici avevano richiesto a gran voce dopo il «Vieni via con» i familiari di Welby e di Eluana Englaro. «Ho visto e continuo a vedere una donna che assiste da anni con amore suo marito, paralizzato e incosciente in un letto. Molti amici a turno l’aiutano ». Ieri sera, il fondatore del Sermig - accompagnato anche dalla significativa presenza di don Ciotti - ha portato a esempio la famiglia torinese di Danilo, della moglie Maria Pia e dei loro figli. «I conduttori del programma non hanno posto limiti al mio elenco d’amore - rivela Olivero -. Recentemente ho avuto un incontro con Danilo, immobilizzato da 7 anni, salvo gli occhi: gli ho parlato, non so se abbia sentito, penso di sì, ho visto una parola vissuta e mi è venuto spontaneo pensare che l’amore si può riconoscere anche da uno sguardo, dal tono di voce...A casa di Danilo ho visto una Chiesa domestica ». L’amico di Ernesto è una persona conosciuta a Torino, è stato un alto dirigente della Provincia, suo un libro dedicato agli studenti-lavoratori che negli Anni 60 contribuirono allo sviluppo di Torino, produttivo e sociale. Proprio con la città dell’immigrazione Olivero ha aperto il suo intervento: «Avevo 9 anni, arrivavo dal Sud. Ho visto un cartello: “Non si affitta a meridionali”. Poi ne ho visti altri: “Non si affitta a stranieri”. Adesso vedo tanti meridionali, piemontesi, stranieri… senza casa e senza lavoro », nato a Pandola, paese del Salernitano, dove il papà (di Boves, Cuneo) si era trasferito per lavoro, giunse bimbo in Piemonte per restarvi: «Ho visto uomini e donne scappati dalla fame o dalla guerra, rifarsi una vita a Torino. Vedo che ora, per tanti di loro non c’è più posto». Ma al Sermig c’è sempre un prossimo che ha più bisogno e c’è da fare per tutti: ed ecco un altro torinese esemplare: «Ho visto un ingegnere famoso togliere chiodi da vecchie travi. Con lui migliaia di giovani, per fare di un arsenale militare un arsenale di pace», chi è? «Il grande ingegnere Giulio Pizzetti», dice, orgoglioso d’aver lavorato con chi diresse l’istituto di Scienza delle costruzioni al Politecnico dal 1969 al 1982. «Ho visto cooperative, piccoli imprenditori tirare la cinghia per non licenziare nessuno ». «Ho visto il direttore del carcere mettercela tutta per dare dignità e lavoro ai detenuti»: è Pietro Buffa, di cui per qualche settimana si era parlato per una candidatura a sindaco. «Ho visto.... », Olivero conclude con gli “uomini di Dio”: «Li vedo insieme, senza barriere ideologiche, restituire a Torino i suoi valori».


  • Italia Caritas
    Per una Chiesa scalza
  • La Voce del Popolo
    La versione di Ernesto - 1

  • Il Saviglianese
    Per una Chiesa scalza: dalla parte degli ultimi

  • Notiziario CDP
    Per una chiesa scalza
    Uomo di contraddizioni, amico di tutti e con molti avversari, che in questo suo libro, già alla terza edizione in meno di tre mese, affianca alla presentazione del vescovo di Alessandria - di simpatie perlomeno conservatrici - quella dell’ex di Lotta Continua Erri De Luca. Per una Chiesa scalza raccoglie aneddoti e brevi racconti, incontri e meditazioni. Visioni, le chiama lui. Un libro da condividere o no, ma comunque da leggere.

  • La Stampa
    Ricordi di un cammino al servizio degli altri
    Che tu creda oppure no, che tu sia cristiano o di un’altra religione, sento che è possibile camminare insieme». A scriverlo è Ernesto Olivero, fondatore nel 1964 del Sermig (Servizio missionario giovani) di Torino, con sede nel vecchio Arsenale militare, ribattezzato Arsenale della pace. La sua opera a favore dei poveri è immensa, tanto che molte personalità (da Madre Teresa di Calcutta a Norberto Bobbio) lo hanno proposto per il Nobel per la pace. Nel libro «Per una chiesa scalza» (Priuli & Verlucca), Olivero racconta gli episodi che hanno segnato la sua vita. E tra gli incontri, uno spazio particolare è dedicato a Giovanni Paolo II che Olivero incontrava anche in Valle d’Aosta, durante i soggiorni estivi del Papa. «Ho incontrato Giovanni Paolo II ben 77 volte: un’amicizia che non dimenticherò mai». E racconta: «Un giorno ero con lui e il suo segretario. A un certo punto don Stanislao si inserì nella conversazione e mi lanciò una sfida. Mi chiese di stupire il Papa». Olivero cominciò a dire numeri fantasmagorici sugli aiuti raccolti nell’ultimo anno, elencò i progetti di sviluppo realizzati nel mondo, parlò degli incontri con centinaia di migliaia di giovani, raccontò degli Arsenali sempre aperti, degli ospiti accolti giorno e notte. Ma il Papa rimase impassibile. Solo quando Olivero disse: «In oltre quarant’anni, nessuna coppia del Sermig si  è divisa» il Papa si stupì, ritenendola l’impresa più difficile.

  • La Cronaca (Cremona e provincia)
    Olivero: addio giovani, solo veline

  • Chieri Oggi
    Per una Chiesa scalza
  • Chieri Oggi
    Per una Chiesa Scalza
  • Chieri Oggi
    Per una Chiesa Scalza
  • Chieri Oggi
    Per una Chiesa Scalza
    La copertina del numero 24 di Chieri Oggi
  • Il Corriere di Bra, Cherasco e Sommariva
    Ernesto Olivero ha presentato al polifunzionale il suo ultmo libro

    Ernesto Olivero (in foto sotto mentre autografa una copia) ha presentato venerdì scorso a Bra, di fronte a un folto pubblico (foto a sinistra), il suo ultimo libro “Per una Chiesa scalza” (Priuli & Verlucca), dialogando con il sindaco Bruna Sibille e il giornalista del TG regionale Matteo Spicuglia. Olivero ha cominciato la sua attività a Torino alla metà degli anni ‘60 con il Sermig ed oggi è noto in tutto il mondo per le sue iniziative di pace e di accoglienza, diffuse dal Brasile alla Giordania. Il vero motore di tutte le sue iniziative continua a essere l’Arsenale della Pace, attivo nel cuore di Torino da oltre venticinque anni. «Molta partecipazione, grande attenzione alle parole di questa persona veramente speciale. Una sintesi della serata è impossibile, conviene leggere il libro: ma per quanto riguarda Ernesto, più delle parole contano le sue opere» - ha commentato il sindaco.

  • Unione Monregalese
    Per una Chiesa scalza capace di camminare con tutti
    Una rivisitazione a rapide pennellate, nello stile inconfondibile dell’autore, che sa scrivere cogliendo direttamente nel segno, aprendo il proprio cuore, la propria vita, i propri orizzonti... esternando la propria profezia senza mezze misure ... “Per una Chiesa scalza” di Ernesto Olivero (ed. Priuli & Verlucca, pagine 272, euro 16,50) rivela ancora una volta la portata singolare dell’esperienza evangelica che è maturata e sta maturando, grazie al Sermig (Servizio missionario giovani) fondato a Torino dallo stesso Ernesto Olivero, di professione bancario, ora settantenne, da sempre sulla breccia dei poveri e dei giovani. Persone, incontri, situazioni, attese, messaggi ... sono avviluppati in queste pagine che raccontano in particolare la vita, sempre a sorpresa, all’Arsenale della pace a Torino, con puntate all’Arsenale della speranza a San Paolo del Brasile ed alle comunità per disabili ad Amman in Giordania ... Ne risalta uno spaccato di vita cristiana in formato inedito, dalla parte dei poveri, dalla parte dei giovani, dalla parte degli smarriti ... senza precludersi varchi, soglie, mischie, cercando il cuore di ciascuno ed offrendo un percorso serio di riscatto. In questa “avventura” evangelica, Ernesto Olivero, con questo libro disseminato di confidenze, si attende e si augura la compagnia di una Chiesa trasparente, convincente, coerente, lineare ... Sì, si aspetta una “Chiesa scalza”, in grado di camminare con tutti, cioè di camminare insieme. ~ Ernesto Olivero “Per una Chiesa scalza “, Ivrea, ed. Priuli & Verlucca, pagine 272, euro 16,50. Il ricavato dalla vendita sarà messo a disposizione dei poveri che varcano ogni giorno la soglia dell’Arsenale della pace a Torino.

  • Corriere di Saluzzo
    Una Chiesa “credibile”
    Ernesto Olivero di camminate se ne intende. Ne ha fatte tante, per la pace, per la solidarietà, per la speranza… Sarà per questo che il suo ultimo libro si intitola “Per una Chiesa scalza”. Ma non si intende solo di camminate, Ernesto. Si intende di uomini e di donne, si intende di poveri e di immigrati, si intende di soldi e di bilanci, si intende di angeli e di Dio. E non sono contraddizioni. Leggendo “per una Chiesa scalza”, tante piccole storie, tanti piccoli episodi che fanno una vita, si incontra e si segue il suo percorso, da giovane “militante” nei gruppi parrocchiali a fondatore del Sermig, da uomo di fede a visionario ideatore dell’Arsenale della Pace. Tutta una parabola di opere tenute in piedi dalla speranza, dalla fiducia in Dio e nella Provvidenza, nell’abbandono alla preghiera. In tutti questi anni all’Arsenale l’accoglienza è diventata una costante, la carità fraterna un comandamento, i soldi un mezzo per portare aiuto a chi ne ha bisogno. Perché al centro di tutti i racconti di Ernesto ci sono sempre le persone e Dio che li aiuta per il tramite di qualcuno. Per questo forse, alla fine del libro, Ernesto Olivero pone l’accento sul valore della testimonianza e sulla credibilità dei cristiani: “Un musulmano ci avvicina? Dovrebbe poter dire «Ho capito che è assurdo vedere in un cattolico un infedele, ne ho conosciuto uno, l’ho visto parlare, l’ho visto vivere, crede veramente in Dio. Forse anche gli altri sono così»”. Analogamente “abbiamo bisogno di una Chiesa che parla non dall’alto della propria autorità, ma perché i fatti le conferiscono autorevolezza”. Eccola la Chiesa scalza che sogna Ernesto Olivero. E con lui tanti altri.

  • nuovasocieta.it
    Un sabato torinese col Presidente Napolitano!

    Leggi qui la recensione originale su nuovasocieta.it

    Un ringraziamento ad Ernesto Olivero: per avergli offerto "questa breve pausa in giornate in cui non faccio che correre e in cui anche domani dovro' continuare a correre".
    Sabato 19, nel pomeriggio, per le celebrazioni del 150°anniversario dell'Unità d'Italia, Giorgio Napolitano ha fatto visita all'Arsenale della Pace ed è stato accolto in una sala gremita da giovani, famiglie, nonni e nipoti, con queste parole: "Caro Presidente, le vogliamo bene. Lei merita affetto e stima: in questo momento e' il punto piu' alto della nostra nazione. E la sua presenza ci incoraggia, sta incoraggiando tanti Italiani in questo momento buio". Ed Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, continua, parlando di rispetto e amore per l'altro: "che non sia mai il nemico, mai il problema". Tra i desideri esprime: una politica al servizio della gente, dei media che non portino verso l'odio, ma a costruire la solidarietà. E che l'anniversario dell'Italia apra per il nostro paese una pagina nuova, che parta dai giovani.
    "Qui c'e' l'immagine vera di come e' il mondo di oggi – ha sottolineato Napolitano, dopo aver sentito la testimonianza e la fresca presenza di alcuni ragazzi, che all'Arsenale sono stati accolti. - Noi stiamo celebrando i 150 anni dell'Unita' d'Italia; allora l'Italia era molto diversa: oggi ha tantissimi colori ed e' bello sentire parlare italiano da chi e' nato parlando una lingua diversa".

    Storie di vita salvate dalla guerra, dalla povertà, dalla malattia: "energie vive" che potranno trovare la loro strada grazie al Sermig, ha aggiunto il Presidente che nell'occasione è stato insignito del premio "Artigiano della Pace" , riconoscimento che nel 2011 ha compiuto 30 anni (il Presidente della Repubblica Sandro Pertini fu il primo a riceverlo; l'ultimo, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino). Siamo grati a questo Presidente che corre, è vero, ma sa fermarsi in posti come l'Arsenale e sa incontrare le facce e i cuori di chi giorno dopo giorno non si stanca di costruire, in un mondo che sembra puntare all'autodistruzione.
    L'imprevisto come opportunità, l'esempio dato agli altri, le parole che seguono i fatti, la coerenza: prima di tutto quella di chi, da bancario diviene il fondatore del Sermig, come lo stesso Olivero ricorda parlando di sé, nel suo ultimo libro "Per una chiesa scalza" (ed. Priuli e Verlucca). È passato tempo da quell' intuizione che nel 1964 fa nascere il Servizio Missionario Giovani e da quel 1984 qin cui l'Arsenale Militare di Artiglieria( il primo costruito in Italia a metà dell'Ottocento e dove venne forgiata la gran parte delle armi italiane per le due guerre mondiali) diviene la sede per l'Arsenale della Pace. Un gruppo di ragazzi che si impegnano a sconfiggere le disuguaglianze, la fame, la povertà; si impegnano a promuovere lo sviluppo e a vivere la solidarietà verso chi ha bisogno. "Il mio Terzo Mondo era anche qui, a Torino": Olivero scopre l'inferno nella sua città e non si gira da un'altra parte. Molti lo affiancheranno...


    Oggi l'Arsenale è luogo di pace, una città rifugio per chi vuole cambiare vita, una grande famiglia accogliente, che nel corso degli anni ha preso con sé uomini e donne di 126 nazionalità. "Ti regalo un'opera per l'Arsenale – disse Madre Teresa- un muro con la scritta "La bontà è disarmante". Ma ricorda: quella frase la gente dovrà leggerla in te". Il muro è lì, per tutti quelli che entrano e che hanno occhi e voglia di capire.
    Oggi il Sermig ha decenni alle spalle e tanti sogni realizzati: l'Arsenale della Pace di Torino è una porta aperta 24 ore su 24, che ospita dal 1983 la Fraternità della Speranza, monaci, giovani e famiglie al servizio dei poveri. Si sono poi aggiunti l'Arsenale della Speranza a San Paolo del Brasile e l'Arsenale dell'Incontro a Madaba in Giordania. Qualche numero? 9.170.000 notti di ospitalità; 17.443.000 pasti distribuiti; 2.835 azioni umanitarie in 90 paesi con studi e progetti per produrre auto-sviluppo; 20.010.000 ore di volontariato; 5.530 ore tonnellate di medicinali, alimenti, vestiti e attrezzature inviate (equivalenti a 674 aerei da carico); 3.700 allievi ai corsi di alfabetizzazione, restauro e musica, 10.760.000 presenze e incontri di preghiera, formazione o culturali. E l'elenco potrebbe continuare...

    "Bisogna essere visionari – afferma Erri De Luca nell'introduzione al libro – come uno scultore che vede in un albero un cristo a braccia aperte, come un digiunatore che vede la luna piena come un piatto di riso, come Charlot che vede nei bottoni di un vestito i bulloni che ha avvitato tutto il giorno. Bisogna essere visionari per vedere in uno senza fissa dimora una casa che l'aspetta e in una fabbrica di armi, un arsenale, intravvedere il centro opposto, della pace".
    Abbiamo bisogno di coltivare delle buone visioni, Presidente Napolitano. Abbiamo bisogno di non sentirci troppo soli in quest'impresa. Grazie anche per questo.


  • Consacrazione e Servizio
    Per una Chiesa scalza
  • La sentinella del Canavese
    Raccolti in un libro i pensieri di Ernesto Olivero
    Ernesto Olivero, padre di tre figli, sessantenne, ex bancario, innamorato di Dio è da sempre impegnato al fianco dei poveri e degli emarginati. Nel 1964 a Torino ha fondato il Sermig che dal 1983 ha sede nel vecchio Arsenale militare; lo ha rinominato Arsenale della pace e al suo interno ha dato vita alla Fraternità della Speranza. Una comunità di monaci e monache, giovani e famiglie intere che si dedicano a tempo pieno al servizio dei poveri e dei giovani, con il desiderio di vivere il Vangelo e di essere segno di speranza. La sua iniziativa si è estesa a San Paolo del Brasile (Arsenale della Speranza) e a Madaba in Giordania (Arsenale dell’Incontro). Molti personaggi del mondo intero (Madre Teresa di Calcutta, Norberto Bobbio, Carlo Maria Martini, Gianni Agnelli e tanti altri), hanno proposto la sua candidatura al Nobel per la pace. Ernesto Olivero è stato diverse volte a Ivrea e in ogni occasione ha colpito i partecipanti ai suoi incontri per la semplicità con Ia quale si presenta e per la profonda convinzione delle sue idee.
    Erri De Luca, il ‘forte’ scrittore e intellettuale dice di lui: «Bisogna essere visionari come uno scultore che vede in un albero un Cristo a braccia aperte, come un digiunatore che vede la luna piena come un piatto di riso, come Charlot che vede nei bottoni di un vestito i bulloni che ha avvitato tutto il giorno. Bisogna essere visionari per vedere in uno senza fissa dimora una casa che lo aspetta e in una fabbrica di armi un arsenale, intravedere il centro opposto, della pace». Ernesto Olivero ha appena scritto un libro (Per una Chiesa scalza) per la casa editrice di Scarmagno PriuIi& Verlucca che è anche il racconto della sua vita e molto di più: una serie di pensieri che lo accompagnano e lo hanno accompagnato da sempre. Una frase riassume il suo modo di intendere l’esistenza in rapporto con il prossimo. Dice: «Che tu creda oppure no, che tu Sia Cristiano o di un’altra religione, sento che è possibile camminare insieme».

  • Toscana Oggi
    Dobbiamo aiutare i ragazzi ad innamorarsi di Dio (2)
  • Toscana Oggi
    Dobbiamo aiutare i ragazzi ad innamorarsi di Dio (1)

  • Il saviglianese
    Il racconto della vita di Ernesto Olivero

    Nel volume dal titolo “Per una chiesa scalza”, uscito nell’ottobre scorso per i tipi di Priuli & Verlucca, presentato venerdì sera della scorsa settimana alla cittadinanza presso la Crosà Neira, Ernesto Olivero, nato nel 1940, ex impiegato di banca, ha raccontato la propria vita. O, per meglio dire, gli episodi più significativi della sua esistenza dedicata ai poveri e ai giovani, rispondendo alle domande del giornalista Matteo Spicuglia. Nel 1964, mentre tra Stati Uniti e Unione Sovietica imperversava la cosiddetta guerra fredda, pensò che il Signore si sarebbe servito di lui per trasformare, secondo la profezia di Isaia, le armi in strumenti di lavoro. A tal fine nel 1983 fondò la Fraternità della Speranza, e la insediò nel vecchio Arsenale Militare di Torino, allora in disuso da parecchi anni, rinominandolo Arsenale della Pace. Da allora quella che era stata una fabbrica di cannoni ed altre armi pesanti, usate dai soldati italiani nelle due guerre mondiali, è una casa di spiritualità e di accoglienza per coloro che si propongono di cambiare il mondo, modificando innanzitutto la loro condotta di vita. Olivero mutò la propria, rinunciando al suo impiego in banca, sicuro e ben remunerato, quando un ragazzo gli domandò: “Tu sai che centinaia di persone come me dormono per strada, sotto i ponti e nelle automobili? Tu, stanotte, dove dormi?”.Avrebbe voluto rispondergli che lavorava già per i poveri del Terzo Mondo, ma glielo impedì la consapevolezza che il cristiano non finisce mai di assumere degli impegni, altrimenti non è un buon cristiano. Olivero ritiene che l’uomo, quale figlio di Dio, ha delle potenzialità infinite, ma per utilizzarle a favore del prossimo, secondo gli insegnamenti del Vangelo, nel suo intimo deve albergare l’Amore, ossia Gesù vivente. 

  • targatocn.it
    Ernesto Olivero del Sermig a Savigliano per presentare il suo ultimo libro

     
    Proseguono a Savigliano gli incontri con i protagonisti del nostro Tempo. Dopo Don Luigi Ciotti è la volta di Ernesto Olivero fondatore del Sermig /Servizio Missionari Giovani. Venerdì prossimo infatti, nella bella cornice della restaurata Crosà Neira, si presenterà il libro edito da Priuli e Verlucca “Per una Chiesa Scalza”. Promosso dal Comune, dalla Biblioteca Civica e con la collaborazione delle Parrocchie cittadine sarà anche un’occasione per conoscere una realtà che non ci può lasciare indifferenti. Singolare la storia di Ernesto Olivero, sposato e padre di tre figli, nato nel 1940 a Pandola paese del Salernitano da padre originario di Boves e madre avellinese. La sua carriera scolastica è in salita tra la Campania e Chieri ove si trasferisce all’età di 12 anni, lavora in alcune industrie della zona per poi finire in una filiale della Banca San Paolo. Il 24 maggio 1964 fonda il Sermig insieme alla moglie Maria Cerrato e ad alcuni amici con i quali settimanalmente si incontra a casa propria. Questo gruppo che accoglie giovani, coppie di sposi, monaci e monache inizia in sordina ad impegnarsi a fianco dei poveri e degli emarginati di Torino, sua città di adozione seguendo l’insegnamento del Vangelo.

    Il suo grande sogno: “eliminare la fame e le grandi ingiustizie nel mondo, costruire la pace aiutare i giovani a trovare un ideale di vita e sensibilizzare l’opinione pubblica verso i problemi del Terzo Mondo”. Nel 1983, dopo anni di richieste al Comune dei Torino, ottiene una parte delle strutture del vecchio Arsenale Militare in Borgo Dora e con l’aiuto di migliaia di volontari restaura l’edificio e nasce l’Arsenale della Pace. Da allora l’Arsenale definito “Monastero di laici” ha dato assistenza a immigrati, tossicodipendenti, alcolizzati, malati di Aids e senza tetto nell’ordine di centinaia di migliaia di persone. Negli anni novanta i giovani dell’Arsenale hanno dato vita al movimento “Giovani della Pace”. In seguito Olivero apre l’Arsenale della Speranza a San Paolo (Brasile) nel 1996 e l’Arsenale dell’Incontro adAmman in Giordania nel 2003. L’invito è per venerdì alle 20.45 per conoscere e condividere l’esperienza profonda dello stare dalla parte degli ultimi.

  • La guida
    Camminare insieme a una Chiesa scalza

    “Questo libro nasce dal desiderio di uscire dal buio, perché la luce esiste. E’ il racconto della mia vita, di molti episodi che mi hanno segnato, ma mai spezzato, mi hanno fatto toccare il cielo con un dito ma mai perdere tra le nuvole”. Leggiamo queste parole nella quarta di copertina del libro che Ernesto Olivero ha voluto dedicare al Sermig (Servizio missionario giovani, fondato nel 1984) e alle sue storie vere.  Dal 1983 la Fraternità della Speranza (monaci, monache e laici che si dedicano a tempo pieno a poveri e giovani) ha sede nel vecchio Arsenale militare di Torino, ridenominato Arsenale della Pace, cui si è affiancato l’Arsenale della speranza a san Paolo del Brasile e l’Arsenale dell’incontro a Madaba in Giordania. Gli Arsenali hanno realizzato 9.170.000 notti di ospitalità (con 1750 persone accolte in media al giorno) e 17. 443.000 pasti distribuiti (2970 al giorno); 5530 tonnellate di medicinali, alimenti, vestiti, 5300 volontari e sono solo, alcuni dei numeri attraverso cui raccontare quest’esperienza. Nel libro c’è tutto questo ma non solo. C’è la storia di un uomo, Ernesto Olivero, padre di tre figli, ex bancario, pensatore, innamorato di Dio. Nel libro c’è la storia di questo amore. Queste pagine si interrogano sul perché la Chiesa non riesce ad attrarre tanti uomini di buona volontà, sul perché   non cerchi le pecorelle smarrite, ma sembri fare di tutto per perderle, sul perché non riesca ad avvicinare i giovani, non li cerchi e aiuti a gustare la preghiera e il silenzio. Un paradosso per una Chiesa che ha avuto migliaia di martiri, missionari, fior di professionisti che hanno lasciato tutto per servire i più poveri. “Certo, essere cristiani non è facile… la strada è tutta in salita. Una Chiesa davvero capace di comunicare, perché davvero credibile, in pochi anni convertirebbe il mondo, diventerebbe casa per tutti. E la Chiesa e i cristiani mostrano il volto più vero non quando trionfano o camminano sulle acque ma quando la paura li prende e nella tempesta sanno dire  “Gesù, salvami”. Erri de Luca scrive di questi libro: “Sono pagine appassionate contro la chiesa degli addobbati in cerimonia, sono pagine per una chiesa scalza” . I fatti e gli episodi raccolti sono tutti realmente accaduti, anche se per delicatezza sono stati modificati nomi e riferimenti, tranne quelli di coloro che Olivero considera testimoni, amici o persone decisive per la storia del Sermig.

  • Il gazzettino di Padova
    Ernesto Olivero parla della “chiesa scalza”
    Ernesto Olivero, fondatore del Sermig e dell’Arsenale della Pace di Torino, è domani sera a Padova per presentare il  suo ultimo libro dal titolo “Per una chiesa scalza”, edito da Priuli & Verlucca, 264 pagine, euro 16,50). L’appuntamento è alle 20.45 al cinema Lux di viale Cavallotti. L’evento è promosso dalla parrocchia di Santa Croce, con il  Centro Missionario Diocesano che tra i i temi proposti quest’anno Ernesto Olivero nelle proprie schede· di animazione missionaria (titolo “Profeti cercasi”) ha inserito anche l’esperienza delSermig. Ernesto Olivero, sposato, padre di tre figli, è nato nel 1940. Ex bancario, pensatore, innamorato di Dio, è da sempre impegnato al fianco di poveri e emarginati. Nel 1964 ha fondato il  Sermig (Servizio Missionario Giovani) e al suo interno ha dato vita alla Fraternità della speranza: monaci e monache, giovani e famiglie che si dedicano a tempo pieno al servizio dei poveri e dei giovani, con il  desiderio di vivere il  Vangelo e di essere segno di speranza. Dal 1983 la Fraternità della speranza ha sede nel vecchio arsenale militare di Torino, ridenominato Arsenale della Pace, al quale si sono affiancati l’Arsenale della Speranza a San Paolo del BrasHe e l’Arsenale dell’Incontro a Madaba in Giordania .

  • La Valsusa
    Questa sera al Teatro d’Ou c'è il grande Ernesto Olivero

  • eventiesagre.it
    Per una Chiesa scalza

    Leggi qui la recensione originale su eventiesagre.it

    Venerdì 14 gennaio 2011 alle ore 20.30 a Dogliani presso la Biblioteca Civica "L. Einaudi", Ernesto Olivero incontrerà i lettori per presentare il suo nuovo libro "Per una Chiesa scalza ". Introdurrà l'evento il giornalista di Rai 3 Matteo Spicuglia.

    È il racconto della mia vita - dice Ernesto Olivero nella prefazione - di molti episodi che mi hanno segnato, ma mai spezzato, mi hanno fatto toccare il cielo con un dito, ma senza farmi perdere tra le nuvole. Che tu creda o no, che tu sia cristiano o di un'altra religione, sento che è possibile camminare insieme, perché una Chiesa scalza è sì patrimonio di Dio, ma anche di un'umanità che cerca.

    Il libro di Ernesto Olivero è un atto di amore verso la Chiesa, è il grido ferito di un innamorato che vuol togliere ogni ruga dal volto della sua Sposa, è una appassionata proposta di ritornare al Vangelo puro, al «Vangelo sine glossa», come amava dire Francesco d'Assisi.

    L'autore annota nel suo diario: «Il povero su misura. Nella nostra fantasia malata, il povero è un giocattolo da accudire di tanto in tanto; in qualche momento emotivo diciamo di voler spendere la vita per lui, perché pensiamo che non è giusto essere poveri. Ma quando tu lo conosci nella realtà, t'accorgi che a volte il povero ti disturba, è scostante, puzza, è maleducato; ti accorgi che, anche lui come te, pretende di mangiare ogni giorno, di dormire la notte in un letto, di vestire come te, di mandare i suoi figli a scuola». Un cortocircuito che spinge a «uscire dalla logica della carità episodica, della carità del pacco dono» per far entrare «in una logica di giustizia». Per una Chiesa scalza è il racconto degli incontri, dei volti, delle conversioni che costituiscono la trama di quella straordinaria esperienza che è il Sermig (Servizio Missionario Giovani), nato a Torino nel 1964 da un'intuizione di Ernesto Olivero e dall'impegno di un gruppo di giovani decisi a sconfiggere la fame «con opere di giustizia, a promuovere sviluppo e vivere la solidarietà verso i più poveri». Decisivo il 1983, anno in cui il Sermig poté contare sull'assegnazione dei 40.000 metri quadrati del dismesso Arsenale Militare torinese, facendone la propria sede e trasformandola in Arsenale della Pace. Una metamorfosi lessicale e organizzativa che porta i segni del messaggio delle beatitudini del Discorso della montagna in cui tutto si ribalta a favore della pace e degli ultimi. Non va scordato che Ernesto Olivero è un uomo d'azione, una persona capace e coraggiosa, un grande organizzatore che ha messo a disposizione della macchina di soccorso da lui creata l'esperienza e la competenza maturate nel settore bancario. Tradotto in cifre si scopre così che gli Arsenali hanno realizzato 9.170.000 notti di ospitalità (con 1.750 persone in media al giorno) e 7.443.000 pasti distribuiti (2.970 in media al giorno); 2.800 azioni umanitarie in 89 Paesi; 20.010.000 ore di volontariato; 5.530 tonnellate di medicinali, alimenti, vestiti e attrezzature inviate (equivalenti a 674 aerei da carico); 3.700 allievi ai corsi di alfabetizzazione, restauro e musica; 10.760.000 presenze in incontri di preghiera, formazione o culturali; 43.000 amici e sostenitori; 5.300 volontari. Cifre che oltre a parlare da sole sono destinate ad aumentare. Sennonché, superati nel 2008 i trentacinque anni di vita dell'Arsenale originario, Ernesto Olivero ha sentito il bisogno di raccontare la parte nascosta delle cifre raggiunte trasferendo al lettore la conoscenza di quanto può servire a far luce su di esse: i drammi umani, le sconfitte, i successi, il pensiero, la filosofia, la fede, le convinzioni e le persone che hanno sorretto l'autore nella sua difficile opera di pronto intervento. Il risultato è un testo di racconti, ritratti, profili, aneddoti, casi, apologhi, riflessioni, paradossi, ammonizioni e moralities. Un testo di avvincente lettura, moderato nel linguaggio, nei toni e nell'espressione. Il significato delle parole di Olivero non è meno drammatico nei contenuti. Di qui l'appello alla Chiesa quando giudica, quando non si china, non ascolta e «non ha più nulla da dire alla gente» soprattutto ai giovani.

    Ernesto Olivero
    Ernesto Olivero, sposato, padre di tre figli, è nato nel 1940. Ex bancario, pensatore, innamorato di Dio, è da sempre impegnato al fianco di poveri ed emarginati.
    Nel 1964 ha fondato il Sermig (Servizio Missionario Giovani). Al suo interno ha dato vita alla Fraternità della Speranza: monaci e monache, giovani e famiglie che si dedicano a tempo pieno al servizio dei poveri e dei giovani, con il desiderio di vivere il Vangelo e di essere segno di speranza. Dal 1983 la Fraternità della Speranza ha sede nel vecchio Arsenale Militare di Torino, ridenominato Arsenale della Pace, cui si è affiancato l'Arsenale della Speranza a San Paolo del Brasile e l'Arsenale dell'Incontro a Madaba in Giordania. Gli Arsenali hanno realizzato 9.170.000 notti di ospitalità (con 1750 persone accolte in media al giorno) e 17.443.000 pasti distribuiti (2970 in media al giorno); 2800 azioni umanitarie in 89 Paesi; 20.010.000 ore di volontariato; 5530 tonnellate di medicinali, alimenti, vestiti e attrezzature inviate (equivalenti a 674 aerei da carico), 3700 allievi ai corsi di alfabetizzazione, restauro e musica; 10.760.000 presenze a incontri di preghiera, formazione o culturali; 143.000 amici e sostenitori; 5300 volontari. Ha personalmente portato soccorso a popolazioni colpite da calamità naturali e ha personalmente accompagnato oltre 77 missioni di pace in Paesi in guerra quali Libano, Rwanda, Somalia, Iraq, ex Iugoslavia ecc.Tra le più significative, nel 2002, il contributo dato alla risoluzione dell'assedio della basilica della Natività di Betlemme, che gli è valso il premio «Uomo di Pace di Betlemme e Gerusalemme» assegnatogli dalla Custodia di Terra Santa.
    Madre Teresa di Calcutta, Norberto Bobbio, Gianni Agnelli, il cardinale Carlo Maria Martini, il presidente del Libano Elias Hraoui e tante altre personalità hanno proposto la sua candidatura al Nobel per la pace.

     


  • La Stampa
    Ernesto Olivero si racconta
    Dall’ultima di copertina: «Questo libro nasce dal desiderio di uscire dal buio, perché la luce esiste. È il racconto della mia vita, di molti episodi che mi hanno segnato, ma mai spezzato, mi hanno fatto toccare il cielo con un dito, ma non mi hanno mai fatto perdere tra le nuvole». Così l’autore sul quale Erri De Luca sostiene: «Ernesto è un visionario, però capace di sfondare il velo di cataratta che separa dalla realtà, dalla messa in pratica della visione».

  • La Stampa
    Il padre del Sermig e la “Chiesa scalza”
    «È il racconto della mia vita, di molti episodi che mi hanno segnato, ma mai spezzato, mi hanno fatto toccare il cielo con un dito, ma senza farmi perdere tra le nuvole». Scrive così Ernesto Olivero nelle prime pagine del suo libro, «Per una chiesa scalza», che viene presentato stasera alle 20,30 nella biblioteca di Dogliani (interviene Matteo Spicuglia, giornalista di Rai3). Un libro autobiografico, ma tutto incentrato sull’esperienza del Sermig, il Servizio Missionario Giovani fondato a Torino nel 1964 da Olivero e alcuni giovani impegnati a combattere la fame e le ingiustizie delmondo. Olivero, 70 anni, sposato e padre di 3 figli, ha sentito il bisogno di scrivere questo libro nel 2008, nel 25° anniversario dal trasferimento del Sermig nell’ex arsenalemilitare di Torino. Nei 40 mila metri quadrati della nuova sede (ribattezzata Arsenale della pace), i volontari hanno creato una struttura capace di ospitare 1.750 persone e distribuire 2.970 pasti al giorno e di coordinare 2.800 azioni umanitarie in 89 Paesi. Racconta drammi, successi e sconfitte delle persone che ha incontrato nella sua attività umanitaria. E c’è un appello alla Chiesa, perché ritrovi la semplicità evangelica: «Una chiesa scalza è patrimonio di Dio, ma anche di un’umanità che cerca».

  • La Fedeltà
    "Per una Chiesa scalza" l’ultimo lavoro di Ernesto Olivero

  • Corriere di Chieri
    La "Chiesa scalza" di Olivero racconto autobiografico

  • Avvenire
    Olivero e il Sermig, dalla carità alla logica di giustizia
    Seduto alla sua scrivania c’è un giovane bancario. Una donna fa irruzione nella stanza, non bussa, non si perde in preamboli. Gli si rivolge imperiosa: «Lei che è famoso mi deve trovare subito un lavoro». Quel giovane (e timido) dirigente è Ernesto Olivero, che allora incominciava a fare i suoi primi passi pubblici come fondatore del Sermig, il Servizio missionari giovani. E un incontro «scioccante». Olivero annota nel suo diario: «Il povero su misura. Nella nostra fantasia malata, il povero è un giocattolo da accudire di tanto in tanto; in qualche momento emotivo diciamo di voler spendere la vita per lui, perché pensiamo che non è giusto essere poveri. Ma quando tu lo conosci nella realtà, t’accorgi che a volte il povero ti disturba, è scostante, puzza, è maleducato; ti accorgi che, anche lui come te, pretende di mangiare ogni giorno, di dormire la notte in un letto, di vestire come te, di mandare i suoi figli a scuola». Un cortocircuito che spinge a «uscire dalla logica della carità episodica, della carità del pacco dono» per far entrare «in una logica di giustizia». Per una Chiesa scalza è il racconto degli incontri, dei volti, delle conversioni che costituiscono la trama di quella straordinaria esperienza che è il Sermig, nato nel 1964 proprio da un’intuizione di Olivero. Se il Sermig vede la luce ufficialmente nel 1964, il suo vero atto di rinascita è il 19(‘9 quando «scocca il vero amore». E il venerdì santo, la Via Crucis organizzata nel quartiere richiama trentamila persone. Un successo. Olivero sente di essere davanti a un bivio: quello tra la fedeltà alla persona che è, e la tentazione di diventare un «personaggio». «Con consapevolezza decisi di trovare un metodo infallibile per non montarmi la testa». Nasce così la «regola» in cinque punti sulla quale strutturare la vita della comunità. Tra essi la volontà di «farsi dominare dai giovani che crescono nella fedeltà a Dio, dare loro responsabilità anche superiori alle mie». Il cammino di Sermig è così tracciato: è i’ avventura dell’ accoglienza, di una Chiesa che opta per la compromissione, che preferisce i’ azione all’ abdicazione, «una Chiesa da vivere non come una struttura, ma come una Presenza», sempre consapevole della fatica della carità. «Certo, essere cristiani - scrive i’ autore - non è facile. Del resto, come si fa ad essere puri totalmente, miti totalmente, disponibili totalmente? La strada è tutta in salita, è esigente: ma bisogna percorrerla».

  • La Valsusa
    Le parole di Ernesto Olivero illuminano Sauze d’Oulx
  • Corriere del Ticino
    Dentro la Chiesa da schiavi o da liberi?
  • La Stampa
    La Chiesa scalza del costruttore di pace

    Più di diecimila copie vendute da novembre, due riedizioni in meno di trenta giorni e in attesa di una terza che, dati alla mano, dovrebbe andare in stampa entro gennaio. Un successo «Per una Chiesa scalza» di Ernesto Olivero, il «costruttore di pace» di Mercato San Severino fondatore del Sermig di Torino. Un libro che nasce dal desiderio di uscire dal buio, a cinque anni dall’ultimo saggio, che verrà presentato stasera alle 21 al Teatro d’Ou di Sauze d’Oulx, alla presenza dell’autore, del sindaco Mauro Meneguzzi e del giornalista Matteo Spicuglia. «Per scrivere di questi temi c’è stato bisogno di un lungo ragionamento ponderato, moderato e verificato perché una Chiesa scalza significa anche una politica ed una economia scalza: grandi poteri con cui ho avuto a che fare soprattutto grazie ai migliaia di giovani che ho incontrato all’ Arsenale della Pace», afferma Olivero. «È il racconto della mia vita, di molti episodi che mi hanno segnato, che mi hanno fatto toccare il cielo con un dito, ma non mi hanno mai fatto perdere. Eventi meravigliosi e tragici allo stesso tempo, tutti realmente accaduti, scritti per far meditare non solo sulla religione ma sulla vita. Un omaggio a tutti i cercatori di buona volontà, credenti o non, con atti di accusa e di ragionamento non generici, a partire dalla vicenda di quel padre torinese che ha ucciso il figlio schizofrenico: un fatto di cronaca che mi ha portato a conoscere di persona il protagonista e le ragioni di un assassinio e mi ha aiutato a riflettere».

  • La Provincia di Cremona
    Affollato incontro alla libreria Paoline. «Ho imparato a stare nel fango della vita»
  • Messaggero di sant’Antonio
    Per una Chiesa scalza
    Chi è Ernesto Olivero? Un uomo che «pratica la nuova economia del dono che produce come dividendo la fraternità», suggerisce Erri De Luca. O anche, con le parole del cardinale Angelo Comastri, un innamorato del Vangelo puro, «“sine glossa” [alla lettera] come amava dire Francesco d’Assisi». In questo libro, di calda impronta autobiografica, il fondatore del Sermig (Servizio missionario giovani) parla della Chiesa con entusiasmo e realismo, insieme amandola e volendola da tutti amata. Per questo, e solo per questo, chiede alla Chiesa di camminare scalza, cioè di essere povera e libera, insomma evangelica. «Abbiamo bisogno – scrive l’autore – di cristiani coscienti di incontrare Cristo negli altri, nel povero, nel carcerato, nell’affamato».

  • Torino Sette
    Ernesto Olivero "La mia storia"

    «Questo libro nasce dal desiderio di uscire dal buio, per- , ché la luce esiste, E il racconto della mia vita, di molti episodi che mi hanno segnato, ma mai spezzato, mi hanno fatto toccare il cielo con un dito, ma senza farmi perdere tra le nuvole. Che tu creda o no, che tu sia cristiano o di un’altra religione, sento che è possibile camminare insieme, perché una Chiesa scalza è sì patrimonio di Dio, ma anche di un’umanità che cerca». Con queste parole Ernesto Olivero, fondatore del Sermig (Servizio Missionario Giovani), illustra il suo libro «Per una Chiesa scalza» edito da Priuli e Verlucca, Olivero parla di questa sua opera con i lettori sabato 11 dicembre alle 17,30 alla Libreria Coop di piazza Castello 113. L’ingresso è libero, Le prefazioni al volume sono di Angelo Comastri, cardinale e Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, Erri De Luca, Monsignor Giuseppe Versaldi, vescovo di Alessandria, Madre Anna Maria Cànopi, badessa dell’Ordine San Benedetto.

  • Il Foglio
    Preghiera
    Ernesto Olivero, di suo, non mi convince: il pauperismo non credo possa disarmare gli invidiosi, che se al Papa non potessero rinfacciare il fasto rinfaccerebbero direttamente Cristo. I miracoli invece mi convincono. Delle tante coppie che nel corso dei decenni si sono impegnate nel Sermig (Servizio Missionario Giovani) di Torino, nessuna si è mai separata. La cosa colpì Giovanni Paolo II, come Olivero, che il Sermig lo ha fondato, racconta nel suo “Per una Chiesa scalza” (Priuli & Verlucca). Il Papa non venne colpito dai tanti pasti distribuiti ogni giorno, dalle tanti notti di ospitalità offerte ai senza dimora, dalle tante azioni umanitarie in tanti paesi del mondo: venne colpito dall’assenza di divorzi. E colpisce anche me perché, chiaramente, è un miracolo.

  • Il Saviglianese
    Per una Chiesa scalza

  • Il Popolo
    Per una Chiesa scalza

    “Per una Chiesa scalza”, come spiega l’autore Ernesto -Olivero, “nasce dal desiderio di ,uscire dal buio, perché la luce esiste. E il racconto della mia vita, di molti episodi che mi hanno segnato, ma mai spezzato, mi hanno fatto toccare il cielo con un dito, ma non mi hanno mai fatto perdere tra le nuvole”. Il card. Angelo Comastri, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, ha definito il libro come “un atto di amore verso la Chiesa, è il grido ferito di un innamorato che vuol togliere ogni ruga dal volto della sua Sposa, è una appassionata proposta di ritornare al Vangelo puro, ‘sine glossa’, come amava dire Francesco d’Assisi”. Erri De Luca parlando dell’autore ha detto che “bisogna essere visionari per vedere in . uno senza fissa dimora una casa che l’aspetta e in una fabbrica di armi, un arsenale, intravedere il centro opposto, della pace. Ernesto Oli vero è un visionario, capace di sfondare il velo di cataratta che separa dalla realtà, dalla messa in pratica della visione. Pratica la nuova economia del dono che produce per dividendo la fraternità”.

  • Il risveglio
    Per una Chiesa scalza

Estratti



Caro padre Cesare, Vescovo e amico,

 

io scrittore? Che idea assurda. A scuola ero un disastro, sempre rimandato o bocciato, sempre l’ultimo. Mi sentivo timido e impacciato, quasi insignificante. Però ho incontrato tante persone, tante. Ho asciugato tante lacrime, tante. Ho frequentato e amato terroristi e assassini. Allo stesso modo, ho fatto mio il dramma e il dolore delle vittime. Sento ancora addosso il sangue di bambini che hanno subito violenza, la paura dei perseguitati che sono scappati dai loro Paesi, il vomito di ragazzi schiacciati da droghe e sostanze infami. Oggi in fondo sono un bambino di strada, sono una prostituta, sono uno straniero. Ho conosciuto persone potenti e gente semplice e non ho mai cambiato atteggiamento perché voglio incontrare delle anime, non un portafoglio. Ho sempre pensato che chi ha di più, deve dare di più, chi ama, deve amare di più, far arrivare l’amore che ha dentro a più persone possibili. L’amore è fatto così: più si dà, più cresce. E chi sa provare compassione, non deve stancarsi di ascoltare.

Ho capito da subito che il Maestro è uno e che noi tutti siamo allievi. Molti anni fa, intorno a me si è creato un gruppetto di persone. Una notte, era il Venerdì Santo del 1979, come in un lampo ho capito che saremmo diventati tanti. Sentii come una voce interiore che diceva: «Ci stai o non ci stai? Accetti o non accetti? Se ci stai, devi cambiare carattere. Pregare continuamente per la sapienza tutto il giorno. Essere trasparente, capace di discernimento. Pubblicare i bilanci, accettare le critiche di tutti specialmente dei giovani». Ad alta voce dissi il mio sì: «Amici, la nostra vita sta cambiando. Da oggi fate come se io sia già morto. Ognuno di noi è adulto e responsabile di se stesso davanti a Dio. Il Maestro è uno. Noi tutti siamo allievi».

E così, noi siamo cresciuti man mano che il nostro amore ci faceva vedere gli avvenimenti con occhi diversi e capire che Dio voleva qualcosa di nuovo da noi. Da allora per tutti noi la strada è stata solo una: cercare di somigliare un po’ a Gesù. Nutrirsi di Vangelo. Meditarlo, sapendo che nel Vangelo c’è casa, con una porta larga sempre aperta dove tutte le persone che vogliono possono entrare e trovare pace e conversione. Quando si frequenta il Vangelo, ci si accorge che Gesù va fuori dei gangheri per due cose: per chi viola e non rispetta i bambini (i deboli, gli indifesi) e per chi abusa del potere. Per Gesù più si va in alto, più si deve essere buoni; più si è potenti, meno si deve usare il potere per sé, più si sta ai piani alti, più si deve frequentare quelli in basso, per essere servi di tutti, nell’umile servizio al prossimo.

Per questo, il desiderio mio e dei miei amici è sempre stato uno: essere semplicemente cristiani, attaccati a Gesù, nella sua Chiesa. Solo così si diventa cristiani maturi e non infantili cortigiani di miti umani. Significa usare il buon senso, aiutare le persone a crescere, dedicarsi con entusiasmo sin da piccoli a formare le coscienze. A rispettare le diversità. Ad assumersi le responsabilità. A far germogliare la speranza. È un impegno che vale per tutti! Chi crede, deve entrare nella logica della formazione permanente, in un catechismo che dura tutta la vita e in ogni stagione fa crescere nella conoscenza di Dio. In famiglia, a scuola, in parrocchia o seminario, bisogna prima di tutto formare delle persone responsabili che sappiano essere bravi cittadini. Il resto viene dopo. Altrimenti non c’è futuro.

Solo vivendo così si può sognare e coltivare grandi ideali. I miei sono quelli che mi accompagnano da sempre. Vorrei che ogni uomo e ogni donna fossero felici. Vorrei che ogni bambino potesse andare a scuola ed essere curato. Vorrei che tutti fossero liberi di credere e di non credere, rispettati per le proprie idee. Vorrei un mondo dove anche i luoghi difficili siano aperti alla speranza. Dove il carcere, per esempio, possa essere una fabbrica di galantuomini. Sì, la penso proprio così! Anche i peggiori, i persi possono cambiare. È volere la luna, sognare che anche chi sbaglia, ad un certo punto della vita possa non sbagliare più? Nella mia storia ho visto che è possibile. Tutti sbagliamo, tutti abbiamo limiti, tutti facciamo i conti con il male accovacciato nel cuore. Ma tutti abbiamo la nostalgia di cambiare. Per farlo, non abbiamo bisogno di incontrare giudizi, ma solo un silenzio carico di affetto. Per questo mi piacerebbe che le chiese fossero sempre aperte. Aperte al Cielo e alla Terra. Chiese che tutti, credenti e non credenti, possano sentire come casa propria. Case di misericordia, perché senza la misericordia, anche Dio si troverebbe solo. Una casa in cui nasca la nostalgia per le cose pulite, per la riconciliazione con se stessi, con Dio, perché nessuno è perso per sempre.

 

Caro padre Vescovo,

 

è partendo da questa consapevolezza che sento di parlarle a cuore aperto della Chiesa che sogno. La Chiesa che sogno ha il coraggio di guardarsi dentro, di fare i conti anche con i suoi errori. Una Chiesa che sa interrogarsi sui tanti cristiani che hanno tradito, che non hanno testimoniato, che non sono stati credibili. Una Chiesa che non ha paura di affrontare gli scandali, chiamandoli per nome, a cominciare dalla piaga degli abusi sui minori da parte di suoi sacerdoti. La Chiesa che sogno sceglie di stare senza se e senza ma dalla parte delle vittime, di vite segnate per sempre. Sceglie di trattare con severità i responsabili, fuggendo da grida al complotto o dietrologie. Si dà regole ferree, ferme e serie, soprattutto quando deve vagliare una vocazione.

La Chiesa che sogno sceglie la verità e la trasparenza sempre, perché non conosce il segreto, se non quello evangelico della mano destra che non sa cosa fa la mano sinistra. Nella Chiesa che sogno non c’è spazio per nessun gruppo di potere, per nessuna lobby, magari basata su orientamenti sessuali. Siamo tutti chiamati, indipendentemente dalla nostra condizione, a vivere lo spirito delle Beatitudini. Siamo persone, siamo peccatori, ma – come dice papa Francesco – guai se diventiamo dei corrotti!

Gli scandali offuscano il volto della Chiesa, anche di chi, sacerdote, religioso e laico, ama perdutamente l’incontro con Gesù e lo vive nel servizio, nella preghiera, nel silenzio. Senza sosta. Solo una Chiesa così può far risplendere la sua bellezza, il fiume di santità che ha fatto germogliare lungo i secoli Francesco, Ignazio, dom Luciano Mendes de Almeida, Madre Teresa di Calcutta e tutti gli esempi nascosti di vita cristiana che sono in mezzo a noi. Sono convinto che la Chiesa debba tirare fuori ancora il suo meglio. Non deve inventarsi nulla, perché è tutto dentro il Vangelo, in pagine dove semplicità e prudenza vivono insieme, dove non esiste la logica delle cose fatte a fin di bene, ma solo il Bene. Dove i gradi non sono mai ruoli di potere o fonte di arricchimento, ma semplici impegni di servizio. Così chi diventa papa continua ad essere un prete, come sta facendo Francesco. Allo stesso modo, chi diventa cardinale. Una logica che vale per tutti, anche per i laici, per chi diventa presidente, capo di azienda, un grande professionista, un luminare. Il mondo ha bisogno di questa semplicità, di questa trasparenza. Il nostro è un mondo dove si continua a uccidere e a morire di fame, dove alcuni Paesi sono arrivati a riconoscere addirittura l’eutanasia ai bambini, dove sembra quasi politicamente scorretto parlare di padri e di madri, di uomini e di donne. In un mondo così, la Chiesa può e deve essere una fonte inesauribile di speranza. Non sono un sognatore! Una Chiesa così può davvero esistere!

È per questo che tanti anni fa ho scritto un libro sulla Chiesa intitolato «Il sogno di Dio». Mentre lo scrivevo, quasi mi sentivo un presuntuoso a voler dire la mia su temi così importanti. Ma quei pensieri diventavano subito preghiera: «Gesù, lo sai che ti voglio bene, non voglio farti fare brutta figura. Voglio scrivere un libro sulla Chiesa delle beatitudini: la tua. Lo darò a cinque persone severe, non cortigiane e le loro critiche per me saranno le tue. Non mi difenderò».

Quelle cinque persone fecero a pezzi il libro. Buttai via molte copie e versioni, ma il sogno di scriverlo mi accompagnava. Dopo cinque anni, con il libro sotto il braccio andai da un mistico, un amico di padre Pio, un uomo onesto che mi vuol bene. Uno che dall’alba è già pronto ad ascoltare tutti: storie difficili, malattie gravi, drammi inimmaginabili. Lui lì, ad ascoltare, pregare, incoraggiare. È un uomo di Dio e mi fa commuovere. Lui prese il libro in mano e lo sfogliò. «È  perfetto, - mi disse - ma è  pericolosissimo, perché semplicemente cristiano. Dia retta, prima di darlo alle stampe cerchi un cardinale, un uomo di Chiesa che glielo «visti».

Pensai al cardinal Martini. Lui mise il suo «visto» scrivendo la presentazione e il libro uscì. «Il sogno di Dio». Nessun tribunale lo bruciò sul rogo, nessuno mi condannò.

Sono passati tanti anni da allora, insieme a tanta vita. In tanti, troppi, hanno fatto l’impossibile per affondare la Chiesa. Le ragioni che mi avevano portato a scrivere la prima volta restavano  le stesse, forse ancora più gravi. Decisi così di mettere le mani a un seguito, a una nuova riflessione. Dissi ai miei amici: «Si chiamerà ‘La Chiesa è finita? Voglia di verità, voglia di santità».

Ci misi altri cinque anni.

Cinque giorni prima della stampa (sempre questo numero 5 che ricorre) arrivò da me un mio amico, un giovane prete di Milano, don Roberto. Vide le bozze del mio libro e quel titolo. Un attimo di silenzio, poi parole chiarissime: «Ti prego, cambia titolo». Mi difendo: «Roberto, non è una critica alla Chiesa, è un inno d’amore, un grido da innamorato, di chi sente bisogno di Vangelo, di radici, di Gesù». Niente. Discutemmo due ore e non riuscii a convincerlo. Alla fine, uscì: «Cambia titolo!».

Pochi giorni dopo, all’Arsenale della Pace arriva Erri De Luca, un amico. C’è affetto, stima reciproca tra noi. Gli parlo della mia intenzione di scrivere un libro sulla Chiesa, sul bisogno di pulizia, di nuova vita. Di Vangelo. Non gli dico che è già scritto. Prima che se ne vada, gli chiedo come sempre di scrivere qualcosa sul mio Diario alla rovescia. Lo faccio sempre con le persone che possono insegnarmi qualcosa di nuovo. Mentre Erri scrive, accarezzo la Bibbia e prego: «Signore ispiralo».

Erri esce. Corro a guardare nel Diario. Leggo: «…sento il tuo desiderio di scrivere alcune pagine appassionate contro la Chiesa degli addobbati per la cerimonia. Forse è la nostalgia per una Chiesa scalza».

E Chiesa scalza sia. Anzi, «Per una Chiesa scalza».

 

Caro padre Vescovo,

 

questo libro pubblicato nel 2010 sta percorrendo una strada che non avrei immaginato: sette edizioni, oltre 60mila copie, tante persone che lo hanno letto e che mi hanno scritto. Ne è nato un dialogo che mi ha confermato la fame e la nostalgia di Dio che ci circonda. Scrivo a Lei per condividere questi sentimenti, per aggiungere anche nuove sfumature alle riflessioni di qualche anno fa. Gliele affido di cuore…

 

Ernesto Olivero

Carissimo Ernesto,

 

la tua lettera ha suscitato in me tanta emozione e gioia perché ho compreso, leggendola, che quanto scrivi nel Libro Per una Chiesa scalza è frutto di esperienza alimentata dalla preghiera e dall’amore per questa Chiesa, che malgrado tante deficienze e difficoltà è in grado di risorgere sempre, per continuare a svolgere quella missione che il suo Signore le ha comandato. Tu poni con onestà e verità il dito nelle piaghe che non mancano, ma le ungi con l’olio della carità e della speranza, per cui la loro gravità si attutisce e a poco a poco può sempre guarire.

 

Come giustamente scrive nel tuo diario Matteo Spicuglia: «La speranza che tu e i tuoi amici avete scoperto parte dal riconoscere i propri limiti per trasformarli in opportunità di bene. La speranza che vede con lucidità i drammi del mondo, per convertirli partendo dai piccoli. Questa è la chiave delle storie di questo libro, storie nate dalla vita, da un volto incontrato, da una lacrima raccolta, da un sorriso donato e ricevuto. Questo libro è l’insieme di tante gocce raccolte il mattino presto o la sera, in una telefonata o in appunti sparsi tra un viaggio in Brasile di 48 ore o in Giordania, tra una chiamata urgente e un caso difficile da risolvere. Gioia e dolore e speranza nel quotidiano». Ti conosce bene Matteo, come tanti altri amici che hai saputo conquistare con la semplicità disarmante della tua parola e soprattutto della tua testimonianza, suscitando stupore prima, interesse dopo e coinvolgimento per sempre nella tua stessa avventura.

 

Tu sogni una Chiesa «scalza» perché povera, umile e misericordiosa, che malgrado tante difficoltà e resistenze consideri vicina e talmente possibile che la stai realizzando in prima persona, senza ostentazione e reclame, ma nel silenzio dei fatti di Vangelo che scandiscono le tue giornate e quelle della tua comunità e degli amici che non resistono alla tentazione di stare lontano dall’Arsenale. Sogni e agisci di conseguenza, per realizzare quanto hai sognato. Tu sai che la Bibbia e la vita di grandi santi è piena di sogni e le persone che hanno compiuto le più grandi imprese spirituali, umane e anche sociali hanno sognato i sogni di Dio stesso. Penso a Giuseppe figlio di Giacobbe, a Giuseppe sposo di Maria vergine e padre putativo di Gesù, a Paolo che da un sogno è stato condotto ad evangelizzare l’Europa… al nostro santo Giovanni Bosco, i cui sogni gli hanno rivelato ciò che doveva fare e dire…

 

Sì, Dio si serve dei sogni per indicare la sua volontà e dare, a creature deboli e povere, la forza di compiere cose meravigliose e uniche. Ma queste persone hanno sempre sognato in grande, rispetto alle risorse che avevano, perché erano innamorate di Dio e niente avrebbero fatto di diverso da ciò che Dio suggeriva loro nel silenzio del cuore. I tuoi sogni che manifesti in questo libro si sono di fatto avverati in tutti questi anni e, ne sono certo, si avvereranno anche gli altri che porti nel cuore, perché già ora ne possiamo vedere i segni concreti da quanto si sta facendo nell’Arsenale di Torino e in tutti gli altri sparsi sulla terra.

 

Un altro tuo carissimo amico, Erri De Luca, scrive nel diario: «Ernesto è un visionario, però capace di sfondare ogni legge dell’economia collegando la domanda muta di soccorso a un’offerta racimolata a pioggia. I governi mungono le tasche dei cittadini, lui munge direttamente il cielo. Pratica la nuova economia del dono che produce per dividendo la fraternità». Certo non c’è un sognatore come te, caro Ernesto, che abbia i piedi così per terra da restare sbalorditi nel constatare che ciò che sembrava impossibile si sta avverando – e ancora più grande e bello di quanto si presumeva o si sperava.

 

«Non è indicando il buio che si espande la luce, non è puntando il dito che si espande l’amore»: è questo che dici nel libro. Lo sento molto vero, insieme a quanto aggiungi subito dopo: «La via d’uscita è una sola, la conversione». Tutti ne abbiamo bisogno. Allora la Chiesa risplenderà con quella luce riflessa del suo Signore che le è stata data e la gente, i poveri e i giovani anzitutto, torneranno a innamorarsi della Chiesa, stimandola e seguendola come dolce madre che li accoglie nel suo grembo e asciuga le loro lacrime di pentimento e di gioia insieme.

 

Sì, caro Ernesto, è oggi tempo di misericordia e di riconciliazione che attraversano l’animo di molte persone, famiglie, comunità e anche della Chiesa e della società. Occorre riscoprire, accogliere e annunciare ad ogni uomo quel volto di Dio che  Gesù ci ha rivelato come Padre provvidente e amico, ricco di misericordia e di perdono verso chi sbaglia e proteso sempre a incoraggiare, perché ogni uomo, anche il più santo della terra, riconosca di essere un peccatore bisognoso sempre dell’unguento della riconciliazione. Risuona, oggi in particolare, l’appello di Paolo che Papa Francesco rivolge spesso a tutti, vescovi, sacerdoti e diaconi, religiosi religiose e laici, vicini o lontani, credenti o non: vi supplico lasciatevi riconciliare con Dio mediante Gesù suo Figlio che ha dato la sua vita per tutti.

 

Mi auguro che questo libro faccia strada e penetri nelle case e nel cuore di tanti, di quelli che già lo hanno accolto negli anni passati per riprenderlo in mano alla luce delle novità che sono state introdotte, sulla base delle esperienze fatte più recentemente, in cui un crescendo di avvenimenti sorprendenti nella vita della Chiesa ha segnato anche l’esistenza di tanti credenti e non, suscitando a volte rincrescimento e grave dolore, a volte altrettanto inattesi stupore e meraviglia.

 

Una nuova edizione era dunque necessaria nella continuità del cammino percorso e nella ricerca di quei segni di Dio (il suo sogno!) che sempre hanno scandito le tappe dell’esperienza del Sermig fin dal suo inizio. L’importante è che questo libro Per una Chiesa scalza abbia mantenuto la sua ispirazione iniziale che ne ha garantito la popolarità presso tantissime persone sparse nel mondo, le quali hanno trovato in esso una luce per il loro cammino di fede e di amore a Gesù e alla sua Chiesa, quella di ieri e di oggi; una luce che riscalda il cuore di chi lo legge, lo medita, ci ritorna sopra con calma, ne gusta il messaggio di speranza che promana da ogni sua pagina, scritta prima col cuore che con la mente. E, lasciamelo dire, caro Ernesto, incontra la storia di amore e di relazione intensa con la Chiesa che il Sermig ha testimoniato aprendo le porte delle sue comunità e il cuore dei suoi membri ai figli prediletti del Signore, i poveri e i giovani.

 

Nella tua lettera tu sottolinei giustamente che nel nostro mondo «si continua a uccidere e a morire di fame, dove alcuni Paesi sono arrivati addirittura a riconoscere l’eutanasia ai bambini, dove sembra quasi politicamente scorretto parlare di padri e di madri, di uomini e di donne». E concludi con una luce che illumina questo buio, dicendo: «In un mondo così, la Chiesa può essere una fonte inesauribile di speranza. Non sono un sognatore! Una Chiesa così può davvero esistere!». Sì, credo anch’io che possa esistere e già esiste e si sta manifestando con tutta la sua forza spirituale e morale.

Per questo ti invito a dedicare questo libro a Papa Francesco che, sono certo, quando glielo consegneremo e lo leggerà, renderà grazie al Signore e benedirà il Sermig con gioia e riconoscenza.

 

Ti ringrazio, ti saluto e benedico tutti di cuore.

 

Torino, 17 febbraio 2014    X Cesare vescovo, padre e amico

 

 

Introduzione

 

Diventeremo una nazione atea?

 

Nell’arco di vent’anni potremmo diventare una nazione atea. Molte chiese forse saranno chiuse, altre diventeranno un museo, altre ancora delle attività commerciali. A meno che…

Mi porto dentro il sogno di una parrocchia ideale, composta però da uomini e donne in carne e ossa, visibili. Non da angeli invisibili. La mia parrocchia ideale è dedicata a Santa Maria dell’Incontro. I musulmani che vi abitano continuano a essere musulmani, buoni musulmani, ma non hanno paura di ammettere che ne fanno parte. Lo stesso vale per gli ebrei: «Noi siamo ebrei, la Torah è la nostra legge, ma partecipiamo alle attività della parrocchia di Santa Maria dell’Incontro». Nel suo territorio c’è un club molto frequentato da atei. Anche loro non hanno problema a riconoscere che partecipano alle iniziative culturali e di solidarietà della parrocchia.

Ma che succede di speciale in questa parrocchia che riesce a mettere insieme persone così diverse per cultura e religione? Anzitutto è aperta 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, 366 nell’anno bisestile.

A qualsiasi ora se tu entri in chiesa e hai bisogno di stare in silenzio per rinfrancarti l’anima e lo spirito, nessuno ti caccia via, puoi starci il tempo che vuoi. Se invece hai bisogno di approfondire un argomento, di chiedere un consiglio, di esporre un tuo problema trovi sempre qualcuno che sta con te, che non te la canta, ma ti ascolta senza tirare fuori aria fritta. Nella parrocchia che ho in mente e nel cuore quando in una famiglia, qualsiasi famiglia, un uomo, una donna, si ammalano o vivono l’esperienza della disabilità, soprattutto in forme gravi, immediatamente il tam-tam della solidarietà attiva un volontario preparato, serio e discreto che va a far loro visita, si informa e prepara insieme un progetto di sostegno che segue una precisa linea di condotta: esserci 24 ore su 24. In questa parrocchia, nessun ammalato è lasciato solo. Nessuna famiglia è abbandonata. Se poi un ragazzo – cristiano, musulmano, ebreo, credente o non credente, un figlio di quel territorio insomma – combina qualche guaio, immediatamente il servizio di solidarietà si attiva e va a trovarlo in carcere. «Senti amico, – dovrebbe sentirsi dire – se vuoi, possiamo vivere insieme questo tempo di reclusione venendoti a trovare periodicamente. Sappi che quando uscirai ti aiuteremo a reinserirti, a trovare un lavoro. Una volta fuori, non sarai abbandonato».

Nella parrocchia Santa Maria dell’Incontro c’è un gruppo culturale che si è inventato un’università. Ci sono corsi su qualsiasi argomento, così interessanti che la gente preferisce non guardare la televisione. C’è un grande oratorio dove i bambini, i ragazzi, i giovani possono fare sport in modo serio, dove si insegna chi è Dio e chi è l’uomo, dove fin da piccoli si impara che il corpo ha tante funzioni, dall’intelligenza alla sessualità, che ti consentono di crescere nel modo migliore.

C’è un catechismo permanente che dura tutta la vita, uno strumento che aiuta a saper dire dei sì e dei no, a capire cosa è bene e cosa è male; una formazione che spinge giovani e adulti a entrare in politica con spirito di servizio per fare gli affari degli altri e non i propri. C’è una cultura che considera una ricchezza, non una differenza, essere bianchi e neri, del Nord e del Sud, donne o uomini. In questa parrocchia, tutti devolvono spontaneamente una percentuale del loro stipendio. Nessuno è obbligato, ma, meraviglia delle meraviglie, lo fanno tutti, credenti e non credenti, perché vogliono sostenere un’opera che serve a tutti i componenti della comunità.

In questa parrocchia ogni giorno c’è un miracolo: nessuno muore abbandonato, nessuno dorme per strada. Il disabile non è un diversamente abile, ma è pienamente uomo o donna e dà l’opportunità a chi vuol correre di capire che la fretta non è buona consigliera, che sui marciapiedi, sul tram o dove ci sono gradini, si può salire tutti con uno scivolo, senza umiliare chi sarebbe costretto a farlo comunque. Con questa scuola di vita si può affrontare meglio la vita.

Sento che la parrocchia che ho in mente fa parte del sogno di Dio. Chiunque di noi la può costruire, ma deve crederci. Questa parrocchia non è utopia perché c’è comunione fra tutti, tutti sono responsabili e i sacerdoti, guide spirituali della comunità, non sono schiacciati dalle tante cose da fare. Uno dei sacerdoti che ha contato di più nella mia vita per il suo amore a Dio, per il suo volto raggiante e la sua testimonianza è stato don Michele Do, uno dei primi a farmi innamorare della Chiesa. Ho fatto mia una sua frase: «La Chiesa non è una struttura che si deve aggiornare, ma una Presenza a cui convertirsi». Gesù è venuto a servire, non per essere servito. La vera rivoluzione, a partire dal seminario, è questa: servire, servire, servire. Più in alto si va, più è: servire, servire, servire, perché se non si serve ci si fa servire. Il potere rende cortigiane tantissime persone. Se non ci si mette a servizio, il prestigio contagia qualsiasi palazzo, qualsiasi scelta.

Nella Chiesa non abbiamo bisogno di preparare rivoluzioni, ma di entrare in quella normalità che significa rinascere ogni giorno, riscegliere ogni giorno di stare con Gesù. Può darsi che alcuni o tanti vadano via. Gesù ha parole di vita eterna ieri, oggi e domani. Gesù non ha bisogno di aggiornamenti, è il Figlio di Dio ieri, oggi e domani e ci dà la certezza che le forze del male non prevarranno mai. Di Gesù maestro e di Gesù teologo ci si può fidare. Lui ci insegna che costrui-sce sulla debolezza. Ma solo sulla debolezza che cerca la grazia, sulla debolezza che cerca la verità. Al contrario, la debolezza che cerca il potere può solo fare guai e ne ha fatti già tanti. Un esempio: se la Chiesa nella sua saggezza ha stabilito che a settantacinque anni un ecclesiastico deve andare in pensione, questa regola deve essere rispettata! Si può essere santi vescovi, santi cardinali, santi parroci anche in pensione. Il potere è sempre una tentazione. Solo se è avvolto di preghiera e di servizio serve. Altrimenti, il potere – non importa se politico, economico, religioso – diventa un guaio.

Per una parrocchia così, ci metto la mia faccia, la mia vita, la faccia e la vita di tanti miei amici. La faccia di tanti sacerdoti che sono tra le persone più belle in assoluto che io abbia mai incontrato. Un giorno, a un mio caro amico, un esponente politico italiano di primo piano, ho detto che gli esempi migliori li ho trovati nella Chiesa. Persone comuni, sacerdoti, gente disponibile a togliersi il pane di bocca per chi ha bisogno. Con molta sincerità, aggiungevo che non avrei mai pensato di trovare negli stessi ambienti anche gli esempi peggiori. Tuttavia, la storia si cambia con la luce, con il bene, non recriminando sul male. Mi gioco la faccia: dieci, cento, mille parrocchie come quella che ho in mente faranno scoppiare la pace nel mondo intero.  

 

 

 

 

 

 
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