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Sotto la neve fuori dal mondo

Sotto la neve fuori dal mondo

C’era una volta la scuola di montagna

Cartonato con sovraccoperta plastificata a colori, formato cm 17,5x25, pp 144, con inserto fotografico in bianco e nero
ISBN 978-88-8068-334-6
PREMIO GAMBRINUS «GIUSEPPE MAZZOTTI» XXV edizione 2007 Sezione Montagna

 

Recensioni

  • Il Saviglianese
    Sotto la neve fuori dal mondo
  • Giovane Montagna
    Sotto la neve, fuori dal mondo: c'era una volta la scuola di montagna
  • l’Adige
    Premio «Gambrinus» montagna a Benito Mazzi
  • La Stampa
    Il mondo di montagna tra i banchi di scuola
    Un piccolo mondo antico che non esiste più, uno spaccato di vita montana di oltre 50 anni fa. Lo racconta in punta di penna Benito Mazzi, che con «Sotto la neve fuori dal mondo. C’era una volta la scuola di montagna» ritira in questi giorni il premio Gambrinus Giuseppe Mazzotti 2007 per il miglior libro della sezione Montagna. Pubblicata da Priuli&Verlucca, l’opera traccia il profilo degli insegnanti dei paesi di montagna, spesso villaggi di poche case, oggi disabitati. Sono pagine calde di affetti e dedizione che ricordano come, un tempo, esistesse il rispetto delle istituzioni, degli anziani e di come la maestra rappresentasse una guida e un simbolo. La situazione delle scuole, però, non era certo delle migliori. In Valle d’Aosta molti bambini emigravano come spazzacamini da ottobre a Pasqua. Alcuni frequentavano in città corsi serali istituiti appositamente da opere pie o enti assistenziali, ma la maggior parte saltava l’anno scolastico. L’analisi dei documenti evidenzia come nei registri erano riportati i motivi delle assenze o dei ritiri. Le situazioni erano le più disparate: da «Trasferito per la stagione a spazzacamino » a «Andato col padre all’alpe a cercare le capre », da «Impiegata nei lavori domestici» a «Occupato a portare legna»
  • alpinia.net
    Libro del cuore

    Qui la recensione su www.alpinia.net

    Priuli & Verlucca è uno degli Editori che preferiamo, sia per la cura con cui stampa le proprie opere, cosa ottima, ma soprattutto per l'eroica difesa che fa delle tradizioni e della cultura di un passato nemmeno troppo lontano, che ha animato le nostre montagne e che sta via via diventando sempre più evanescente, col rischio di scomparire per sempre.
    Sotto la neve fuori dal mondo ci parla delle scuole di montagna, le prime scuole "normali" che sorsero a fine '800 nelle Alpi e negli Appennini, in località che spesso non avevano nemmeno la strada carrozzabile, con un tasso di analfabetismo che rasentava a volte il 100%.
    Lassù tra i bricchi, giovani maestre spesso al loro primo incarico e maestri battaglieri, desiderosi di impegnarsi in speciali battaglie per il sapere dei più deboli, in condizioni che definire disagevoli sarebbe un eufemismo, hanno combattuto la battaglia di insegnare a leggere e scrivere a torme di bimbi spesso denutriti e obbligati al lavoro puerile, non per crudeltà, ma per necessità di sopravvivenza delle famiglie.
    Erano piccole scuole, spesso accanto alla canonica, pluriclassi, dove i bimbi arrivavano come uno sciame festoso e dove l'imparare era visto come la possibilità di togliersi dal giogo della miseria, un privilegio sconosciuito a nonni e genitori...
    Ben diverse dalle scuole odierne dove ci si lamenta se fa un grado di caldo di troppo o di troppo poco, allora ogni bimbo si portava il suo ciocco di legno in cartella e il riscaldamento era a posto nella stufa della fredda aula, una lavagna e alcune carte geografiche erano l'inizio della conoscenza di un mondo magico che iniziava dietro l'orizzonte dei quattro monti della vallata, che differenza, lo vedessero i ragazzi di oggi che hanno bisogno di torme di psicologi per non belare disperati ad ogni minima difficoltà.
    L'autore è Benito Mazzi, del quale abbiamo recensito il romanzo La formica rossa, egli descrive aneddoti divertenti, commoventi, originali, con testimonianze soprattutto nel periodo del dopoguerra, tra il 1945 e il 1960, prima della grande fuga dalla montagna, attirati dalle sirene della città, con i suoi fumi industriali e il miraggio del posto fisso, e l'orario ben definito, altra cosa rispetto all'orario indefinito e infinito del montanaro, ma senza la libertà e lontano dai ritmi della vita...


  • Lo Scarpone
    C'era una volta la scuola di montagna
  • La Padania
    Viaggio nella memoria delle valli piemontes

    «Oh, la mia maestra!». Quante volte le insegnanti elementari di ieri si sono sentite salutare con questa esclamazione di gioia, di affetto e di rimpianto incontrando i loro scolari di un tempo ormai padri e nonni. E in quel frangente si sono ritrovate per un attimo in quel loro mondo così lontano. E così diverso da quello di oggi, soprattutto se banchi e aule scolastiche si trovavano nel piccolo mondo dei paesi di montagna. Agglomerati di poche case oggi disabitati, nei quali signorine e giovanotti di belle speranze di quaranta, cinquanta e più anni fa si sono trovati a trascorrere il periodo più verde della loro vita, spesso in condizioni di vita disagevoli, sotto nevicate che oggi non ci immaginiamo neanche.

    RICORDO DELLE NEVI D’UN TEMPO
    «Passeranno gli anni, le vicende muteranno, nomi e volti sfumeranno, ma insegnante e allievi saranno per sempre, anche se inconsapevolmente, l’uno nella vita dell’altro». Lo sa perfettamente Benito Mazzi, straordinaria memoria storica delle genti alpine, che continua imperterrito da tanto tempo nel suo benemerito lavoro di raccolta delle testimonianze che trova nelle sue valli del Nord Piemonte. Una volta raccolte, le pubblica poi nella serie “Quaderni di Civiltà e Cultura Piemontese” per i tipi della Priuli & Verlucca Editori: una casa editrice tra le poche a distinguersi davvero, nel panorama editoriale italiano, per la cura e la passione con cui si dà da fare per tutelare le nostre radici e divulgarne la conoscenza presso il pubblico più ampio. “Sotto la neve fuori dal mondo. C’era una volta la scuola di montagna” (pp. 144, e 18.50) è la raccolta delle testimonianze di uomini e donne che vissero gli anni del secondo Dopoguerra (1945-1960). A parlare sono maestre e maestri di montagna che si trovarono ad operare in pluriclassi terribilmente popolate o in altre quasi vuote, spesso tenute in vita nelle località più sperdute dagli scarsi fondi comunali o addirittura da privati cittadini, spinti all’encomiabile quanto ingente sacrificio dal ricordo di un congiunto o di un amico caduto in guerra, oltre che dall’amore per la propria terra. Sono loro a descrivere quei giorni lontani, quelle esperienze fra gente povera di mezzi ma ricca di valori. Racconti, ricordi, aneddoti spesso divertenti, sempre capaci di accompagnare il lettore in un mondo, in luoghi, in compagnie scomparse. Sono pagine calde di affetti, di passione e dedizione, che ci riportano a dimensioni dimenticate del vivere quotidiano, a tempi in cui il rispetto delle istituzioni, degli anziani, dei sacri principi era regola irrinunciabile per l’intera comunità e la maestra una guida, un simbolo, un ricordo da conservare caro.

    TRA MARACHELLE, PENNE E CALAMAI
    E allora, sfogliando le dense pagine di questo volume, si incontrano storie di partigiani e di assassini, biciclette e slitte da neve, quando la neve, in montagna, era una cosa seria e a scuola si andava con gli sci. Rivivono alunni più e meno giovani con le loro storie, i primi amori, le marachelle, i rimproveri, le punizioni corporali, soprattutto quando si arrivava in classe - erano gli anni del Fascio - senza essersi lavati la faccia. E se la maestra è stata un po’ la seconda mamma per tanti bambini, a insegnare a volte venivano chiamati non solo i preti, ma anche - come a Malesco, tra il 1840 e il 1846 - i falegnami. Certo, è bello vagheggiare il passato, ma è bene dire che non sempre erano rose e fiori. Gli inverni in montagna un tempo erano molto più rigidi e i riscaldamenti praticamente non esistevano, per cui le lezioni si svolgevano tra un continuo battere di denti. L’alimentazione, poi, era sovente inadeguata, e non era raro che gli alunni di ogni età fossero colpiti da geloni, pellagra, anemia, svenimenti e malori di ogni genere. La fame era sempre in agguato, la carne la si mangiava una volta all’anno o quasi, per il resto i bimbi andavano a letto «con una michetta e una mela e condimento di botte». Ecco che allora l’ultima risorsa, nei momenti di magra, era il contrabbando con la Svizzera, praticato dagli spalloni, in dialetto locale s f ro s ì n i . E a volte, come nel caso di Antonietta Del Pedro, a dare una cospicua mano erano proprio le maestre, che portavano oltre confine stoffa, corame, copertoni di biciclette in cambio di zucchero, caffè e sigarette.

    LA MAESTRINA “ALLEGRA”
    Troviamo, spulciando tra i ricordi, figure particolari eppure universali come il Cartavelina, maestro magrissimo e instabile sulle gambe, pronto a volar via a ogni alito di vento, o la maestrina un po’ troppo... allegra, colta in flagrante nel fieno di una cascina con un aitante brigadiere della Finanza: come per la nota Bocca di Rosa di Fabrizio De Andrè, tre bellezze un po’ sfiorite e molto invidiose si fiondarono a scrivere una lettera al Provveditorato agli Studi chiedendo l’immediata sostituzione della «svergognata insegnante». Ma la giovane maestrina, intelligente sopra la media e per questo sognata dai giovanotti dell’intero paese, fu salvata in extremis proprio da uno dei mariti delle suddette “bellezze d’un tempo”, evidentemente anch’egli non certo insensibile al suo fascino: intercettata la lettera, la buttò nel camino e morta lì. IMMAGINI DAL PASSATO
    Grembiulini neri, fiocchi tra i capelli, colletti bianchi. Calamai, lavagne, banchi di legno, pallottolieri, carte d’Italia e cattedre svettanti sulla famosa e ormai scomparsa pedana. Tutto questo par di vedere saltare fuori dalle pagine veramente ben scritte di Mazza, che si leggono come e meglio di un r omanzo. A dire il vero, bambini e maestre, addirittura intere classi si materializzano nel vero senso della parola grazie al bell’inserto fotografico che si trova al centro del volume. Volti e divise nei quali molti, anche se non hanno vissuto in queste valli piemontesi, potranno facilmente riconoscersi, visto che sono stati simili in ogni parte d’Italia. E se è vero che «chi insegna non solo trasmette il suo sapere, ma anche profonde nell’atto parte di se stesso, parte della propria vita, della propria anima», come leggiamo nella testimonianza che conclude il libro, lo stesso si può dire di chi raccoglie pazientemente e divulga le memorie del nostro passato. Grazie a Benito Mazzi, questo straordinario patrimonio ormai dimenticato, per fortuna non andrà più del tutto perduto.


  • La Stampa
    Benito Mazzi continua nello straordinario lavoro di raccolta delle testimonianze che trova nelle sue valli del Nord Piemonte. Anche grazie a lui uno straordinario patrimonio di memorie non andrà perso. L’ultima ricerca riguarda la scuola: com’erano sessant’anni fa. Dà voce a racconti, ricordi, aneddoti spesso divertenti, sempre capaci di accompagnare il lettore in un mondo, in luoghi, in compagnie scomparse.

Estratti



L’attenzione di questa pubblicazione è rivolta al piccolo mondo degli insegnanti di quei paesi di montagna, molti dei quali agglomerati di poche case oggi disabitati, nei quali signorine e giovanotti di belle speranze di quaranta, cinquanta e più anni fa si sono trovati a trascorrere il periodo più verde della loro vita, e all’ambiente che li ha accolti.
La maggior parte delle testimonianze raccolte in questo libro si rifà agli anni del dopoguerra (1945-1960); a parlare sono maestre e maestri di montagna che si trovarono ad operare in pluriclassi terribilmente popolate o in altre quasi vuote, spesso tenute in vita nelle località più sperdute dagli scarsi fondi comunali o addirittura da privati cittadini, spinti all’encomiabile quanto ingente sacrificio dal ricordo di un congiunto o di un amico caduto in guerra, oltre che dall’amore per la propria terra. Sono loro a descrivere quei giorni lontani, quelle esperienze fra gente povera di mezzi ma ricca di valori. Sono pagine calde di affetti, di passione e dedizione, che ci riportano a dimensioni dimenticate del vivere quotidiano, a tempi in cui il rispetto delle istituzioni, degli anziani, dei sacri principi era regola irrinunciabile per l’intera comunità e la maestra una guida, un simbolo, un ricordo da conservare caro.
«Oh, la mia maestra!». Quante volte le insegnanti elementari di ieri si sono sentite salutare con questa esclamazione di gioia, di affetto e di rimpianto incontrando i loro scolari di un tempo ormai padri e nonni. E in quel frangente si sono ritrovate per un attimo in quel loro mondo così lontano e così diverso da quello di oggi.
«Chi insegna non solo trasmette il suo sapere, ma anche profonde nell’atto parte di se stesso, parte della propria vita, della propria anima», leggiamo nella testimonianza che conclude il libro. «Passeranno gli anni, le vicende muteranno, nomi e volti sfumeranno, ma insegnante e allievi saranno per sempre, anche se inconsapevolmente, l’uno nella vita dell’altro».
 
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