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Tristi montagne

Tristi montagne

Guida ai malesseri alpini

Cartonato con sovraccoperta plastificata a colori, formato cm 14x21,5, 288 pagine
ISBN 978-88-8068-457-2

PREMIO ITAS 2010
CARDO D'ARGENTO


 

Recensioni

  • Adige
    Il futuro secondo lo studioso Christian Arnoldi

  • Il Sole 24 ore
    Guida all'uso della montagna
  • Corriere della Sera
    L’Alpinista Steve House in sala allo Spazio Apollo

  • L’Adige
    La montagna sul filo del tempo

  • L’Adige
    «Tristi montagne». Arnoldi a Lavarone

  • Corriere dell'Alto Adige
    «Guida ai malesseri alpini» si Arnoldi

  • L’Adige
    Nel libro di Christian Arnoldi una lucida e precisa analisi del vivere tra i monti. L'incontro voluto dalla «Sigmund Freud»
    Montagne così belle e così tristi
  • Corriere del Trentino
    «Guida ai malesseri alpini» di Arnoldi
  • ITAS 2010
    Tristi montagne

  • Lo Scarpone
    Tristi montagne
  • La Regione Ticino
    Il male nascosto dell’alpe
    Neanche fosse un noir, Tristi montagne si apre con pagine fitte di suicidi, omicidi e violenze assortite, tutte consumate in un quadro alpino che solitamente siamo portati a considerare per la sua sola bellezza. Ed è in questo (apparente) contrasto che si sviluppa la lunga ricerca di Christian Arnoldi pubblicata da Priuli & Verlucca (pagg. 240, 16,50 euro) con il sottotitolo Guida ai malesseri alpini. Lo studio è concentrato su alcune valli trentine – che rispetto ad altre realtà alpine possono anche considerarsi fortunate – ma ha valore di riflessione generale. La tristezza di cui si parla è quella di popolazioni in bilico tra un’ambigua nostalgia di un passato idealizzato e l’incerta avventura in una contemporaneità che non ha modelli da proporre che non siano quelli d’importazione: denaro, successo, immagine. Ma Arnoldi indaga oltre questa tutto sommato prevedibile duplicità, esaminando come si sono formate le icone delle Alpi e del montanaro, nei quali gli abitanti stessi delle valli alpine hanno finito per riconoscersi. In altri termini, quell’immagine di autenticità, tradizione, naturalezza è a sua volta l’esito di una costruzione quasi ideologica, originata altrove, buona forse per fornire un appiglio identitario a popolazioni che in definitiva non ne hanno sentito la necessità se non quando gli è stata fatta balenare dagli emissari – turisti, alpinisti – dei centri culturali cittadini. E buona soprattutto da vendere. Tradizioni e autenticità ricostruite dunque per costituire un prodotto da offrire sul mercato di un turismo che vive di superficialità passando da un vaso di geranio a una sagra del piatto locale, risalendo su uno skilift e scivolando su nevi incontaminate. Una finzione, o quantomeno una messinscena, che mostra la corda nelle situazioni di stress o nei momenti di vuoto (ad esempio nel deserto dei “tempi morti” tra un’alta stagione e l’altra) e fa emergere un malessere profondo. Essere periferia non è facile, quando il senso delle cose e della propria vita, individuale e collettiva, è stato affidato a modelli surrettizi. E allora ci sono l’alcol, lo stordimento chimico, l’adrenalina fatta sgorgare dalla ricerca dell’estremo. Se c’è un limite, nel considerevole lavoro di Arnoldi, è forse quello di far apparire questa tristezza un frutto del nostro tempo (a meno che non abbiamo capito). In realtà, le popolazioni alpine hanno sempre albergato in sé un malessere, anche nelle stagioni di maggiore fioritura culturale e economica. Il fenomeno dell’alcolismo domenicale, ad esempio, è ben precedente l’invasione del modello urbano. La povertà, ammaestra, la miseria degrada. C’è a disposizione un’intera letteratura per vederlo confermato. Ma ha ben ragione Arnolfi quando indica come peculiare dell’oggi quella condizione di “intermittenza esistenziale” delle popolazioni alpine nei luoghi più celebrati, quel passaggio “dal tutto pieno al tutto vuoto” che riempie e svuota i paesi, ma soprattutto le persone. Perse proprio nei luoghi che meglio conoscono.

  • La Stampa
    Il lato oscuro delleAlpi
    Una montagna triste, fatta di angosce e solitudini maturate per lo più dentro le mura domestiche e sepolte nei confini delle comunità e dei villaggi, mentre intorno frotte di villeggianti inseguono divertimenti, svago, relax, benessere. E’ questo il quadro che emerge dalle analisi di Christian Arnoldi, bergamasco, ricercatore di usi e costumi delle genti di montagna al Museo di Trento e assegnista di ricerca all’università di Bologna, facoltà di Sociologia della devianza. Dagli studi condotti tra le popolazioni dell’arco alpino, è nato il libro «Tristi montagne », edizioni Priuli&Verlucca. Il lato oscuro e segreto delle Alpi, che contrasta con la bellezza dei paesaggi, svela l’ambiguità e la complessità della realtà alpina. E anche la popolazione valdostana non è immune da quella che Arnoldi definisce «intermittenza esistenziale», ovvero la vita economica che ruota intorno all’effimera messa in scena dell’animazione turistica e che in primavera e in autunno sprofonda in una quiete catatonica e malsana. «E’ in questo contesto che si insinuano e proliferano la devianza, l’alto tasso di suicidi, l’alcolismo endemico, il celibato coatto, la noia - scrive Arnoldi -. Uno scenario a tinte fosche, che non ha nulla a che vedere con la penuria di risorse, con lo spopolamento, ma piuttosto con l’opulenza contemporanea». Ovviamente non potevano mancare riferimenti alla vicenda di Cogne, che compare nella prima pagina del libro, ma che l’autore definisce «uno dei fatti di cronaca nera alpina che più ha fatto discutere l’Italia, ma non l’unico. Accadono violenze, omicidi, aggressioni, suicidi di cui si parla poco». E cita il caso, rimasto avvolto nel mistero, dell’uccisione a Pré-St- Didier, nel 1991, dei coniugi Jorioz, che all’inizio sembrò una tragedia familiare, ma che si chiuse senza aver trovato un colpevole. Racconta dello scalpellino che tagliava a pezzi e bruciava nel suo laboratorio di Arvier, dopo averle uccise, le prostitute incontrate lungo la strada. Oppure della tragedia di ordinaria follia accaduta a Gressan, nel 1997, quando una moglie uccise un marito considerato troppo violento. Tanti i casi di suicidio descritti, da Valsavarenche a Gressoney, soprattutto nelle vallate, dove la solitudine è più marcata. «I carabinieri di Aosta hanno accertato che da gennaio ad agosto 1998 in Valle d’Aosta ci sono stati 20 suicidi», anche se i tassi di suicidi, in rapporto alle altre regioni italiane, risultano essere i più elevati nel 2002 e nel 2003. Narra fatti recenti, come quello accaduto a Fénis nel 2007, quando un uomo uccise la moglie e poi si impiccò, senza motivi evidenti. Tra le vicende più inquietanti, quella accaduta ad Ayas, nel 2004, quando un uomo uccise i suoi due figli, il cane e un conoscente con il quale da tempo discuteva di un terreno che non sarebbe mai diventato fabbricabile. «Dopo gli omicidi, rientrato a casa ad Antagnod, nel primo pomeriggio si era suicidato». Arnoldi trae le sue conclusioni: «E’ una congettura, ma l’idea che la colonizzazione metropolitana subita dalle Alpi possa essere all’origine di disagi e problemi sociali, creando smarrimento tra gli abitanti delle valli alpine, è suffragata da numerosi fatti».

  • Avvenire
    Mal d'altezza: la montagna soffre

  • L’Ordine
    Piccolo mondo moderno

  • alpinia.net

    la recensione originale su alpinia.net

    Le cronache raccolte in queste pagine, che raccontano follie e drammi di individui e di famiglie che vivono sulle Alpi, provengono da un lungo elenco di vicende in gran parte sconosciute, sconcertanti e persino misteriose.

    Messe una dopo l’altra, queste cronache costituiscono la guida a una montagna triste fatta di angosce e solitudini maturate per lo più dentro le mura domestiche e sepolte come segreti inconfessabili dentro i confini delle comunità e dei villaggi, mentre intorno frotte di villeggianti inseguono divertimenti, svaghi, relax, serenità e benessere.

    Questo lato segreto e oscuro delle Alpi, troppo spesso taciuto – che contrasta con l’amenità dei prati e dei boschi, la graziosità dei villaggi, la timidezza dei montanari – svela l’estrema ambiguità e complessità della realtà alpina contemporanea, là dove si rileva l’esistenza di una struttura antropologica profonda che è l’intermittenza esistenziale, generatrice inarrestabile di tragici spaesamenti.


  • L’Indice dei libri del mese
    Desiderio/interesse
  • Corriere SAT
    Tristi montagne. Guida ai malesseri alpini
  • Trentino
    Tempi e spazi sempre più urbanizzati alla ricerca dell'identità perduta
    Intervista a Christian Arnoldi pubblicata da «Trentino»
  • Trentino
    Alpi, il lato oscuro
  • Corriere delle Alpi
    Alpi, il lato oscuro
  • Corriere delle Alpi
    «Tempi e spazi sempre più urbanizzati alla ricerca dell'identità perduta»

    Intervista a Christian Arnoldi pubblicata da «Corriere delle Alpi»
  • L’Adige
    In un libro i malesseri alpini e il caso solandro

Estratti



Le cronache raccolte in queste pagine, che raccontano follie e drammi di individui e di famiglie che vivono sulle Alpi, provengono da un lungo elenco di vicende in gran parte sconosciute, sconcertanti e persino misteriose. Messe una dopo l’altra, queste cronache costituiscono la guida a una montagna triste fatta di angosce e solitudini maturate per lo più dentro le mura domestiche e sepolte come segreti inconfessabili dentro i confini delle comunità e dei villaggi, mentre intorno frotte di villeggianti inseguono divertimenti, svaghi, relax, serenità e benessere. Questo lato segreto e oscuro delle Alpi, troppo spesso taciuto – che contrasta con l’amenità dei prati e dei boschi, la graziosità dei villaggi, la timidezza dei montanari – svela l’estrema ambiguità e complessità della realtà alpina contemporanea, là dove si rileva l’esistenza di una struttura antropologica profonda che è l’intermittenza esistenziale, generatrice inarrestabile di tragici spaesamenti.

Sommario

Del mal di vivere sulle alpi: sintomatologia e anamnesi

Note di prefazione
Giovanni Kezich

Introduzione

Capitolo I
Alpi: estrema riserva di serenità?
Cronache del disincanto
Sogni e controsogni


Capitolo II
Invenzione e immaginari globali
Immaginari e realtà
Doppio immaginario
La belle montagne
La montagne maudite


Capitolo III
Invenzione e immaginari locali
Laddove
Rarefazione sociale
Rispèt
Feste e vertigine

Capitolo IV
Oggi: una montagna puzzle
Luoghi e spazi stratificati
Comunità locali
Villaggio vacanze
Museo
Intermittenza esistenziale

Capitolo V
Ovvero tristi montagne

Bibliografia

 

Del mal di vivere sulle Alpi: sintomatologia e anamnesi

Note di prefazione

Giovanni Kezich

Dopo un mese intero di sci primaverile sulle nevi impareggiabili del Silvretta, cotti dal sole e dall’altitudine, due giovanottoni americani giramondo riguadagnano finalmente il fondovalle, e si infilano subito in una locanda per l’agognato primo sorso di una buona birra fresca.
Ma per metter fine a qualsiasi idillio della natura, sulle nevi del Kilimanjaro come su quelle della Svizzera, e insinuarvi il brivido di una condizione umana caduca, afflitta, colpevole, non vi è che il grande Hemingway. Così, in calce a un funerale appena conclusosi davanti alla chiesina del villaggio, ecco la conversazione che si svolge nella locanda:

– È una bestia. Tutti questi contadini sono delle bestie.
– Cosa intende dire? […]
– Ci vuole raccontare del contadino che abbiamo visto colmare la fossa, venendo in paese.
– Tanto, io non capisco – disse John – parlano troppo in fretta, per me.
– Il contadino – disse il locandiere – oggi ha portato sua moglie al cimitero per seppellirla. Era morta lo scorso novembre.
– Dicembre – disse il sagrestano.
– Fa niente. Morì dunque lo scorso dicembre, e lui lo notificò al comune.
– Il diciotto dicembre – disse il sagrestano.
– Comunque, non poteva portarla al cimitero, per farla seppellire, finché la neve non fosse andata via.
– Sta sull’altro versante del Puznaun – disse il sagrestano – ma appartiene a questa parrocchia.
– Non poteva portarla in nessun modo? – domandai.
– No. Può venire soltanto con gli sci, da dove abita, finché non si scioglie la neve. Così oggi l’ha portata al cimitero per farla seppellire e il prete, quando l’ha guardata in faccia, non voleva seppellirla. Continua tu, racconta – disse al sagrestano – Parla in tedesco, non in dialetto.
– È stato molto buffo, col prete – disse il sagrestano.
– Nella dichiarazione al municipio era morta per un attacco cardiaco. In paese si sapeva che soffriva di cuore. Certe volte sveniva in chiesa. Non è più venuta per un pezzo. Non era abbastanza forte per fare la salita. Quando il prete le ha scoperto il viso ha chiesto a Olz: « Ha sofferto molto, tua moglie? ». « No », ha detto Olz. « Quando sono entrato in casa era distesa sul letto, morta ».
– Il prete l’ha guardata di nuovo. Quello che ha visto non gli piaceva.
– « Cosa le è successo alla faccia? »
– « Non so », ha detto Olz.
– « Faresti meglio a dirlo », ha detto il prete, e ha tirato via la coperta. Olz non ha detto niente. Il prete lo ha guardato. E Olz ha guardato il prete. « Vuole saperlo? »
– « Devo saperlo », ha detto il prete.
– Ecco che viene il bello, – disse il locandiere – senta questa. Va’ avanti, Franz.
– « Be’ – ha detto Olz – quando è morta ho fatto la notifica in comune e l’ho messa sotto la tettoia sopra il mucchio della legna grossa. Quando ho cominciato a usare la legna grossa era rigida e la misi contro il muro. Aveva la bocca aperta e quando andavo sotto la tettoia, la sera, a tagliare la legna grossa, ci appendevo la lanterna ».
(E. Hemingway, « Un idillio alpino », in I quarantanove racconti, Einaudi, Torino)

Tutto, all’improvviso, contaminato da questa brutta storia, diventa amaro, empio, triste, inutile: le montagne magnifiche, le distese innevate, il mese spensierato trascorso o forse sperperato con gli sci ai piedi…
È lo stesso sentimento, la stessa luce crepuscolare dell’idillio alpino di Hemingway, che anima dall’interno questo saggio in cinque parti di Christian Arnoldi, che assale il lettore, fin dalle prime battute con un catalogo quasi ossessivo delle brutture – (leggasi « fatti di sangue »: e chi non ama il genere noir salti direttamente al secondo capitolo) – assurti in questi ultimi anni al discutibile onore delle cronache avendo avuto quale fondale specifico, paradossalmente, paesaggi incantevoli ed intonsi di grandi montagne e verdi vallate...
Svelato l’arcano, e tolto il sipario davanti a una montagna dove abitano né più e né meno uomini come gli altri, e dunque né migliori e né peggiori di quelli di campagna o di città, Arnoldi snocciola la sua teoria, direttamente ispirata alle correnti ormai classiche del decostruzionismo postmoderno, che suona all’incirca così. La montagna, come luogo ideale, come coacervo complesso di attributi e di valori, è stata « immaginata » ovvero costruita artificialmente ad opera dei ceti intellettuali cittadini quale scenario proprio dei valori che le sarebbero stati assegnati un po’ come si assegna una parte in una pantomima di paese: a te un cappello a larga falda, magari con la piuma o la penna, una pipa, l’alpenstock e sarai « il montanaro » – eroe culturale portatore di valori sani, complice austero e benevolo del desiderio di schiere di cittadini di adire periodicamente alla montagna per tornare alle origini, rigenerarsi, ripulirsi, ritrovare se stessi...
Alimentata e sospinta dal volano potente dell’industria del turismo, questa dimensione artefatta e teatralizzata dell’esistere diventa per molti in montagna una condizione obbligata, alla quale non è lecito sfuggire per banalissimi motivi di sopravvivenza. Così, la vita economica di comunità intere, e di paesi anche non piccoli, ruota intorno all’effimera messa in scena dell’animazione turistica, per poi sprofondare, con la partenza settembrina e primaverile degli ultimi pullman, in una quiete catatonica e malsana. Questa condizione di intermittenza porta con sé una serie di corollari importanti. Primo fra questi è la necessità di ricaricare di continuo di contenuti inoppugnabili il senso originario della propria identità, occultandone al contempo, per quanto possibile, le ragioni vere per le quali questa si sarebbe determinata nella storia. Secondo, è quello di definire e circoscrivere molto bene il diritto di accesso a quella che appare, in virtù del contratto tacito iscritto nel sistema di valori continentale, nel « patto » non scritto tra montagna e pianura, una vera e propria « rendita di posizione ».
Ecco quindi gli orizzonti della vita alpina tingersi di sempre più marcate velleità tribaliste, e diventare sempre più chiusi, ottusi, prescrittivi, soprattutto nei confronti dei giovani, che dovrebbero piuttosto essere avviati alla scoperta, al senso dell’impresa…
È proprio in questo contesto che, nota Arnoldi, si insinuano e proliferano la devianza, l’alto tasso di suicidi, l’alcolismo endemico, il celibato coatto, la noia. Uno scenario a tinte fosche che però, si noti bene, non ha nulla a che vedere con i mali cronici della montagna di sempre, la penuria di risorse, lo spopolamento, l’abbandono, ma si manifesta proprio in comunità ormai tutto sommato assestate, quando non decisamente opulente che, come notava qualche anno fa John W. Cole, sono uscite dalla grande trasformazione dei Sessanta e Settanta notevolmente rafforzate nelle prerogative economiche, nel senso d’identità, e soprattutto nelle modalità di accesso, per il tramite fondamentale dell’automobile e del lavoro pendolare, a un mercato del lavoro di scala sovralocale, ovvero regionale.
Transitiamo così alle nove di sera nella cosiddetta « stagion morta », in uno qualsiasi dei paesi delle valli descritte in questo libro con maggiore attenzione da Arnoldi, che le conosce molto bene essendovi nato. Ormai, nel 2000 e rotti, gli antichi luoghi della socialità contadina sono del tutto estinti e se c’è un bar, starà quasi certamente chiudendo, messo in ginocchio non solo dalla scarsa propensione paesana a sostenere esercizi pubblici autoctoni ma anche, in un mondo ormai irrimediabilmente automobilizzato, dalle nuove normative sull’uso dell’alcol per chi guida. Forse, da dietro il portone ben chiuso di qualche sala comunale o parrocchiale, giungeranno fin sulla piazza gli echi attutiti di una socialità locale semicoatta, virtuosa finché si vuole ma esclusiva, incalzante e dunque almeno per molti un po’ oppressiva: la banda, il coro, la filodrammatica, le associazioni, con il loro scadenzario senza fine di prove, di ritualità, di obblighi. Ma ci si provi soltanto, alle nove di sera, a chiedere un’indicazione stradale, o a cercare l’abitazione di qualcuno, o a voler bere la birra di Hemingway…
Arnoldi queste cose le sa molto bene e da montanaro del XXI secolo con questo suo scritto, e con il notevole costrutto intellettuale e documentario che lo sottende, rivendica alla sua montagna, al di là di tante inutili retoriche e di tante fandonie, il diritto di essere normale.
 

 
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