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cicl.in prop.

cicl.in prop.

Volantini al liceo D’Azeglio 1974,’75,’76,’77,’78,’79

Brossura editoriale, 198 pagine, formato cm 13,7x21,2
ISBN 978-88-8068-357-5
 

Recensioni

  • La Stampa
    VOLANTINI SCOLASTICI 30 ANNI DOPOMarco Revelli
  • La Stampa

    VOLANTINI SCOLASTICI 30 ANNI DOPO
    Marco Revelli

    I volantini di «Ciclostilato in proprio» registrano, per così dire, il «day after »: il quinquennio ‘74-‘79, che «venne dopo». La grande esplosione - il ‘68 studentesco e l’autunno caldo operaio - c’era già stata. Ed era stata radicale e solida insieme. Creativa e di massa. Molto «torinese»: aveva attraversato e segnato la città nel profondo, cambiandone mentalità e costumi, linguaggi e rapporti di potere, senza mutarne nella sostanza le geometrie da «città-fabbrica». Facendone propria, anzi, la corposa compattezza da «metropoli di produzione» col proprio concentrarsi in pochi, decisivi, luoghi cruciali (Palazzo Campana con i suoi studenti, Mirafiori con i suoi operai in rivolta), senza le frammentazioni ideologiche romane, o pisane, o milanesi. Niente katanghesi, niente scontri per l’egemonia. Anche i fascisti, che avevano picchiato davanti alle fabbriche nei primi mesi, erano stati messi a tacere da una città che non ammetteva rigurgiti e squadrismi. Qui non c’era né una San Babila, né i Parioli. E i primi anni Settanta non erano stati diversi: un conflitto aspro, anche duro, ma non la «guerra civile strisciante » di altre città. Con il «movimento» che esce dalla Università e si diffonde nelle scuole medie, fino a diventarvi - nel bene e nel male - senso comune, quotidianità
    Belli neri, scuri scuri, pesanti, fitti. Un agile corpo due per stimolare la lettura.Unagrafica snella e accativante comequella della Pravda. Colate di inchiostro umidiccio che annerisce le mani, sale alle narici, inebria le menti come una pista di coca. Con un lezzo acido che in quegli però era come un «parfum » sensuale. Così erano i volantini degli Anni del Movimento. Vitali, duri, astratti, noiosi, concreti. Un mondo di carta per battaglie che purtroppo spesso solo di carta non sono rimaste. Per lunghi anni nelle scuole torinesi ne sono circolati a camionate. Praticamente uno al giorno diffusi da studenti stropicciati dal poco sonno e le tante sigarette. Tra il ‘74 e il ‘79 uno studente un po’ maniaco, Luca Reteuna, ha raccolto quelli che sono planati sul mitico D’Azeglio. Il liceo per eccellenza, fucina del meglio della cultura nazionale da Monti a Cosmo, a Zini, Antonicelli, Pavese, Einaudi, Mila, Foa, Pajetta, Giua, Artom, Ginzburg, Bobbio. Adesso sono raccolti nel libro «Cicl. in proprio» con due saggi di Bruno Bongiovanni e MassimoFirpo (Priuli&Verlucca, pagine 194, 14 euro) che sarà presentato l’8 maggio, alle 18, alla Fnac. In quel sacrario del sapere nei duri e indimenticabile Anni Settanta si sono scaricate tutte le ovvie tensioni di una società e di una città in ebollizione. Nei volantini non manca nulla. C’è quello «fai da te» dell’ironico Joe Bestia che scopre, al culmine di un pessimo quadrimestre, con qualche anno di ritardo i temi di «Lettera a una professoressa»: la scuola è di classe, i figli degli operai sono svantaggiati. Ci sono le controfiabe delle ragazze, di quella metà del cielo allora prorompente. Untempo lontano nel quale le fanciulle non volevano diventare veline. Allora Cenerentola stava sulle scatole e tutte e come lei la pletora di sottomesse amebe anelanti al proprio individuale principe azzurro. Nelle idee di carta che circolavano nelle mattine stanche c’è la democrazia scolastica, ci sono le lotte contro le eterne riforme della secondaria, le elezioni, le assemblee, i collettivi, i controcorsi. Ci sono gli scazzi tra studenti di destra e di sinistra e a sinistra tra ultrà e figiciotti. E poi c’è la violenza. Quella che arriva da fuori e sbatte in faccia ai ragazzi i morti di quella lunga battaglia che furono gli Anni Settanta. Ci sono gli studenti ammazzati dai fascisti come Varalli e Zibecchi, ci sono le vittime delle terrorismo brigatista come Picco a Moro. Ma nel leggere quei lontani fogli - così importanti per ridare memoria a un decennio che non fu solo violenza,ma un fiorire di idee, passioni, battaglie, conquiste - si riscopre che Torino è stata in fondo un’isola felice. Qui i ragazzi erano di sinistra, di ultrasinistra, di centro sinistra, di destra, di destra fascista, di destra cattolica, di centro destra. Si sono scazzati in decine di assemblee, in circoli fumosi e ripetitivi; si sono affrontati a slogan di fuoco nelle piazze e nei corridoi delle scuole, si sono scazzottati. Ma mai si sono presi a chiavi inglesi in testa o a rivoltellate sotto casa.


  • La Repubblica
    Volantini dagli anni Settanta
    Luca Rastelli

  • Tempo Libero
    Parole di carta

Estratti



Con saggi di Bruno Bongiovanni e Massimo Firpo

Oggi appare evidente che, intorno alla metà degli anni ’70, si aprì una allora non ben visibile voragine su un periodo confuso, in parte torbido. I volantini qui riportati e commentati, nella loro natura di microcosmi aggrappati alla quotidianità, fanno chiaramente avvertire i crepitii. L’Autore, allora studente del liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino, una delle scuole superiori storicamente più importanti d’Europa, anziché fare come tutti i suoi coetanei, che davano uno sguardo selettivo e poi gettavano via i volantini, li raccolse con incredibile e preveggente senso storico. Ora sono qui, commentati uno per uno, provenienti da ogni tendenza politica, dentro o fuori l’«arco costituzionale», suggestiva, autentica, unica finestra sulla voragine. Il libro ne pubblica una settantina, avvalendosi inoltre della preziosa introduzione storica di Bruno Bongiovanni, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Torino, e dei ricordi di Massimo Firpo, ordinario di Storia Moderna nella stessa Università, Accademico dei Lincei, d’azeglino. Alcuni strumenti critici accompagnano e chiariscono i contenuti.

Indice

Qualche ricordo di un d’azeglino
Inquadramento storico generale
Idee di carta
Ginnasiali problematici
Genitori impegnati
Riforma continua
L’altra metà del cielo
Per partito preso
Votate, votate, votate
Spazi di democrazia
Studenti contro
Obiettori di coscienza
Non solo politica
Ricorrenze
Rari nantes in gurgite vasto
(Relitti di un naufragio)

QUALCHE RICORDO DI UN D’AZEGLINO
di Massimo Firpo
Nella prima metà degli anni sessanta del secolo scorso, tutti i giorni della settimana dal lunedì al sabato, alle otto meno dieci in punto, in attesa di entrare a scuola, condividevo con alcuni compagni la mia prima e malefica sigaretta, come se fosse stata l’ultima. Sguardo vitreo e «altum silentium» (Virg., En., 10, 63), o meglio «conticuere omnes, intentique ora tenebant» (ibid. 2, 1): la mente vagava disperata sulle possibili interrogazioni della giornata (quelle «programmate» erano di là da venire), con l’assoluta certezza che qualunque di esse sarebbe stata disastrosa. Ogni senso di colpa per aver studiato poco e male il giorno precedente era travolto dal panico, dallo sgomento per il minaccioso incombere di un evento che prima o poi sarebbe stato ineluttabile, per la tragedia greca cui andavo incontro, chiamato a subire un destino di vittima predestinata (ma nel mio caso non innocente). Poi entravo, salivo le scale verso il patibolo, mi sedevo nel banco dell’ultima fila di cui facto agmine ero riuscito a impossessarmi il primo giorno di scuola, cercavo di assumere un’espressione tranquilla e attendevo, dicendomi che alla fin fine proprio lì avevo imparato che «ducunt volentem fata, nolentem trahunt» (Sen., Epist., 107, 11).
Spesso andava bene, talora invece no, e il mio nome risuonava cupo nell’aula. Allora mi alzavo e percorrevo quei pochi passi verso la cattedra affettando una disinvoltura totalmente contraddetta dalla consapevolezza del mio ignobile vuoto morale e culturale. Poi non di rado riuscivo a cavarmela con un po’ di faccia tosta, poiché notoriamente «fortes fortuna adiuvat» (Ter., Phorm. 1, 4, 26), ma qualche volta era solo un patetico remare senza direzione e senza meta e in qualche caso un vero e proprio tracollo, un’umiliante disfatta. Votaccio sul registro e sofferto ritorno al posto, tra le facce dei compagni che nascondevano a stento, dietro espressioni di compunta solidarietà, la gioia di averla fatta franca a mie spese. «Sunt lacrimae rerum» (Virg., En. 1, 462).
Primi anni sessanta, altri tempi. Tutto era diverso. I «fanciulli», come diceva la mia spietata professoressa di greco, vestivano in giacca e cravatta, mentre le «fanciulle» dovevano nascondere sotto orridi grembiuloni neri i loro giovani corpi per sottrarli alla vista dei summenzionati «fanciulli», nel quadro di un più generale disegno educativo tra le cui pie finalità c’era anche il vano tentativo di sedare la tempesta ormonale che comunque si respirava nell’aria: «Lugete o Veneres Cupidinesque» (Cat., Carm, 3, 1). Qualche grembiule sbottonato o stretto in vita da opportune cinture segnalavano tuttavia non tanto qualche primo e velleitario segno di protesta quanto l’affermazione di un insopprimibile diritto alla femminilità. Puritanesimo cattolico, sessuofobia e una notevole dose di conformismo erano elementi portanti di quel mondo. I professori erano quello che erano, alcuni bravi, altri mediocri, altri ancora pessimi, ma fuori discussione era l’autorità di cui godevano (anche se naturalmente non si perdeva occasione di vituperarne l’iniquo esercizio). Tra loro uno solo ne voglio ricordare, Giovanni Villa, professore di filosofia – non di storia, disciplina che francamente detestava e di cui si occupava solo per scagliarsi (giustamente) contro Gabriele D’Annunzio – del tutto incapace di mantenere la disciplina o di pretendere da parte degli allievi qualche pur pallida conoscenza di ciò che insegnava, ma persona seria, colta, impegnata a trovare forme nuove di didattica e di apprendimento (il «metodo attivo»), e per questo detestato dal preside che in lui vedeva una fastidiosa infrazione alle regole, una sfida all’abitudine, un’intollerabile progettualità intellettuale. Pochi di noi stavano a sentirlo, ma tutti eravamo dalla sua parte, a riprova se non altro della diffusa esigenza che qualcosa cambiasse, anche se in realtà non avevamo alcuna idea precisa in testa. […]
 
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