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Buongiorno Torino

Buongiorno Torino

Cartonato con sovracoperta plastificata a colori, formato cm 22,5x29, pp 128, con 105 immagini a colori
ISBN 978-88-8068-229-6
 

Estratti



LE PIÙ EMOZIONANTI E SUGGESTIVE IMMAGINI DI TORINO
FIRMATE DALL'OBIETTIVO DI DARIO FUSARO
E INTRODOTTE DALLA BRILLANTE PENNA DI MASSIMO GRAMELLINI


Una nuovissima edizione bilingue con testo in italiano e inglese

Dall'introduzione

Questo libro di fotografie sfida il luogo comune contro cui ogni torinese, anche i pochi che non lo alimentano, è chiamato di continuo a scornarsi: che Torino fosse meglio "una volta". Una volta eravamo la capitale: d’Italia, del cinema, dei telefoni e della moda, una volta. Una volta c’era il Grande Torino, una volta. Una volta non c’erano i meridionali, gli arabi e la delinquenza, una volta. C’erano solo i montanari inurbati delle valli, che lavoravano duro, obbedivano al Re, leggevano Cuore e borbottavano che però Torino era molto meglio, una volta. Perché c’è sempre "una volta" che volteggia nei pensieri dei torinesi. La nostalgia per una città immaginaria è il loro modo di mostrarsi romantici nei confronti di quella reale in cui vivono sottovalutandola, e che ai loro figli sembrerà, nel ricordo, bellissima.

Gli scatti delle prossime pagine incrociano spesso la poesia e oltre la bravura del fotografo testimoniano la fotogenia del soggetto. Torino non solo è stata una meraviglia. Lo è ancora. Nonostante attraversi una delle sue periodiche crisi di identità e se la faccia un po’ sotto dalla paura (che presto diventerà voglia) di cambiare, Torino è un amore che di rado era apparso tanto luminoso. Di sicuro non negli Anni 70-80, quando il Quadrilatero non era zona di ristoranti ma di agguati. E palazzi, portici e marciapiedi erano più sporchi e più bui (periferie a parte, ma le periferie purtroppo sono sempre a parte, in tutto il mondo). Nel lasciarmi trasportare dalle immagini di Dario Fusaro, soffermandomi su quelle che emanano una sensazione di appartenenza e rimandano a un aneddoto della vita di Torino o della mia, mi sono sorpreso a frequentare anch’io il giochino del «però una volta…» e ho scoperto di avere le idee un po’ confuse sulle tante «volte» e svolte della città.Così ho pensato di condividere con i lettori un breve ripasso di Torino in forma di dizionario. Per ragioni di spazio ho escluso le voci che un torinese non può non conoscere: A come Agnelli, C come Cavour, F come Fiat, O come Olimpiadi, P come Pulici e Platini…
Amedeo. Vittorio Amedeo II, primo duca sabaudo a diventare re nel 1713. Si alleò con e contro tutti, vendicò Pietro Micca cacciando i francesi dalla città (ma per parecchio tempo non pagò la pensione alla vedova) e finanziò la Basilica di Superga in segno di ringraziamento per la vittoria. Più tardi abdicò per sposare, oltre alla regina, una donna che gli piaceva davvero. Poi ci ripensò: non sulla moglie, ma sul trono, cercando di riprenderselo, ma il figlio e successore Carlo Emanuele III, gran bigotto, lo fece arrestare. L’ambasciatore francese lo descriveva così: «Il Re vuole e disvuole, diffida di tutti, è consumato dalla propria irrequietudine, ha ingegno ma è sempre incerto. Ora tocca le nubi a guisa d’aquila, ora va carponi come una talpa». Quel ritratto è scritto da un nemico, ma coglie un brandello di verità: su Amedeo, sui Savoia e forse su noi torinesi. Aquile e talpe, ingegni «ma sempre incerti».
Baco. I libri di storia individuano l’alba della rivoluzione industriale in un filatoio idraulico per la seta, sorto nel 1718 a Derby in Inghilterra. Non aggiungono quasi mai che quel filatoio era la copia di un altro, proprietà di un monsù Peyron che operava nei pressi di Torino già alla fine del Seicento. Fu un caso di spionaggio industriale, ma anche la dimostrazione che quando mancano i capitali e la cultura del rischio, le grandi idee soffocano e prima o poi se ne vanno.

 
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